Missioni - Eventi

Festival della Missione: dicono di noi...

Piazza della Vittoria, elegante e razionale, dà il benvenuto a chi mette per la prima volta piede in città, sbucando da sotto terra. Ci si arriva in metro dalla Stazione centrale. Da piazza della Loggia a piazza del Mercato è tutto un percorso vitale che incrocia Storia e storie. Che ricorda le antiche impronte della Brexia romana di Vespasiano, ai Fori. Celebra eroi e papi. Vittime (dell’attentato del 1974) e martiri. Santi e uomini semplici. A Paolo VI è dedicata la piazza del duomo (nuovo e vecchio); a Sant’Agata una delle chiese più belle, assieme a Santa Maria dei Miracoli.
Siamo a Brescia. Città missionaria per eccellenza. Il santo Daniele Comboni, giunto fino in Sudan, vide la luce a Limone sul Garda, in provincia. Irene Stefani, beatificata in Kenya, nacque nei pressi. E anche Giovanni Fausti martire, pioniere del dialogo islamo-cristiano. Il primo Festival della Missione (12-15 ottobre) ha scelto la Leonessa d’Italia per parlare di Chiesa in uscita.
Ma partiamo dal titolo: perché “Mission is possibile?”. «Al di là delle evocazioni cinematografiche – spiega don Carlo Tartari, direttore del Centro missionario diocesano di Brescia - la nostra missione è possibile perché il Signore la rende tale. Dobbiamo interrogarci su cosa ci sta dicendo Gesù oggi, rispetto a dove e come poter essere presenti in quanto missionari. Quello attuale non è un tempo disgraziato, ricordiamolo! Al contrario è un tempo provvidenziale. Dio sta scrivendo la sua storia di salvezza dentro le situazioni nelle quali ci troviamo quotidianamente».

Sguardi profetici
E un festival missionario ha senso se possiede «non solo uno sguardo retrospettivo o sociologico, ma anche profetico sul mondo», dice. La doppia scommessa è «evitare la pura e semplice celebrazione di un passato missionario significativo ma che rischia l’autoreferenzialità, e parlare il linguaggio dell’uomo di oggi». I flashmob e i musical per esempio vanno in questa direzione. In piazza della Vittoria il coro gospel Joyful e il corpo di ballo “Espressioni corporee” si sono esibiti a fine settembre. «Credo che questa sia l’era dei Festival - dice Elisa, dello staff organizzativo - Facendo questo lavoro mi domando se è sempre un format utile, o solo un’etichetta. Vivendolo dall’interno mi sono resa conto che la tipologia del festival rende le persone molto più libere. Il festival recupera la dimensione della polis dell’antica Grecia. E’ la versione del “mercato”. Questo consente allo spettatore di sentirsi maggiormente parte della comunità».
Il movimento è “attivo” e chi osserva diventa co-protagonista, interagendo con relatori e personaggi. Fulcro e punto di riferimento costante dei tre giorni di ottobre a Brescia è la magnifica piazza Paolo VI che ospita le due chiese principali: la Rotonda o Duomo vecchio (dove il 13 ottobre si celebra la messa e si segue la Lectio Divina di Anna Maffei, pastora della Chiesa battista); e il Duomo nuovo o cattedrale di Santa Maria Assunta.

Youth Village e libri
Altro punto focale: il Centro pastorale Paolo VI, dove alloggiano gli ospiti, dall’arcivescovo di Manila, monsignor Luis Antonio Tagle, a padre Alejandro Solalinde, autore di “I narcos mi vogliono morto. Messico, un prete contro i trafficanti di uomini”. E dove ha vita lo Youth Village, la cittadella di Missio Giovani, coordinata dal segretario Giovanni Rocca. Le vie e le piazze si intrecciano, la vicinanza di luoghi e di chiese consente di essere fuori, nella polis, tra la gente che passando e vedendo si avvicina. Ma anche dentro, a portata di mano.
D’altra parte «Brescia non è per nulla nuova ai festival - spiega Elisa negli uffici del Cmd della diocesi, a pochi metri dal duomo -: a giugno si tiene “Corpus hominis”, il Festival della comunità in attesa del Corpus Domini». «La città, non quella ideale, bensì la nostra, dovrebbe diventare l’ambiente nel quale tutti possano sentirsi a casa, ugualmente protetti e ugualmente responsabili», si legge nel progetto di “Corpus hominis”. «Io mi sono innamorata del format festival a Mantova, col festival delle letterature – dice ancora Elisa – Poi ho fatto Crucifixus in Valcamonica. E da lì fino al recente “Corpus hominis” che rappresenta una serie di tappe di avvicinamento attorno alla ricorrenza del Corpus Domini. Il festival è quasi una festa ma in realtà è anche condivisione di tematiche e contenuti di spessore, non solo in formato di conferenza».
Il 5 ottobre ad esempio, in anticipo rispetto alle tre giornate di lavori, dai missionari comboniani di Brescia padre Daniele Moschetti presenta il libro “Sud Sudan, il lungo cammino sofferto verso la pace, giustizia e dignità”. Lo accompagna monsignor Giorgio Biguzzi. Sabato 13 ottobre invece è la volta dei giovani legati ai Missionari della Consolata che si esibiscono al teatro di San Giovanni Evangelista con una performance sull’Evangelii Gaudium. E in contemporanea c’è la presentazione del libro di suor Rosemary Nyirumbe, ugandese, autrice di “Cucire la speranza”, sempre alla presenza di monsignor Biguzzi.
Naturalmente anche il mondo dei laici e delle ong è valorizzato e “raccontato” al Festival se non alla pari di quello missionario classico, comunque con grande ricchezza di dettagli. Anche perché spesso, in realtà, i due ambiti si intrecciano con risultati eccellenti. Come avviene per le tre ong bresciane che fanno cooperazione allo sviluppo insieme: si tratta di Medicus Mundi Italia, SCAIP (Servizio Collaborazione Assistenza Internazionale Piamartino) e SVI (Servizio Volontario Internazionale). Hanno la loro sede nello stesso edificio e collaborano da anni. «Come Medicus Mundi siamo presenti in Africa ad esempio in Burkina Faso e in Mozambico – spiega Stefano Chiappa, presidente di Medicus Mundi –. In Burkina il tema Aids era molto attuale alla fine degli anni Novanta. Oggi prosegue nella forma pediatrica e con la lotta alla malnutrizione. In Mozambico invece abbiamo in carico un progetto che nasce dalla relazione tra diocesi. Siamo presenti nella provincia a Sud del Mozambico, con progetti agricoli, di sviluppo rurale e salute. E con la fabbrica della frutta in forma cooperativa a Maputo». E’ questa la storia al centro di una delle tavole rotonde del Festival con i laici protagonisti della missione.

Il bello deve ancora arrivare!
In effetti, data la ricchezza di esperienze e di storie missionarie (che qui sono lampanti perché concentrate in tempi e spazi ristretti) è difficile pensare che la missione sia oggi in declino. Per il vescovo emerito di Makeni questa non solo non è epoca di crisi ma è l’inizio di una nuova avventura. Il meglio della missione deve ancora venire, azzarda. E spiega: «Mi piace quello che Giovanni Paolo II diceva, ossia che “al sorgere del nuovo millennio la missione della Chiesa è ancora agli inizi”. Questo è bellissimo. Io sono ancora vivo agli albori di una nuova avventura cristiana! Siamo solo alla prima generazione che deve andare con ali nuove. Papa Francesco lo dice in modo diverso: “Ringrazio il Signore di essere arrivato all’inizio di una nuova epoca”».
Eppure il problema della Chiesa in Italia resta. «Ed è un po’ questo - argomenta ancora Biguzzi -: abbiamo un tesoro di eredità immenso che non va buttato a mare: è fatto di valori e di strutture. Ogni cento metri a Brescia abbiamo una chiesa e sono una più bella dell’altra. Ma è arrivato il momento di valorizzare nuove aree di missione. Nuovi “luoghi” non geografici e non fisici di evangelizzazione». Per farlo, conferma, «ci vuole una certa parresia: negli anni Cinquanta c’era un libro che leggevamo sempre con grande piacere, era di don Calabria e si chiamava Apostolica vivendi forma. Ecco, è arrivato il momento di intercettare e seguire anche oggi una nuova forma». Nuovi contenitori, nuovi format, nuovi mezzi, veicolano, questo è certo, anche nuovi messaggi.

Entrare nei processi e viverli
«Quanti laboratori abbiamo già fatto sul concetto di “non occupare spazi ma attivare processi”? – si chiede anche don Carlo Tartari – Ma non vediamo che la realtà è superiore all’idea? Che già siamo chiamati a cogliere e discernere la presenza e la volontà di Dio in quello che c’è, senza inventarci nulla?». Come dire, il processo è già in corso. Ci siamo tutti dentro. Tanto vale starci con convinzione, vivendo un “qui ed ora” per niente male. Altra scommessa di Brescia: «Vorremmo dare voce non tanto alle disgrazie o sciagure che accadono in luoghi altri – dice ancora don Carlo – ma soprattutto alla bellezza e alla spiritualità di quei luoghi». Che siano culture africane o asiatiche, spiritualità differenti e spesso più essenziali. Approfittando del fatto che questi uomini e queste donne bussano oggi direttamente alle nostre porte.
Domenica 15 ottobre, nella Sala dei vescovi della curia di Brescia, con l’incontro “Migranti, la missione in casa”, suor Raquel Soria della Consolata e suor Giovanna Minardi (dell’Immacolata - Pime) illustrano un bel progetto della Cimi per migranti in Sicilia, mentre Alì Ehsani, afghano, presenta il libro “Stanotte guardiamo le stelle”.

Corpi di intervento missionario per la Chiesa universale
La certezza della reversibilità della missione (ad intra e ad extra) ce l’ha ben chiara padre Tullio Donati, comboniano, che dal 1973 con alcune alterne vicende in Italia, ha vissuto praticamente quasi sempre in Congo. Ma il suo essere ritornato è stato altrettanto fertile del suo essere partito. «Mi sono ritrovato ad essere missionario anche qui - conferma -. Il mal d’Africa in realtà non esiste. Esiste il mal della gente d’Africa. Ossia la nostalgia delle persone. Ma ne troviamo moltissimi di pezzi d’Africa anche in Italia. A Brescia, ad esempio, seguiamo la comunità senegalese. Per immergerti devi uscire non tanto da un continente, ma da te stesso. Qui in Italia non sei tu il protagonista: è forse questa la cosa che ci fa male ammettere?». E poi la sua proposta: «Io penso che oggi i missionari dovrebbero essere una sorta di corpi di pronto intervento mobile a servizio della Chiesa universale». Difficile pensare di poter restare in missione 30 o 40 anni come in passato. «Si dovrebbe partire su richiesta, quando le Chiese locali hanno bisogno di formatori, di esperti, di comunicatori o di altro», propone padre Tullio.
Questa è un po’ l’esperienza di don Roberto Ferranti, bresciano, 41 anni, fidei donum in Albania per dieci anni, rientrato poco tempo fa nella sua diocesi con un ruolo delicato e bellissimo: direttore dell'Ufficio per il dialogo interreligioso. Si occupa delle relazioni islamo-cristiane. Al Festival di Brescia, don Roberto, oltre a stare nello staff degli organizzatori, ha il compito di accogliere gli ospiti, assicurare un servizio di assistenza e di accompagnamento. «Brescia ha dato all’Albania il gesuita martire padre Giovanni Fausti che è stato uno dei precursori del dialogo con l’islam. Ha scritto articoli molto belli che sono stati riediti adesso. Ma credo anche che sia inutile continuare a gloriarci del nostro passato. Se la mia tradizione mi ha consegnato questa figura, non basta far festa perché l’abbiamo beatificata. Penso che la forza dello Spirito nasca anche da questo: dalla capacità di prendere esempio per creare di nuovo». Ci racconta il seguito della sua storia missionaria che avevamo lasciato nella prima fase.
«Dopo Reshen in Albania, sono stato inviato nel distretto di Matt, nella città di Burrell dove non ci sono cattolici - racconta -: è totalmente musulmana. Con villaggi di presenze cristiane. Eravamo due sacerdoti di Brescia, io e don Gianfranco. Vivevo in casa con ragazzi albanesi che facevano con me un’esperienza di crescita umana. Eravamo gruppi piccoli perché con poche persone c’è maggior possibilità di scavare e di vivere una genuina esperienza comunitaria. Mangiare insieme, dividerci i lavori di casa, fare la lavatrice, mettere insieme i soldi per la spesa».
A Burrell, don Roberto ottiene anche un permesso del Ministero della Giustizia per entrare regolarmente in carcere come educatore. «Era un carcere di massima sicurezza, un ex istituto di detenzione politica, con 220 detenuti e una trentina di cattolici, con pene dai 20 anni in su», spiega. «Uno o due giorni a settimana potevo trascorrere la mattinata lì, incontrando anche altri detenuti nei cortili. E mi capitava di ascoltare storie e confidenze di molti fedeli musulmani», dice. Per loro era assoluta novità un’assistenza spirituale tra le quattro mura della prigione.
«Non è stato facile tornare a casa dopo 10 anni – confessa don Roberto - Con la convinzione di non entrare in un sistema ma di mettermi a disposizione per camminare con delle persone. La missione mi ha insegnato questo: se non si ritorna in età giovanile non si riesce più ad entrare nelle nostre realtà: io torno in Italia ma ci torno da missionario, libero e sereno con le istituzioni ma con la voglia di fare. Al Festival mi occupo dell’accoglienza, sia dei delegati che delle autorità. In particolare del cardinale Tagle e del cardinale Ernst Simoni».
Quest’ultimo è un personaggio importante per l’Albania: il 24 dicembre 1963, dopo la messa di Natale, venne arrestato dal regime comunista, con l'accusa di aver celebrato a suffragio del presidente John Fitzgerald Kennedy, assassinato pochi mesi prima. Incarcerato e torturato, venne condannato a morte, ma la pena fu successivamente commutata in 25 anni di prigionia e lavori forzati. Questo incredibile uomo è a Brescia per consegnare il premio “Cuore amico” la mattina del 14 ottobre dopo la messa in Duomo vecchio. E sarà possibile dialogare con lui e scoprire un altro pezzo di Albania in Italia.

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