Fidei Donum

Don Mario Neva

Fidei Donum in Canada

Nato a Brescia IL 18.04.1949, della Parrocchia S. Maria in Calchera in città. Ordinato a Brescia il 07.06.1975. Vicario cooperatore presso il Gesù Divin Maestro a Roma (1975-1976); Vicario cooperatore al Divin Redentore in città (1976-1989); insegnante presso il Seminario (1992-1999), Parroco alla Noce in città (1989-2001); Assistente spirituale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia (2001-2007); Parroco al Villaggio Sereno I e al Villaggio Sereno II (2007-2010). Dal 2011 al 2016 Fidei Donum in Benin.

Attualmente è Fidei Donum presso l'Arcidiocesi di Montréal in Canada.

LA MISSIONE DI DON MARIO

Il 7 luglio, siamo partiti dalla Malpensa per il Canada. Il plurale è d’obbligo, siamo infatti partiti in due, Don Carlo e Io: don Carlo è poi rientrato, e io sono rimasto. In due tutto è certamente più piacevole e più facile, da soli ci si interroga ad ogni istante; Gesù stesso mandava i suoi discepoli a due a due. Essendo Gesù l’inventore della ‘vocazione’ e della ‘missione’, mi aspetto sempre che, da un momento all’altro, arrivi qualcuno. I Padri scalabriniani hanno chiesto al nostro Vescovo di dare man forte alle parrocchie italiane di Montréal. Aiuto!

I sacerdoti stanno mancando dappertutto, eccetto che in Africa e in Asia. Dopo un mese di permanenza a Montréal, le impressioni sono vive e complesse; si tratta del primo viaggio oltreoceano, sebbene l’idea di arrivare in Canada e in America, sia balenata in testa più volte nel passato. Siamo dunque immersi in un mondo fatto dalla somma, ai nostri occhi infinita, di esseri limitati; il tutto dentro la perfezione del Creatore Intelligente…

La prima constatazione, arrivato in Canada, è quella della vastità. Insisto su questa impressione spaziale, perché conduce molto lontano.

La maggior parte degli esseri umani si concentra su alcune aree abitate, lasciando immensi spazi deserti. Guardando dall’alto una piccola porzione del Canada, seconda superficie nazionale del mondo dopo la Russia, mi viene in mente che si potrebbero fondare cento città come Brescia, considerando che oggi le tecnologie permettono cose un tempo difficili a realizzarsi. Ma per fare questo occorre lo spirito delle cose nuove, della ‘nuova frontiera’, occorrerebbe pensare più all’innovazione che alla conservazione, occorrerebbe lo spirito dei primi coloni e dei nostri emigranti di prima generazione. Da qui nasce la seconda constatazione: è evidente che il Canada, come penso l’America, sia stato un campo di sfida tra l’uomo e la natura.

A questa sfida hanno partecipato più di un milione di italiani, soprattutto a partire dagli anni cinquanta. Il risultato evidente è che il tenore di vita è diventato medio alto. Il benessere si sostiene facendo del lavoro lo scopo primario: il welfare è tra i primi al mondo, ma le tasse sono elevate e il territorio totalmente controllato. Le pubblicità nazionali insistono sull’orgoglio di essere canadesi, di essere gente che lotta e vince, superando i limiti…e io sono proprio capitato qui.

Il concetto di sintesi cui approdo è quello di trovarmi di fronte ad un vastissimo laboratorio umano, un enorme cantiere in fase di costruzione, di natura sostanzialmente positiva, dove non mancano, minacciose, le ombre.

L’impressione visiva è potente; ovunque, per strada, nei Centri Commerciali, negli Uffici, nelle Università, trovi mescolati insieme esseri umani provenienti da tutte le parti del mondo. Questo succede in parte anche da noi, a Brescia, in Italia e in Europa, ma dentro una atmosfera ed uno spirito evidentemente molto diversi.

Su queste basi si innestano ad ondate successive le grandi e progressive migrazioni, di cui i miei amici scalabriniani, dove sono attualmente ospite, conoscono lo sviluppo complesso. Nasce dunque il cosiddetto ‘modello canadese’, modello fondato sul pluralismo, l’inclusione, la tolleranza, la partecipazione ad una impresa comune, quella cioè di creare uno stato moderno, unito nelle differenze; il fine è quello di permettere la promozione umana di tutti e di ciascuno. Certamente fa una certa impressione, girando in bicicletta, transitare in pochi minuti attraverso il quartiere ebraico, i quartieri italiani, portoghesi, haitiani, latinos, cinesi, libanesi, siriani, grechi, giapponesi etc.

Oserei dire che la pedagogia è l’elemento dominante del modello canadese. Girando, in bicicletta per l’appunto, ho comunque tempo e possibilità di pensare. Mi dico che l’immigrazione è stata, insieme alle materie prime, la più grande risorsa del Canada. Gli immigrati dunque visti non come programma umanitario, gente da accogliere e da aiutare, ma come una necessità, necessità di occupare uno spazio immenso, di costruire case, grattacieli, strade ponti, infrastrutture.

I bambini nascono finanziati dallo stato ma l’aborto è libero. La dolce morte, l’eutanasia, si sta diffondendo legalizzata. Si consuma molta droga e si sta passando dalla legalizzazione per motivi medici alla legalizzazione. Gli immigrati degli anni sessanta non vedono con favore l’ingresso di nuovi immigrati, soprattutto mussulmani. Gli emigranti di seconda e terza generazione, sono perfettamente integrati in un sistema politico, economico, culturale, che genera consenso, ma che rifiuta di considerare le problematiche fino in fondo, e che rifiuta la profondità. Ricchezza e povertà diremmo noi.

La sensazione di incompletezza, di vuoto è comunque forte e degna di essere presa in considerazione. Sulla terra siamo di passaggio.

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