La Chiesa ha bisogno della vita consacrata. Ne ha bisogno anzitutto per custodire la coscienza viva della sua identità; essa, infatti, trae origine dalla consacrazione di Cristo a nostro favore e si esprime come consacrazione a Cristo senza riserve. Ma ne ha bisogno anche per impostare correttamente il suo rapporto col mondo. La Chiesa, infatti, vive necessariamente nel mondo, anzi per il mondo; ma può svolgere la sua missione a favore degli uomini solo se custodisce, nei confronti del mondo, una autentica libertà; e questa libertà è l’effetto della sua consacrazione a Cristo. Lo dice san Paolo in un testo magnifico della prima lettera ai Corinzi: “Nessuno ponga la sua gloria negli uomini perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo,la vita, la morte, il presente, il futuro, tutto è vostro ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.” Proprio così: il cristiano possiede una straordinaria libertà nei confronti di tutti e di tutto, ma questa libertà dipende dalla sua appartenenza totale a Cristo e, in Cristo, a Dio; dipende quindi dalla consacrazione a Cristo, proprio ciò di cui è testimonianza la vita consacrata in tutte le sue forme.
Vorrei riflettere su questa realtà a partire dallo stupendo testo di Malachia. Il profeta ha davanti a sé l’immagine di un popolo infedele all’alleanza e l’immagine di un Tempio profanato; dovrebbe essere il luogo della presenza di Dio e di un culto santo offerto a Lui ma in realtà il culto è reso sterile dal peccato e dall’infedeltà dell’uomo. Per questo il popolo sospira nell’attesa, nella speranza che Dio stesso intervenga e operi una purificazione convertendo i cuori e rendendo il culto puro e autentico. È proprio quello che il profeta annuncia: la missione di un messaggero, l’ingresso del Signore nel tempio, la venuta dell’angelo dell’alleanza. È venuta di salvezza, ma la salvezza si opera attraverso una purificazione. Come quando si purifica l’argento facendolo fondere ad altissima temperatura fino a che le scorie vengono separate e rimane solo il metallo puro; o come quando i lavandai imbiancano i tessuti con la lisciva, togliendo ogni macchia. Il Signore viene e purifica i figli di Levi, cioè i sacerdoti: brucia, taglia, lava, sgura fino a che ogni traccia di bruttura è tolta e i sacerdoti diventano capaci di offrire “un’offerta secondo giustizia.”
La Chiesa ha un’offerta purissima da offrire a Dio:il sacrificio di Cristo. Cristo stesso lo ha posto nelle nostre mani quando nell’ultima cena ci ha comandato: “Fate questo in memoria di me.” A questa offerta perfetta compiuta una volta per tutte la Chiesa non ha bisogno di aggiungere nulla. E tuttavia l’eucaristia si fa col pane e col vino che sono frutto anche del lavoro dell’uomo; anche la nostra vita è coinvolta nell’offerta eucaristica. Anzi, il sacrificio di Cristo – che è fatto di amore al Padre e di obbedienza a Lui – ha come scopo proprio quello di coinvolgere anche noi nel medesimo movimento di obbedienza e di amore a Dio. Non possiamo, infatti, accontentarci di un rito fatto correttamente, secondo le rubriche: è indispensabile che il rito sia accompagnato dalla vita e che la vita sia plasmata dal rito. Paolo ci esorta con insistenza ad “offrire i nostri stessi corpi a Dio come sacrificio vivente, santo e gradito a lui. È questo il nostro culto spirituale.” E spiega anche come si possa compiere questo culto esistenziale: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per potere discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto.”
C’è una mentalità mondana che nasce dal considerare il mondo come tutto, dal non prendere in considerazione altro che il mondo. Secondo questo modo di sentire il successo nel mondo (attraverso la ricchezza o il piacere o l’affermazione di sé e simili) è tutto e ogni attività deve essere misurata e valutata in rapporto a questo tipo di successo. Non ha senso quindi sacrificarsi se questo sacrificio non produce, nel mondo, un vantaggio maggiore. Posso certo rinunciare a qualcosa oggi per essere più ricco domani, ma non ha senso rinunciare a una ricchezza o un piacere che non sarà mai compensato da un’altra ricchezza o da un altro piacere più grande. Se il mondo è tutto, non è possibile rinunciare a nulla se non per una scelta tattica che produrrà un vantaggio maggiore. In particolare se il mondo è tutto non ha senso il martirio, perché il martirio è per definizione una perdita che non può avere pareggio in questo mondo. Solo Dio può compensare il martirio, non il mondo; solo Dio può chiedere una rinuncia senza condizioni, non il mondo.
Credo che la vita consacrata abbia qui il suo mistero, il suo paradosso. Povertà, verginità e obbedienza sono forme di rinuncia a possibilità mondane; e di rinuncia non tattica, cioè non indirizzata a un compenso mondano maggiore. Si tratta invece di rinuncia definitiva e totale secondo l’affermazione ripetuta del vangelo: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri; poi vieni e sèguimi… Chi di voi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo… Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito…” si potrebbero moltiplicare le citazioni per chiarire questa radicalità caratteristica del discepolato. Certo, la ricompensa per il discepolo c’è ed è grande, ma non è mondana; è custodita presso Dio ed è visibile solo agli occhi del cuore. In questo mondo, la rinuncia rimane rinuncia; e quanto dolorosa! Non tanto, forse, la rinuncia alla ricchezza, ma la rinuncia alla propria autoaffermazione: le umiliazioni, le incomprensioni, le sconfitte accettate senza risentimento, nella consapevolezza di condividere la passione del Signore, quanto costano! E quanto costa il non riuscire a vedere la fecondità di queste scelte! Potessimo vedere che quello cui noi rinunciamo produce del bene in qualcuno che amiamo, la rinuncia non ci costerebbe tanto. Ma di solito non si vede nulla se non l’ingiustizia, non si gusta nulla se non l’amarezza.
La vita consacrata, vista con gli occhi del mondo, è paradossale, incomprensibile. Ma proprio per questo testimonia che il mondo non è tutto; che c’è qualcosa oltre il mondo e che questo ‘qualcosa’ può rendere giustificabile anche una sconfitta e una perdita mondana. In un momento di sofferenza, mentre sperimenta l’incomprensione degli amici e l’opposizione di avversari, Paolo può scrivere: “Sovrabbondo di gioia in tutte le mie tribolazioni.” Non era masochista; non cercava la sofferenza in sé. Ma aveva collocato tutta la sua vita e al sua speranza in Cristo fino a dire: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.” Parole misteriose, quasi che Paolo voglia dire: la mia sofferenza non mi schiaccia – è la sofferenza stessa di Cristo, è il segno che vivo in Lui, che Lui vive in me. Perché dovrei rifiutare quello che mi avvicina al mio Signore? Per essere un vincitore nel mondo? Per conquistare un posto di onore? Non mi interessa; tutto ormai io reputo spazzatura in confronto con la conoscenza di Gesù mio Signore.
È difficile vivere così. Naturalmente lo è sempre stato, difficile. Ma sembra che il mondo attuale stia ridiventando pagano, stia tornando a privilegiare il valore dell’immediato, del successo, dell’apparire, del potere. Non ci meravigliamo più di tanto. Se Paolo ammoniva : “non conformatevi alla mentalità di questo secolo” è perché la ‘mentalità di questo secolo’ appariva ai suoi occhi una tentazione forte e pericolosa. È difficile sostenere critiche ripetute, contrapporsi a stili di vita diffusi, vedere l’invisibile e ridimensionare il visibile; è difficile vivere da cristiani in questo mondo. Per questo abbiamo bisogno della vita consacrata: non solo per quello che manifesta, ma per la forza che trasmette a tutti, anche a quelli che vivono nel mondo degli affari, della politica o della comunicazione e che in questi mondi devono vivere come discepoli di Gesù.
Quando la processione con l’arca dell’alleanza giungeva alle porte del Tempio, si svolgeva quel dialogo che abbiamo pregato come salmo responsoriale: “Alzate, o porte, la vostra fronte – cantavano i portatori dell’arca – alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria.” E dall’interno del Tempio i custodi delle porte chiedevano: “Chi è questo re della gloria?” E ottenevano la risposta: “Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia… Il Signore degli eserciti è il re della gloria.” È ancora così: il Signore forte e valoroso vuole entrare nel mondo per riempire il mondo della sua vita. Ma bisogna aprirgli le porte; ed aprirgli le porte significa rinunciare a una qualsiasi forma di difesa di fronte a Lui. La vita consacrata, che esiste nel mondo, è vita che ha aperto le porte a Dio e che permette a Dio di entrare nel mondo e di produrre nel mondo comportamenti che si spiegano solo con un tesoro che va oltre il mondo e oltre il successo nel mondo.
Sia benedetto il Signore per voi fratelli e sorelle carissimi, per la vostra vocazione: il Signore vi benedica e vi doni la consapevolezza del dono che siete per tutta la Chiesa, anzi per l’umanità intera. Col vostro stile di vita voi contribuite a tenere il nostro mondo aperto a Dio; e non è poco. |