Il Vescovo: Omelie

31 Dicembre 2011 - Basilica delle Grazie
S.Messa di fine anno e Te Deum

     È stato un anno importante quello che sta per finire e probabilmente dovremo ricordarlo a lungo. Non solo per l'eredità timori e ansie che sembra lasciarci per il futuro; la prospettiva di una recessione economica ci fa certo guardare con preoccupazione al 2012. Ma c'è qualcos'altro sotto il sole: basta pensare alla serie impressionante di trasformazioni profonde avvenute in pochi mesi nei paesi del nord Africa, alle proteste diffuse in buona parte del mondo. Sembra che il 2011 abbia portato alla luce una serie di insoddisfazioni che erano nell'aria da tempo ma che non avevano avuto modo di manifestarsi; non solo in numerosi paesi arabi, ma anche in Russia e in occidente, fino agli stessi Stati Uniti. In realtà, verso quale futuro stiamo andando, ci rimane oscuro. Ma certo non ci troviamo del tutto a nostro agio in questa struttura della società: la creazione delle cosiddette 'bolle' finanziarie che prima o poi finiscono per scoppiare lascia interdetti quelli che non sono esperti del settore e fanno pensare che una parte del nostro benessere, del quale andavamo fieri, era solo fumo, sopravvalutazione artificiale dei beni e quindi fonte di uno stile di vita fondato sul nulla. Diversi nodi aggrovigliati sembrano essere venuti al pettine e stiamo sperando di riuscire a districarli: che si trovi la ricetta giusta per affrontare e superare la crisi.

     Se, infatti, sono molte le persone disposte a dire che così non va, sono invece poche quelle che sanno indicare una diversa, sicura direzione di marcia. Un giornale internazionale uso a indicare annualmente la 'persona dell'anno', ha scelto per il 2011 non un volto preciso con nome e cognome, ma un simbolo generale, The Protester, 'la persona che protesta'. Questa è sembrata essere la cifra più significativa per designare il movimento di questo ultimo anno. Il messaggio della protesta è chiaro: "So bene che cosa non voglio." Su questo il consenso è diffuso. Ma quando si passa a delineare l'alternativa, a dire che cosa vogliamo le divisioni riappaiono, laceranti: divisioni di etnie, di partiti e posizioni politiche, di interessi economici, di radici culturali, di genere, di generazioni, di tradizioni, anche semplicemente di simpatie. La globalizzazione ha unito il mondo intero in un unico sistema complesso ma le persone sembra si separino sempre più le une dalle altre: diventiamo un unico, grande mondo fatto tutto di frammenti che non pensano di dover raccordarsi tra loro – e nemmeno lo desiderano. L'unità è prodotta dalle tecnologie che diventano sempre più capaci di contrarre gli spazi, di connettere le persone; la divisione è prodotta dalla diffidenza e dalla conflittualità che a loro volta sembrano diffondersi come un'epidemia virale e ci portano a non essere sicuri né di noi stessi, né degli altri.

     Coloro che negano esista una natura umana – e sono tanti – sono costretti a riflettere che in questo modo non si riuscirà mai a fondare in modo stabile l'unità degli uomini; e coloro che insistono sull'uguaglianza di tutti gli uomini – e, naturalmente, hanno ragione – sono condotti a ricordare che non esiste una natura 'pura' e che le culture umane sono realmente diverse. L'uomo è per natura un essere culturale; egli realizza la sua umanità esattamente creando relazioni, strumenti, istituzioni, tecniche, invenzioni, cioè creando cultura. Per questo il dialogo tra le persone e le culture è possibile e necessario, ma difficile e lento. Sono le tecnologie ad avere affrettato il tutto in modo che ci siamo trovati, in pochi anni, di fronte a un rimescolamento di culture e comportamenti che si sono creati in secoli di storia, attraverso lunghi processi di consolidamento. L'incontro tra le culture può avvenire in modo pacifico e fruttuoso solo prendendo coscienza esplicita di noi stessi, di quello che pensiamo e crediamo, di quello che desideriamo e creiamo; e ricordando che una comunità non può sussistere senza condividere un'ampia serie di esperienze, idee, immagini, intuizioni sull'uomo e sul senso della sua vita, senza condividere alcuni giudizi e alcuni valori che orientino le scelte delle persone e delle istituzioni.

     In questo processo la religione ha un posto fondamentale perché essa mette l'uomo in rapporto non con i beni particolari immediati della vita, ma con ciò che sta 'oltre' e che, proprio per questo, fonda il valore e il limite di ogni bene particolare. Per questo la visione religiosa ha una efficacia particolare per unificare il vissuto delle persone, per aiutarle a mettere ordine nei loro desideri, per far loro percepire gli altri come soggetti che fanno parte della realtà del loro stesso mondo. Certo, ci sono altre realtà che contribuiscono all'armonia delle persone: la costituzione politica, ad esempio, che fonda i diritti di ciascuno, o l'ordine giuridico che protegge da violazioni di questi diritti, o l'economia che permette a persone distanti e diverse di collaborare tra loro. È proprio dalla crisi del valore simbolico di queste realtà che viene una delle difficoltà maggiori che dobbiamo affrontare.

     L'ordine giuridico è per sua natura espressione e garanzia della giustizia. Ma oggi sembra dominare una visione positiva del diritto per cui ciò che è giusto è misurato non dall'ordine di giustizia ma dal comando dalla legge (iustum quia iussum anziché iussum quia iustum): è giusto perché è comandato; anziché: è comandato perché è giusto. In questo atteggiamento positivista c'è il capovolgimento dell'ottica tradizionale nella quale la legge era pensata come strumento per comandare e garantire un ordine in se stesso giusto. Questo capovolgimento rende debole l'autorevolezza del diritto perché la riduce alla paura della pena. Abbiamo bisogno, allora, di costruire un accordo ampio su che cosa sia la giustizia e su che cosa essa comporti in una società umana: è la giustizia che dà credibilità alla legge, non la legge che fonda autonomamente la giustizia.

     Lo stesso vale per la costituzione civile che garantisce la convivenza delle persone e permette loro di sentirsi tutelate e riconosciute nel valore personale del cittadino. Purtroppo sono diversi anni che il necessario confronto politico si è trasformato in guerra senza esclusione di colpi. Il confronto politico è orientato a cercare ciò che è bene per la nazione in un certo momento della sua storia; la guerra è orientata alla sconfitta e, magari, all'eliminazione del nemico. Il confronto politico permette a ciascuno di sentirsi partecipe di un processo positivo, sia che questa partecipazione avvenga dalle poltrone del governo, sia che avvenga dai banchi dell'opposizione. La guerra fa sì che ciascuno si senta minacciato e cerchi di aggredire per paura di essere aggredito; si stabilisce così un circolo vizioso che tende a produrre lacerazioni senza fine. Veniamo da anni di degrado del confronto politico e non sarà facile ricostruire un tessuto sano. Ma non c'è alternativa. Come diceva una grande testimone del secolo scorso: "Ciascuno di noi deve rivolgersi a se stesso e distruggere in se stesso tutto quello che ritiene di dover distruggere negli altri" e "ogni atomo di odio che aggiungiamo a questo mondo lo rende ancora più inospitale."

     Purtroppo questo è un lavoro che non si può prescrivere per legge, né si può attuare ingoiando pastiglie. Solo il singolo lo può fare in se stesso e per farlo deve essere umile davanti agli altri e davanti a sé, sincero con se stesso e con gli altri, paziente, motivato. Chiunque lo può fare mettendo in campo la sua intelligenza e la consapevolezza di sé; ma sono convinto che la vita religiosa sia in questo uno stimolo intenso ed efficace. Fecondo soprattutto perché chiede alle persone di riconoscere e accettare i loro errori senza abbandonarsi alla disperazione, permette loro di rinnovare la fiducia che il cammino da fare c'è ed è possibile percorrerlo. All'inizio dell'anno la liturgia ci fa ascoltare la benedizione di Aronne dal libro dei Numeri: "Il Signore ti benedica e ti custodisca; Il Signore faccia risplendere su di te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace." È cosa bella e infonde coraggio sapere che iniziamo il nuovo anno sotto lo sguardo di Dio; e sapere che questo sguardo è benevolo.

     Tutto questo non ci esonera dalla fatica di capire, giudicare, scegliere, agire; ma ci permette di compiere tutto questo senza l'arroganza di chi ritiene di non sbagliare mai e senza la paura di chi è paralizzato dal timore di sbagliare sempre. Insomma, la fede in Dio non ci esonera mai dal dovere di diventare adulti, ma ci permette di convivere con i nostri limiti adolescenziali senza esserne avviliti. Nel dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere Leopardi fa dire che la vita può sembrare bella proprio a motivo dell'incertezza del futuro, che noi siamo inclini a immaginare come fosse portatore di bene. Non so che cosa porterà l'anno nuovo; ma so che per me e per ciascuno di voi questo anno nuovo è un'occasione nuova per crescere; e so che le circostanze esterne potranno impedire alcune strade che avrei desiderato percorrere, ma non potranno impedire a me di diventare migliore. Questo lo posso impedire io solo se rifiuto di rispondere alla chiamata di Dio che si rinnova ogni giorno per ogni uomo. Per questo gli auguri che faccio a ciascuno di voi e a me stesso è che nell'anno che viene sappiamo 'redimere il tempo' riempirlo con pensieri e scelte e comportamenti degni della nostra identità di uomini e di figli di Dio. Nel fare questo daremo anche il migliore contributo personale alla pace del mondo.