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15/02/2018 | Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada

S. Messa Pontificale

Basilica dei Santi Faustino e Giovita, giovedì 15 febbraio 2018

Ho la gioia di celebrare per la prima volta insieme a tutti voi la Solennità dei santi patroni Faustino e Giovita. Alla loro intercessione la Chiesa di Brescia da secoli si affida e ogni anno fa festa per loro, sentendosi da loro difesa, guidata, amata. Martiri di Cristo, questi santi hanno mostrato per la loro parte quanto fossero vere le parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: “Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani”. Sono le parole che abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo di Matteo appena proclamato. Davvero Faustino e Giovita hanno dato testimonianza davanti a governatori e re, nella Brescia del romano impero. Lo hanno fatto con coraggio e con umile fermezza, non temendo di mostrarsi cristiani. Li animava una convinzione profonda, che l’apostolo ha ben espresso nel brano della Lettera ai Romani proposto a noi dalla liturgia come seconda lettura. San Paolo, infatti, prima si domanda: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?”. Quindi risponde: “In tutte queste noi siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati”. Apparentemente sconfitti dai loro carnefici, questi martiri in realtà sono dei trionfatori: l’amore di Dio che ha conquistato i loro cuori ne ha fatto degli autentici ambasciatori della forza rinnovatrice del Vangelo, nei primi decenni della vita della Chiesa.

Secondo la tradizione Faustino e Giovita erano persone molto in vista. “Nacquero a Brescia – è stato scritto – da nobile e cospicua famiglia fra l’anno novantesimo e novantaseiesimo di nostra salute. I loro genitori, capi del senato bresciano, erano pagani … Nulla sappiamo dei loro primi anni, ma è certo che appartennero all’ordine equestre e furono perfetti cavalieri e gentiluomini, come lo esigeva la nobiltà del loro lignaggio”. Dunque personalità di rilievo anche dal punto di vista sociale.

C’è però un particolare che io vorrei oggi sottolineare, a mio giudizio molto significativo, ed è quello del loro martirio in età giovanile. Faustino e Giovita morirono giovani, o meglio, offrirono la loro vita per Cristo nella stagione della giovinezza. È un particolare che ritroviamo nella tradizione letteraria e che riceve conferma da tutta l’iconografia riguardante questi martiri bresciani.

Ha indubbiamente il suo fascino poter invocare come patroni dei giovani. Il sentimento che sorge al pensiero di questo affidamento è un misto di sicurezza e di freschezza. È un sentimento che evoca protezione ma anche passione per la vita, slancio ed entusiasmo, forza di speranza – tratti questi tipici dell’animo giovanile. Viene poi spontaneo affidare a patroni giovani tutti i giovani, in particolari i nostri giovani, i giovani di questa Chiesa, di queste terre, di questa amata città.

Sorge tuttavia anche un’altra esigenza: quella di condividere nella circostanza odierna qualche riflessione sull’attuale condizione dei giovani, sulle loro attese e le loro speranze, sul contributo che essi possono offrire alla società e alla Chiesa, sul compito e la responsabilità del mondo degli adulti nei loro confronti. Vorrei tentare di spendere al riguardo qualche parola, perché si tratta di un tema che mi sta molto a cuore ed anche perché all’orizzonte si profila l’evento del Sinodo sui giovani, la cui celebrazione si terrà, per volontà di papa Francesco, nel prossimo mese di ottobre. Abbiamo voluto promuovere in diocesi un ascolto dei giovani serio e sereno, che consideriamo indispensabile in vista di un’azione successiva da progettare e sviluppare insieme. E poiché questo ascolto si è effettivamente avviato ed è tuttora in corso, avrei piacere di offrire qui un primo riscontro, facendo per così dire risuonare la voce dei giovani che hanno voluto condividere con noi il loro pensiero. Sono emerse attese, aspirazioni, speranze che domandano seria considerazione. Provo qui a riassumerli, cercando di dire con parole più concise e certo meno cariche di vita, quanto essi hanno espresso finora con ben altra intensità.

I giovani vorrebbero vedere persone più innamorate della vita, più capaci di diffondere entusiasmo; persone che parlano di felicità e non soltanto di regole, che aprono prospettive e danno respiro, che seminano speranza. “Parte del malessere dei giovani – dicono – proviene dall’esserci trovati immersi nel benessere e nel consumismo, senza che qualcuno ci aiutasse a riconoscerne i rischi”.

I giovani cercano valori incarnati in volti precisi e persone di cui fidarsi. Avrebbero piacere di incontrare adulti che sappiano ascoltare i loro progetti con fiducia e che si ricordino di essere stati giovani.

Domandano inoltre coerenza e trasparenza, onestà e sincerità. Vorrebbero meno ipocrisia e doppiezza, meno pregiudizi.

Esigono un grande rispetto per la loro libertà e rifiutano ogni forma di imposizione, ma si mostrano desiderosi di comprendere e apprezzano tutto ciò che viene presentato con convinzione e competenza. Sentono l’esigenza di spazi di autentico confronto, perché si ritengono naturalmente portati a valorizzare le diversità.

Ci esortano a privilegiare l’interno rispetto all’esterno, a creare occasioni e ambienti per coltivare l’interiorità, aprendo così nuovi orizzonti e offrendo possibilità di sane relazioni. Lasciano trasparire un forte bisogno di spiritualità.

Chiedono di essere ascoltati con sincerità, di non essere frettolosamente giudicati, di venire rispettati nella loro originalità. Lamentano di sentirsi spesso marginali e di venire anche sfruttati. Rivendicano il diritto di essere nel giusto modo protagonisti e constatano a malincuore che troppo spesso le decisioni sono prese da altri o che le nuove presenze vengono fagocitati da entità e logiche di potere. I giovani avrebbero piacere di contribuire a costruire un mondo nel quale adulti e giovani imparino con umiltà gli uni dagli altri.

Un dato in particolare vorrei segnalare, che si impone per il suo carattere paradossale: riguarda il desiderio dei giovani di avere famiglia e di generare figli. Un’indagine promossa dall’Università Cattolica segnala da un lato un forte desiderio di maternità e paternità nei giovani di oggi, dall’altro la decisione effettiva e diffusa di procrastinare di molto la generazione di un figlio. Emerge qui una evidente distanza tra la tensione ideale e il duro confronto con la realtà. “Il desiderio di avere una famiglia c’è nella testa dei giovani – si legge in un intervento dei giovani – ma purtroppo non è sempre fattibile. Ci vuole molto impegno e sacrificio per averne la possibilità”. Si riconoscono qui in modo evidente le responsabilità del mondo adulto.

Siamo così necessariamente invitati a interrogarci su quello che è il nostro compito, il compito dell’attuale società nei confronti dei suoi giovani. Non potremo e non dovremo sottrarci a questo interrogativo serio. Quello dei giovani, con un’attenzione specifica alla natalità, è infatti il punto strategico di un rilancio complessivo del nostro vivere civile, un crocevia, un banco di prova per tutta la società e in particolare per la nostra società bresciana. Occorre avere il coraggio di aprire nuove strade o, pe meglio dire, di avviare con decisione processi promettenti.

Il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, intesa come coscienza della comunità civile nella sua dimensione più vera. Una comunione di cittadini che si precisa ulteriormente nella direzione di un radicamento locale e diviene senso vivo di appartenenza alla propria terra, fierezza delle proprie tradizioni e della propria cultura, desiderio di coltivare onestamente una forma di vita serena e prospera, apertura ad ogni contributo positivo, impegno intelligente e creativo per giungere a realizzare i propri obiettivi: il tutto senza chiusura, ma con un respiro universale.

Si delinea così una sorta di alleanza sociale, decisamente suggestiva ed efficace, che sarà in grado di contrastare, almeno sul proprio territorio, il potere di un’economia rapace ispirata dal principio del profitto ad oltranza, supportata da una tecnica svincolata per principio da ogni regola morale. Questa stessa alleanza sociale diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica sempre più vera, che torni ad essere con decisione arte di governo, in grado di assumere con onestà, intelligenza e lungimiranza il suo indispensabile compito.

Partiamo dunque dal territorio per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide che il momento chiede di affrontare. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione cultuale e – mi sento fortemente di aggiungere – spirituale.

I nostri giovani hanno bisogno di segnali forti e chiari di rinnovamento. Ci chiedono una svolta nel nostro modo di vivere insieme, cioè di impostare la società. Ne va del loro futuro. Non possiamo permetterci di illudere e di deludere. Promesse vaghe e proposte di propaganda non servono e non fanno bene. È tempo di assumere sul serio la sfida di quel domani che si costruire nell’oggi e che esige un pensiero alto e onesto, lungimirante e insieme concreto. È necessario avviare ora ciò che porterà a un reale cambiamento nel futuro prossimo e in quello remoto. Occorre pensare ai frutti futuri di un’azione ben impostata sin d’ora, quei frutti che vedranno e gusteranno quanti continueranno a vivere dopo di noi. Il mondo è più loro che nostro! Liberati da una testarda e inconfessata gelosia, forse dovremmo avere l’onesta di riconoscerlo. Un cuore puro e pacificato diventa capace di guardare alle nuove generazioni con tutto l’affetto che meritano, con l’attenzione e la cura che si attendono, con la sincera soddisfazione di vederli felici. Non potremo mai perdonarci di aver anche solo indebolito la loro speranza.

Il poco tempo di permanenza qui a Brescia non mi ha tuttavia impedito di cominciare a percepire problemi seri sul versante giovanile, ma anche segnali positivi. Ci preoccupa il tasso ancora alto della disoccupazione giovanile, l’aumento del numero dei giovani che non studiano e non lavorano, il rischio crescente della dipendenza giovanile da stupefacenti, alcool e gioco, il clima di incertezza e in qualche caso anche di violenza che si respira anche tra le nuove generazioni. Fanno invece ben sperare le indicazioni che giungono dai diversi mondi che compongono la società civile. Penso in particolare al mondo del lavoro, con il settore imprenditoriale, agricolo e industriale, con il settore commerciale e con il settore della cooperazione. Ma penso anche al mondo dei nostri enti culturali ed educativi, con le due università in crescita, le accademie, le grandi scuole statali e paritarie, le società sportive. Penso ancora al grande mondo del welfare e a quello delle associazioni, con il volontariato ad esse collegato, patrimonio straordinariamente prezioso. Penso, infine, al mondo dei nostri Oratori e degli altri enti educativi più specificamente ecclesiali, espressione di una cura generosa e sapiente della nostra Diocesi per i ragazzi e per i giovani.

Ho apprezzato in particolare la sincera disponibilità dei responsabili dei settori di questi mondi di operare a favore dei giovani, la consapevolezza della rilevanza di questo tema che in realtà è molto di più di un argomento cui dedicare convegni e giornate di studio. È indispensabile passare ad una fase più decisamente progettuale ed operativa, unire le forze e prima ancora le intelligenze. L’auspicata alleanza sociale, cui si faceva cenno, preservata dal rischio del confronto inconcludente, potrebbe davvero condurre a scelte sapienti e a proposte efficaci. Personalmente, avrei tanto piacere che i giovani diventassero davvero una priorità e che guardando a loro si valutassero tutte le proposte che la società e in particolare la politica intende mettere in campo, con una specifica attenzione, mi permetto solo di accennare, alla questione femminile, in particolare al rapporto tra professione e maternità.

Ai giovani vorrei dire: siate voi stessi. Date respiro alle qualità che contraddistinguono la primavera della vostra vita e che tutti noi abbiamo conosciuto: l’esuberanza, la fantasia, il coraggio ma anche il senso dell’onore, la lealtà, la radicalità, la purezza. Non temete di decidervi e di scegliere, non siate perennemente incerti. Siate liberi in coscienza, appassionati ricercatori della verità, coltivatori di quel sano senso critico che è sempre costruttivo. Non permettete che siamo altri a pensare al vostro posto, non cedete al condizionamento di un’opinione pubblica che solo apparentemente è neutrale. Sappiate affrontare la grande sfida della libertà: diversamente da quanto spesso si pensa, essa non è arbitrio e indisciplina, non è resa incondizionata alle proprie voglie, ma sapiente governo di sé stessi e ordine di vita. Nella sua prima lettera così si esprime l’apostolo Giovanni: “Scrivo a voi giovani perché siete forti e la Parola di Dio rimane in voi e avete vinto il maligno” (1Gv 2,14). È così che Giovanni pensa i giovani: forti e vittoriosi, capaci di sostenere la lotta mortale contro il maligno e in grado di non uscirne sconfitti. Questa è vera libertà. Il segreto di questa vittoria liberante è il radicamento nella Parola di Dio, cioè la piena comunione con Dio che si è rivelato in Cristo. I giovani che credono attingono la loro energia di vita alla sorgente di bene che scaturisce dal mistero stesso di Dio, dall’amore onnipotente che è il cuore trafitto di Gesù.

Ritorniamo così ai santi patroni Faustino e Giovita, martiri per amore di Gesù e giovani vittoriosi. Primizia del cristianesimo bresciano, essi sono anche l’esempio di una fede fresca, appassionata e – oserei dire – estrema. È la fede dei giovani. Di questa ha bisogno anche oggi la Chiesa: di una fede che si mantenga giovane a tutte le età e di una fede che conquisti le attuali giovani generazioni. Una fede che rifletta la perenne giovinezza del Vangelo e dimostri tutta la sua forza di vita. “La Chiesa ha bisogno di più primavera – ha scritto papa Francesco – e la primavera è la stagione dei giovani”.

All’intercessione preziosa dei nostri santi patroni affidiamo questo desiderio sincero, mentre invochiamo su tutti nostri giovani, per mezzo loro, la benedizione del Signore.

15 febbraio 2018 - S. Messa per i Santi Patroni

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