13/09/2016 | Animazione missionaria

Dare un'anima

Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più volte e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti».

Ancora una volta Papa Francesco insiste, incoraggia, sprona, ma soprattutto agisce, testimonia, sceglie. Siamo in mezzo al guado e la prospettiva di uscirne accidentati, sporchi, feriti non è razionalmente allettante eppure - chissà perché - esercita un fascino e un’attrazione impensabili. La strada, l’aperto del mondo, i luoghi della vita sono gli scenari prediletti da Gesù per l’incontro con l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, il fascino e il desiderio nascono dalla prospettiva di realizzare oggi l’incontro con Lui. Da qui l’imperativo che contraddistingue la stagione ecclesiale che stiamo vivendo, una stagione problematica, feconda, inquieta, complessa: uscire.

Il leitmotiv che accompagna ogni progetto pastorale, ogni riflessione, la parola che è presente in tante omelie, riflessioni, condivisioni sembra essere proprio questa: uscire. Lo abbiamo detto, non lo abbiamo ancora fatto!
I tristissimi fatti ed eventi che la cronaca riporta e che incidono sui nostri stili di vita, sul nostro sguardo sul mondo ci invitano a chiuderci, a difenderci, a mantenere e consolidare le posizioni, a marcare un’identità forte e rassicurante, non c’è nulla di più rassicurante del dogma “abbiam sempre fatto così”! Mi pare che in questa tensione tra chiusura e apertura, tra uscire e rientrare nei ranghi, tra inventare e ripetere ci sia uno spazio straordinario perché l’animazione missionaria possa esprimere tutte le proprie potenzialità.

La commissione zonale, il gruppo missionario, la parrocchia non sono strumenti antiquati, non sono espressione nostalgica di ciò che era e che non è più: sono doni che la nostra tradizione ci consegna e che vanno rinvigoriti, arricchiti, nutriti; sono i primi ai quali chiede di uscire dalle comodità del deja-vu, di aprire strade nuove, rischiose, inusuali, controcorrente, fastidiose e inquiete. Qualcosa di nuovo sta germinando, nel nascondimento, senza clamore, con qualche fatica: nei prossimi mesi l’equipe del Centro Missionario Diocesano proverà a mettersi al passo di alcune Unità Pastorali che stanno cercando di interpretare nell’oggi il Vangelo di sempre, parrocchie che sanno sognare una evangelizzazione molto meno “clericocentrica” e aperte ai doni che lo Spirito non fa mai mancare alla sua chiesa.

Forse allora, senza attendersi eclatanti risultati, senza ricerca di successi secondo la logica del mondo, potremo dare qualche chance alle “linee per un progetto pastorale missionario nella Diocesi di Brescia”, superando il rischio di una rapida derubricazione a semplice progetto formalmente perfetto e completo ma desolatamente inattuato.

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