Carissimi fratelli e sorelle, sono contento di rivedervi a questo appuntamento annuale con i rappresentanti delle diverse forme di vita consacrata. Nella tradizione orientale la festa di oggi va sotto il nome di 'Incontro': incontro del Signore con noi, incontro del salvatore con coloro che hanno bisogno di essere salvati. Nell'incontro grande del Signore vogliamo collocare anche il nostro piccolo incontro, quello del vescovo con i consacrati che vivono e operano in diocesi. È anche l'occasione per ringraziarvi del dono che siete per la Chiesa bresciana e nello stesso tempo ricordare a tutti i Bresciani che il valore della vita consacrata è insostituibile. Proprio per questo il calo delle vocazioni mi preoccupa; è il segno che la fede non è così profondamente inserita nel vissuto della nostre comunità; che facciamo fatica a trasmettere ai giovani una convinzione efficace che la consacrazione è un modo stupendo di spendere la vita e di portare a maturità la propria vocazione umana. Vediamo bene che sono altre le vie di realizzazione che oggi si impongono all'immaginazione delle persone. Non è facile, però, andare più in profondità e comprendere con maggior precisione quali sono gli ostacoli che impediscono di desiderare vivere da consacrati.
Forse una delle difficoltà maggiori è l'attenzione che l'uomo di oggi presta a ciò che chiamiamo mondo, cioè l'insieme di tutte le realtà, strutture, rapporti che costituiscono l'ambiente di vita su questa terra: il lavoro e la politica, la scuola e l'economia, l'arte e il cinema, la musica e lo sport. La vita oggi offre a un ragazzo, a una ragazza una gamma immensa di possibilità di presenza nel mondo, quale non è mai stata offerta alle generazioni precedenti. Si pensi anche solo alla partecipazione politica attiva, alla ricerca e alle conoscenze nei diversi campi del sapere, alle opportunità di ritagliare tempo per interessi personali, alle possibilità di carriera, di ricchezza, di divertimento… Come è stato notato, sono tante e tali queste realtà che uno può rimanerne affascinato e sperimentarle una dopo l'altra, spinto dall'interesse del momento; ed è possibile che uno arrivi fino alla fine della vita senza mai chiedersi il perché delle cose che sceglie, senza mai cercare di dare un senso globale alle sue esperienze, senza proporsi mete e obiettivi precisi. Insomma, sono tante e tali le occasioni di azioni interessanti che si può vivere 'distratti' fino a quando la morte bussa alla nostra porta.
Questo modo di pensare è in concorrenza rispetto alla concezione cristiana che invece tende a una meta precisa, quella che ci è offerta dalla promessa di Dio in Gesù Cristo. La vita cristiana sulla terra è un 'passaggio' diciamo spesso, oppure una 'prova'. Questo non vuol dire, come pensa qualcuno, che la vita terrena perda per noi di significato. In un certo senso è vero proprio il contrario, perché secondo noi il modo in cui viviamo la vita terrena decide addirittura della nostra stessa sorte eterna. Siamo perciò spinti a dare un immenso valore al quotidiano della nostre giornate; da questo quotidiano – il rapporto con gli altri, la serietà del lavoro, la fedeltà alla parola data – dipende il nostro rapporto con Dio e quindi la felicità eterna. Spesso ci sentiamo risuonare agli orecchi la parola del vangelo: "Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l'avete fatto a me." È evidente, di fronte a un messaggio simile, che la vita terrena ha per noi un valore immenso.
Eppure, una differenza rimane rispetto al modo mondano di impostare la vita: a noi interessa usare le cose del mondo in modo da "piacere a Dio"; desideriamo immettere in tutti i nostri comportamenti la forma della carità, perché siamo convinti che solo la carità dà sostanza duratura alla vita. Questo produce un atteggiamento diverso rispetto a chi considera le cose secondo il loro valore mondano di successo. L'atleta che vince una prova difficile e conquista la medaglia d'oro, è una persona umanamente riuscita. Dietro al suo successo stanno mesi e anni di lavoro, di determinazione, di rinunce perché solo così può salire sul podio dei vincitori. Il cantante che incanta le folle e le porta a partecipare con entusiasmo alla sua esibizione è un vincitore; anche lui deve avere lavorato parecchio per affinare la sua arte e riuscire a trascinare il pubblico. Sono figure di successo che ammiriamo e davanti alle quali ci dobbiamo inchinare: hanno avuto intuito, hanno imparato una disciplina interiore, hanno rinunciato a piaceri immediati e hanno raggiunto un traguardo difficile. Eppure, dal punto di vista cristiano non ci possiamo fermare qui. Dobbiamo chiedere: perché lo hai fatto? Ti ha spinto solo il desiderio di un successo personale? O c'è tra le tue motivazioni anche quella di fare qualcosa di bello, di buono, di utile? qualcosa che rende migliore te stesso o gli altri che ti osservano o che rende più bello il mondo in cui vivi? Perché se il successo è tutto – anche la prestazione più elevata, dal punto di vista cristiano, è inutile. Se invece dentro al nostro comportamento è operante una forma di amore sincero, allora anche cose apparentemente futili possono acquistare un valore grande davanti agli uomini e davanti a Dio.
A noi, persone religiose, consacrate il successo mondano deve interessare poco e niente. Ma ci deve interessare, e come!, la serietà nel lavoro, l'attenzione agli altri, la responsabilità di rendere migliore il mondo. La consacrazione non deve diventare un alibi per non essere seri nelle cose che facciamo. Al contrario la serietà deve essere ancora più alta: il miglioramento del mondo ci interessa, e molto, proprio perché interessa a Dio. È Dio che ha messo il mondo nella mani dell'uomo e ha chiesto all'uomo di lavorarlo, di costruire una società nella quale le singole persone possano trovare rispetto e aiuto a vivere al meglio la loro vita. Questo siamo consacrati a fare, in obbedienza a Dio.
Questo i consacrati fanno da sempre. I campi della sanità e della educazione sono quelli nei quali ci siamo impegnati con slancio e generosità. Dio solo sa misurare i sacrifici, le fatiche che sono stati fatti dai consacrati in questi campi con dedizione e amore autentico. Ma anche le forme di vita contemplative, che appaiono meno utili in un'ottica di risultati immediati, vogliono avere un peso sul modo in cui il mondo vive. Quando uno scriba ha chiesto a Gesù di indicare il primo comandamento della legge, Gesù ha risposto citando il famosissimo passo del Deuteronomio che dice "amerai il Signore Dio tutto con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze", aggiungendo poi, come simile, il comandamento dell'amore del prossimo. Certo, l'amore di Dio deve essere praticato da tutti, non solo dai consacrati; e l'amore di tutti verso Dio deve essere "con tutto il cuore", senza riserve o compromessi. Ma i contemplativi, che rinunciano a mille possibilità del mondo, affermano in questo modo quello che santa Teresa affermava con convinzione: che Dio solo basta. Ne siamo convinti tutti – se in linea di principio Dio non bastasse, non sarebbe evidentemente quella perfezione assoluta che è. Lo diciamo, lo cantiamo… ma quanto è difficile viverlo! Andiamo facilmente in crisi se qualcuno ci trascura, se non otteniamo quello che avevamo programmato, se non ci viene data una possibilità a cui teniamo… insomma, abbiamo Dio come Padre ma non ci basta se non possiamo avere anche altre cose. Proprio perché siamo così deboli abbiamo bisogno di persone che invece, rinunciando a tutto e custodendo ciononostante la gioia, continuino a dirci che Dio basta davvero. Noi non siamo capaci di vivere così, ma qualcuno ci riesce e con la sua testimonianza ce lo ricorda.
Nello stesso tempo la vita comune ci ricorda l'altra dimensione essenziale della nostra vita: l'attenzione e il rispetto che dobbiamo avere per gli altri. È significativo che la vita eremitica, nella tradizione ecclesiale, viene presa in considerazione solo dopo che si è data buona prova di sé nella vita comune. San Benedetto ricorda all'inizio della sua Regola che ci sono quattro tipi di monaci. Il primo è quello dei cenobiti che vivono la vita comune in monastero e combattono il combattimento spirituale sotto le regola o l'abate. Il secondo è quello degli anacoreti cioè degli eremiti che vivono soli, ma solo dopo essere vissuti in comunità e avere combattuto vittoriosamente la loro lotta spirituale. Il terzo è quello dei cosiddetti sarabaiti che vivono soli e senza una regola; questi san Benedetto li chiama "genia orribile" perché li vede vivere fuori da ogni obbedienza, facendo ciò che a loro piace, e quindi secondo una logica mondana; infine ci sono i monaci girovaghi che per tutta la vita si spostano da un luogo all'altro senza trovare mai stabilità. Anche di costoro dice san Benedetto è meglio non parlare. Insomma, la vita comune è un crogiuolo attraverso cui deve passare la vita di tutti se vogliamo che anche le scelte più eroiche siano fatte davvero con verità.
Facendo questo la vita consacrata porta un contributo indispensabile non solo alla vita della Chiesa ma alla vita del mondo. Da una parte, infatti, aiuta tutti a vedere che il mondo è bello e grande, ma che oltre il mondo c'è – come ultimo riposo delle creature – il mistero stesso di Dio; e solo il riferimento a questo mistero può custodire la gioia delle persone di fronte alla sofferenza e alla morte. Dall'altra parte la vita comune è un passaggio stretto, doloroso e difficile, ma anche una purificazione che ci libera da orgoglio, gelosia, piccineria e ci obbliga ad amare con libertà e senza pretese. Il successo mondano – sportivo, politico, culturale, economico – è certo cosa buona; ma solo se mantiene la riserva di apertura a Dio e solo se viene motivato e accompagnato da un amore sincero al prossimo. Per questi motivi, fratelli e sorelle carissime, la vostra vita è utile e necessaria. A voi per andare a Dio, al mondo per non perdere l'orizzonte di Dio. Grazie, dunque; il Signore vi doni serenità e gioia, dedizione e fedeltà. |