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16/04/2017 | Omelia del Vescovo Luciano Monari

Messa di Pasqua

Cattedrale di Brescia, 16 aprile 2017

I cristiani d’oriente si scambiano gli auguri pasquali non dicendo: “Buona Pasqua” o un saluto equivalente, ma dicendo: “Cristo è risorto” e rispondendo: “è veramente risorto.” La stranezza sta nel fatto che queste parole non sembrano costituire un augurio; richiamano sì un evento (la risurrezione di Gesù) ma non augurano nulla di preciso: né salute, né felicità, né lunga vita. Eppure in quel breve saluto sono racchiusi tutti i possibili desideri che possiamo nutrire per noi e per gli altri, tutti i possibili auguri. Dire che il Signore è risorto significa dire che l’oscurità della notte cede alla luce del giorno e quindi augurare la luce; che il male è stato sconfitto una volta per tutte dall’amore invincibile di Dio e quindi augurare la liberazione da ogni male del corpo e dello spirito; che le catene dell’orgoglio e dell’egoismo sono sciolte e quindi augurare la libertà del cuore; che il potere della morte è stato sconfitto e quindi intonare un inno di ringraziamento e di vittoria. Davanti alla risurrezione di Gesù possiamo dire con il profeta: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua grandezza.” Dio ha compiuto cose grandi in Gesù Cristo e noi benediciamo Dio perché la sua opera di vittoria diventi effettiva per ciascuno di noi, per tutti noi insieme. Ma che cosa significano realmente queste parole; che cosa significa in particolare il termine: ‘risurrezione’? Gesù non è tornato a vivere per morire qualche tempo dopo; è entrato in una condizione di vita nella quale la morte non ha più nessuna presa su di lui – non la malattia, non la vecchiaia, non la debolezza; è sfuggito alle dinamiche del mondo dove la morte rimane sempre come orizzonte ultimo della vita per entrare nella dinamica di Dio dove la vita non ha limite e non ha termine. Impossibile immaginare qualcosa del genere, che supera radicalmente la misura delle nostre esperienze. Possiamo dire di più?

Possiamo dire anzitutto che Gesù di Nazaret è vivo; in una forma diversa dal Gesù terreno, s’intende, ma proprio lui, Gesù, col suo corpo e il suo spirito, con le sue parole e i suoi gesti, con le relazioni che hanno arricchito la sua esistenza umana. Gesù appartiene al passato e allora gli storici si affaticano nel tentativo di comprendere la sua vita nel contesto della Palestina, al tempo di Cesare Augusto e di Tiberio; ma Gesù è realmente vivo oggi e allora i credenti possono entrare in relazione con Lui, ascoltando le sue parole – quelle del vangelo; sperimentando la sua opera di salvezza – nei sacramenti; rivolgendosi a lui nella preghiera per ringraziare e supplicare; consegnando a lui la loro speranza, certi di non rimanere delusi. Paolo poteva dire con parole stupende: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne, la vivo però nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato la sua vita per me.” Riconosceva, Paolo, di continuare a vivere ‘nella carne’ e cioè nella debolezza della condizione umana; e tuttavia affermava che misteriosamente Cristo aveva preso dimora in lui; che i suoi desideri, le sue decisioni, non erano più determinati dalla carne, cioè dell’egoismo e dalla volontà di affermarsi; provenivano, invece, dallo Spirito di Gesù, traducevano il desiderio di fare la volontà di Dio, di amare i fratelli, di sperare nella vita eterna.

Ma perché abbiamo bisogno di Cristo? È solo per un affetto personale, per un’abitudine sociale, per una tradizione religiosa? No: in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo è Dio stesso che si è fatto vicino a noi, che ci ha amato in modo sensibile e concreto con parole e gesti umani, che ci ha offerto la riconciliazione nonostante i nostri peccati. Abbiamo bisogno di Cristo come abbiamo bisogno di Dio, del suo Spirito e della sua grazia; il Cristo risorto continua a essere il mediatore nel quale Dio e uomo s’incontrano, nel quale ci viene offerto uno spazio di libertà e di amore entro il quale giocare in modo positivo la nostra vita. Perché questo è il problema vero: ci troviamo a vivere senza averlo voluto ma, siccome siamo persone intelligenti, non riusciamo a vivere senza interrogarci: ha un senso la vita che vivo? c’è qualcosa che sono chiamato a realizzare? che uso voglio fare del tempo che ho, delle capacità che mi sono date, delle relazioni che vivo? Se non ci si pongono questi interrogativi, rimane solo il problema di inventare il modo migliore per ingannare il tempo; ma è davvero umano vivere senza chiedersi che senso abbia vivere? È davvero umano cercare un’emozione dopo l’altra per non cadere in depressione davanti alla banalità della nostra vita? Panem et circenses era, secondo Giovenale, il desiderio ansioso della plebe romana[1]: qualcosa da mangiare e qualcosa con cui distrarsi – tutto qui?

Abbiamo ripercorso in questa settimana santa gli ultimi giorni della vita di Gesù, una vita drammatica, spesa facendo del bene, sanando quelli che erano schiavi del male. Una vita che ha suscitato un’opposizione sempre più dura fino all’esito tragico della condanna a morte e della crocifissione; tutto, fuorché una vita banale. La Pasqua, la risurrezione è il sigillo che Dio stesso ha posto sulla vita di Gesù proclamandola come autentica, degna, pienamente umana. Aveva ragione Pilato quando, presentando il Gesù flagellato alla folla, diceva: “Ecco l’uomo!” L’uomo che Diogene, il cinico, cercava di giorno con la lampada accesa perché non riusciva a trovarlo nella persone che lo circondavano, non va cercato in alto, nelle stanze del potere; e nemmeno di traverso, nelle astuzie del piacere. Va cercato nella vita umile di chi confida in Dio e ripete ogni giorno il ‘sì’ alla vita; di chi cerca il bene, rifiuta la furbizia disonesta, non si perde in paradisi artificiali ma porta con pazienza il peso quotidiano della responsabilità verso gli altri. Di queste persone e della loro vita è modello Gesù di Nazaret, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Quando dico che dobbiamo dare un senso degno alla nostra vita non intendo che dobbiamo fare cose grandi – come sarebbe il gestire fette ampie di potere; intendo che dobbiamo fare cose buone: lavorare con onestà e competenza, essere così sinceri e leali che gli altri possano contare su di noi, portare con pazienza le tribolazioni quotidiane, sciogliere i risentimenti con la riconoscenza per il dono della vita.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro, però, le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque abbia fatto un patto con la morte e si serva della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla forza del potere, sulla furbizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un contenuto di bontà a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte delle ambiguità del mondo e della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre cercavamo di percorrere un cammino di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

[1] “Duas tantum res anxius optat: Panem et circenses.” Sat, x,81.

16 aprile 2017 - S. Messa Pontificale

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