Sala I   •   Sala II   •   Sala III   •   Sala IV   •   Sala V   •   Sala VI   •   Sala VII   •   Sala VIII  
     
 

Galleria: Sala III - La pittura monumentale del Rinascimento

L’affinarsi del linguaggio moderno presso i maestri del Rinascimento bresciano ha la sua massima espressione nella pittura d’altare: le grandi pale commissionate a Moretto e Romanino per le maggiori chiese cittadine sono l’esempio della divulgazione del verbo rinascimentale secondo i caratteri propri del linguaggio locale in costante ricerca di equilibrio tra istanze antiche e rinnovamento in chiave veneta e classicista.
I capolavori del Moretto, a partire dalla monumentale Natività per Santa Maria delle Grazie dove si mette in atto, entro un lucido impianto scenico, una costruzione declinata secondo un inconfondibile sapore realistico che ha uno dei suoi vertici nella cesta con i pannicelli posta in primo piano, evidenziano le scelte del maestro verso una rilettura raffreddata e obiettiva dello sfarzo cromatico e rappresentativo della pittura veneziana, specie di Tiziano. La Pentecoste, un tempo in San Giuseppe, è una derivazione tutta bresciana dalle invenzioni del Vecellio, così come la pala raffigurante i Santi Antonio Abate, Antonio da Padova e Nicola da Tolentino, rilegge e attualizza in forme robuste e pienamente rinascimentali le costruzioni approntate ancora sul finire del Quattrocento da Giovanni Bellini.
Analogo, ma più contrastato, per la quantità di riferimenti culturali e per il farsi sempre più forte della marca emotiva, è il percorso del Romanino: la pala raffigurante San Paolo e quattro santi, proveniente da San Giuseppe, è un esempio di organizzazione ancora iconica delle figure, ravvivato semmai da qualche gioco luministico che serve a sottolineare la consistenza materica della grande abside immaginata a mosaico entro la quale albergano massicce le figure dei santi. Ben diversa è la concezione della Pala di San Domenico, concepita come un grandioso spettacolo all’aperto dove l’assembramento di santi attorno a san Domenico e la concitata curiosità che tutta si concentra sull’evento trinitario posto in alto, evidenzia con il suo sfarzoso affastellarsi di particolari la ricezione della lezione veneta del Rinascimento maturo che l’artista tramuta, irrobustita, in quelle figure titaniche e quasi costrette nello spazio dipinto che si incontrano negli affreschi della Cena in casa del Fariseo e nella Cena in Emmaus, provenienti entrambi dall’Abbazia benedettina di San Nicola di Rodengo.
La lezione dei grandi del Cinquecento diventa un punto obbligato per la pittura locale della seconda metà del secolo e dei primi decenni del Seicento. Artisti come Pier Maria Bagnatore, Pietro Marone, Tomaso Bona e successivamente Grazio Cossali, Antonio e Bernardino Gandino, fino a Pompeo Ghitti che traghetta la pittura bresciana verso il Settecento, avranno nella monumentalità impostata da Moretto e Romanino lo snodo obbligato per la costruzione dei linguaggi nuovi che dal manierismo conducono al Barocco.

 

Bernardino Licinio (1498-1565) attr.
Salita al Calvario
olio su tela, 85 x 106 cm
Brescia, Cattedrale
Inv. 1319

Il dipinto, in buono stato di conservazione, reso noto dal Berenson (1894), fu accostato per la prima volta al pittore bergamasco Bernardino Licinio. Presente alla mostra d’Arte sacra di Brescia del 1904 come opera di scuola veneta del XVI secolo, veniva riportato al Licinio da Venturi (1928) e da Morassi (1939). Più recentemente anche Luisa Vertova lo assegnava al bergamasco. Gli studiosi del secolo scorso videro il dipinto in Duomo Vecchio; Morassi lo diceva collocato alla parete destra del coro. In epoca imprecisata fu spostato in Duomo nuovo, nell’atrio antistante alla Sala Capitolare.
Forse sulla base dell’errata informazione sul supporto e per la mancanza delle misure, la Vertova ipotizzava che l’opera potesse essere parte della predella di un polittico smembrato che la studiosa riteneva potersi forse riconoscere in quello dipinto dal Licinio per il Duomo di Lonato nel 1528.
A tutti gli effetti l’opera non può considerarsi, soprattutto per le dimensioni, parte di una predella anche se non è ancora nota l’ubicazione originaria e la committenza.
Nel dipinto l’artista mostra di conoscere bene la cultura artistica nordica, giunta in loco attraverso le incisioni e coniugata con riferimenti più che puntuali con la pittura di Romanino, Savoldo e Altobello Melone.

Bibliografia
B. Berenson, Venetian Painters of the Renaissance, London 1894, p. 102; A. Venturi, Storia dell’Arte Italiana, vol. IX parte III, Milano 1928, p. 31; A. Morassi, Catalogo delle cose d’arte e di antichità. Brescia, Roma [1939], pp. 182-183; L. Vertova (scheda a cura di), in I pittori bergamaschi. Il Cinquecento I, Bergamo 1980, p. 414 n. 20.
 
     
A cura del Servizio informatico della Curia di Brescia - WebMaster * Servizio Informatico
Valid XHTML 1.0 TransitionalCSS Valido!