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1. INTRODUZIONE
Alla conclusione di questo nostro secolo breve attraversato da totalitarismi che non hanno aiutato la persona umana a crescere in dignità, ma che l’hanno coartata in questo suo diritto inalienabile, vogliamo porci in ascolto del messaggio cristiano per comprendere quale significato dare al dolore e alla sofferenza umana, quale ruolo hanno queste realtà nel cammino della storia umana.
Il card. Martini, nella sua lettera pastorale Quale bellezza salverà il mondo?, afferma che «la bellezza che salverà il mondo è l’amore che condivide il dolore». Volendo noi riflettere sul senso del dolore e della sofferenza nella vita umana, dobbiamo convincerci che la Chiesa deve ricordare di fronte alla sofferenza null’altro che il discorso delle Beatitudini. Umanamente appare come il discorso della sconfitta o il trionfo della sconfitta. D’altronde la Chiesa non può volere essere innalzata che sulla croce perché è dalla croce che si può leggere in forma vera la realtà della sofferenza umana.
Quando una persona sofferente si riconosce amata da Dio e si sforza di vivere l’amore solidale e fedele nelle diverse situazioni di prova della vita e della storia, può diventare addirittura bello vivere- come già ho ricordato - questo nostro tempo che pur ci appare pieno di realtà negative e laceranti, cercando di «interpretarlo nei suoi enigmi dolorosi e conturbanti».
2. LA SALITA AL MONTE
Nei discepoli che salgono al monte, portando nel loro cuore le inquietudini e le pesantezze che agitano la storia, è possibile leggere le domande che ci poniamo di fronte al dolore, la richiesta di dare alla sofferenza la relazione necessaria da realizzare con il Signore per cogliere il senso vero di questo cammino.
Questa annotazione la si può cogliere nell’Introduzione quando si afferma che «l’anelito di felicità, profondamente radicato nel cuore dell’uomo, è da sempre accompagnato dal desiderio di ottenere la liberazione dalla malattia e di capirne il senso quando se ne fa l’esperienza». Vogliamo approfondire questo connotato letterario e biografico.
Un dato che colpisce leggendo il Vangelo è l’alto numero di malati nel corpo e nella mente che Gesù ha incontrato nel suo ministero. Possiamo supporre che l’incontro con questa umanità sfigurata dalla sofferenza abbia segnato in modo decisivo l’umanità stessa di Gesù nel senso della compassione e dell’attenzione all’uomo nel bisogno. Gesù del resto esprime la sua missione con le parole: «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2, 17).
Allora le guarigioni che Gesù compie appaiono come «Vangelo in atto», come manifestazioni del Regno di Dio, come profezie del tempo in cui «nessuno più dirà: io sono malato» (Is 33, 24).
Certo, gli esiti della malattia sono plurali, mai scontati, sempre imprevedibili e sono anche i più diversificati: l’abbruttimento, la ribellione, la rimozione, l’indurimento, ma anche la semplificazione, il ritrovamento del centro e dell’essenziale della vita, l’affinamento, la purificazione. Nella malattia la persona umana è chiamata alla responsabilità di «dotare di senso» la propria sofferenza. La malattia tende a distruggere i sensi e le finalità che la persona aveva attribuito alla sua vita. E questo vale anche per il cristiano: anch’egli infatti non conosce alcuna strada che aggiri il dolore, ma una strada, insieme con Dio - la strada della salita al monte - che lo attraversi.
Le tenebre non sono l’assenza ma il nascondimento di Dio, in cui noi, seguendoLo, Lo cerchiamo e Lo troviamo di nuovo.
Oggi assistiamo a una sorta di rimozione della malattia che si accompagna alla anestetizzazione del dolore. «Siccome la sofferenza è sempre più un non-senso, l’individuo diventa sempre più un formidabile consumatore di anestesia» (Ivan Illich). Questa visione ‘tecnica’ della malattia, rischia anche di dimenticare che il malato è una totalità sofferente e non può essere ridotto a un arto o a un organo sofferente all’interno di una visione riduttiva della malattia che acquista senso solo nel suo innesto biografico dentro una vita, per il significato di quella vita.
Quanti di noi accompagnano o assistono i malati, devono ricordarsi che il malato è anzitutto una persona. Potrebbe apparire anche la prospettiva ghettizzante di una «spiritualità cristiana dei malati». Potremmo dire che non abbiamo bisogno di una farmacia spirituale, ma del buon cibo comune. Ancora con immagini potremmo dire che i malati non chiedono una cappella di infermeria, ma la Chiesa. Con i malati abbiamo bisogno di una spiritualità ecclesiale. Un malato pensoso ha scritto al riguardo: «Non chiediamo che per noi si apra una nuova scuola di spiritualità, in cui tutti i problemi della vita siano esaminati e adattati alla situazione di quanti hanno familiarità con le varie malattie, e in cui tutto sia visto attraverso un’ottica di malati e in un odore di ospedale. Si smetta di rivolgersi a noi e di parlarci ‘in quanto malati’ come se non si volesse sapere null’altro di noi. Prima di essere malati, siamo delle persone e dei figli di Dio».
Le domande e i drammi del malato non sono altro che l’icona delle domande e dei drammi dell’uomo d’oggi. Domande drammatiche per altro da sempre radicate nel dolore umano, cioè: che senso ha il dolore? Come si rivela Dio nella tragedia? Perché il Padre della misericordia sembra tacere davanti alla sofferenza delle sue creature? Perché permette che, nella loro vita, vi sia tanto dolore, violenza e pianto?
Alla nostra fede è chiesto di meditare sullo sforzo di coniugare l’oggi del dolore umano all’oggi del Dio Salvatore. «Vi sono talora sofferenze fisiche, psichiche o spirituali che appesantiscono la vita e danno l’impressione di non saper comunicare la gioia del Vangelo».
È per questo che anche noi vogliamo salire sul monte della Trasfigurazione per decifrare nel fulgore della risurrezione anticipata, il mistero iniquo del dolore umano, mai dimenticando quanto canta la liturgia nel Prefazio di questo mistero quando afferma che «Cristo indicò agli Apostoli che solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione».
3. LA SOSTA SUL MONTE
Nei discepoli che sostano sul monte, si può cogliere la relazione fra tutte le domande su accennate e il mistero dell’amore di Dio, relazione capace di farci intravedere le risposte giuste e necessarie.
Il Documento ricorda che «Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle sinagoghe, predicando il Vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità».
È per questo che la Chiesa nella liturgia, chiede al Signore la salute per gli infermi. Ha un sacramento, l’Unzione degli infermi, destinato a confortare coloro che sono provati dalla malattia. Il Messale Romano contiene una Messa per gli infermi. Nel rituale romano esiste un Ordo per la benedizione dei malati.
Questo è consegnato alle comunità perché esplicitino l’invito del Signore a curare i malati. Gli aspetti dottrinali del Documento ricordano che la questione teologica, liturgica e pastorale si pone «in riferimento alle riunioni di preghiera organizzate per ottenere guarigioni prodigiose tra i malati partecipanti, oppure preghiere di guarigione al termine della comunione eucaristica con il medesimo scopo». Riunioni che possono far pensare a un «carisma delle guarigioni», nelle quali la guarigione è legata alla presenza o all’opera «di una o di alcune persone singole o di una categoria qualificata, ad esempio i dirigenti del gruppo, che promuove la riunione. Ma il carisma di guarigione non è attribuibile né a una determinata classe di fedeli, né a una categoria di partecipanti».
Stando a queste indicazioni del Documento si capisce perché è opportuno ritornare alla sosta sul monte per cogliere il senso vero della preghiera e degli interventi per la guarigione della malattia.
Nella Trasfigurazione sul Tabor il Padre proclama: «Questi è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». Vogliamo allora porci alla scuola di questa Parola per chiederci: come appare la malattia alla luce della Parola di Dio? Viene presentata come una realtà in cui il malato è chiamato ad ascoltare nuovamente indicazioni di vita, a rileggere la precarietà della sua condizione e la fragilità della sua e della comune storia umana. Viene offerta un’ottica nuova da cui guardare la realtà.
È chiaro che, in questa prospettiva, al centro non sta prima di tutto il malato - e men che meno il guaritore - ma il Redentore con la sua potenza salvifica e con la sua compassione.
Ricordiamo il modo semplice, ma grandioso, con cui Paolo descrive il capovolgimento. «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome».
In quest’ottica la Trasfigurazione sul monte ci consente di trovare il pieno riconoscimento della rivelazione di Dio nella suprema consegna dell’amore che si realizza sulla Croce. È lì che «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44, 3) si offre - nel segno paradossale del contrario - come «uomo dei dolori davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53, 3). «La Bellezza è Amore crocifisso, rivelazione del cuore divino che ama». Solo dentro questa rivelazione si può rivestire di significato vero il dramma misterioso della sofferenza, del dolore e della morte umana.
La Croce è rivelazione della Trinità nell’ora della ‘consegna’ e dell’abbandono. Sulla Croce il dolore e la morte entrano in Dio per amore dei senza Dio: la sofferenza divina, la debolezza dell’onnipotente sono altrettante rivelazioni del suo amore per gli uomini. In questo modo il Dio cristiano non si limita a dare una risposta teorica alla domanda sul perché del dolore e della malattia del mondo. «Dio semplicemente si offre come ‘grembo’ di questo dolore perché sgorga dal costato trafitto in croce, e come ‘custodia’ perché «ha preso su di sé tutti i nostri malanni». Dio non lascia andare perduta nessuna lacrima dei suoi figli perché le fa sue. Il Figlio di Dio è il grande compagno della sofferenza umana, colui che ci è dato di riconoscere re in tutte le sofferenze, soprattutto quelle che chiamiamo ?innocenti?. Il volto «davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53, 3) ci appare come un volto bello, quello che Madre Teresa di Calcutta contemplava con tenerezza nei suoi poveri e nei morenti».
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