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Galleria: Sala VII - Capolavori in miniatura
In questa sala sono raccolte quattro opere di piccolo formato ma di grande raffinatezza per l’esecuzione e l’invenzione. Il Volto di Cristo dipinto su pietra, proveniente da Mocasina, è stato attribuito alla cerchia di Tiziano (Pieve di Cadore 1490ca-Venezia 1576) e riprende dell’artista cadorino l’intensità psicologica e i caratteri stilistici che lo avvicinano alle opere della prima maturità. Il tipo fisiognimico, utilizzato in più occasioni dal Vecellio, è interpretato anche in quest’opera con finezza di conduzione e grande sensibilità esecutiva.
Ad Alessandro Bonvicino, il Moretto (Brescia 1498ca-1554) e alla sua bottega, è attribuita la Madonna con il Bambino e un angelo, opera destinata alla devozione privata e conosciuta in diverse versioni tra le quali la migliore si conserva a Milano nella Pinacoteca di Brera. La scena di domestica semplicità si apre su un arioso esterno; la figura monumentale della Vergine in dialogo silenzioso col Figlio è accompagnata dalla presenza discreta di un angelo che tiene tra le mani alcune rose.
La Trasfigurazione di Cristo è un prezioso bozzetto della pala per l’altare maggiore della chiesa di Sant’Afra in Brescia (oggi Santuario di Sant’Angela Merici) opera dell’attività estrema di Jacopo Tintoretto (Venezia 1518-1594). La conduzione veloce e compendiaria del dipinto non impedisce di apprezzare la grandiosità della composizione e la perizia nella costruzione dei valori cromatici. Raffrontato alla pala, opera eseguita con l’apporto di molti aiuti, il bozzetto risulta più libero e brioso, quasi uno schizzo, un appunto per la futura realizzazione in grande del soggetto.
A uno scultore siciliano del Seicento è, infine, assegnata la statua della Madonna con il Bambino in alabastro, copia da un originale di Nino Pisano (Pisa 1315ca-1368). Il manufatto segnala l’interesse, anche in epoca barocca, per la scultura gotica e i rapporti – forse insospettabili – tra l’ambiente culturale bresciano e la Sicilia.
Jacopo Robusti detto il Tintoretto (Venezia 1518-1594)
Trasfigurazione di Cristo
olio su tela, 47 x 33 cm
Brescia, Centro Mericiano
La piccola tela è il bozzetto della pala d’altare della chiesa di Sant’Afra in Brescia (oggi Santuario di Sant’Angela Merici), realizzata negli anni estremi dell’attività del pittore veneziano. La grande pala, ricordata per la prima volta dal Ridolfi (1648), è riconosciuta dalla critica come opera largamente di bottega, sebbene sia firmata in basso a destra. In particolare Pallucchini (1982, p. 108) riferendosi al Coletti (1940) ritiene che “tutta una serie di pale d’altare da San Giorgio Maggiore (il Martirio di Santo Stefano, quello dei Santi Cosma e Damiano, la Risurrezione di Cristo e la Incoronazione della Vergine), nonché la Trasfigurazione del Santuario di Sant’Angela Merici di Brescia, dove al Tintoretto spetta poco più dell’impianto progettuale, mentre l’esecuzione è lasciata alla bottega. Poiché ormai Domenico Tintoretto svolge in proprio una larga attività pubblica, è probabile che in tali opere abbiano lavorato anche altri membri della famiglia, specialmente il genero Casser”.
Tale impianto generale, “l’idea grandiosa, di ampio respiro e di una certa suggestione nello stesso impianto luministico” (Pallucchini, 1982, p. 232) solo in parte tradotta dal pennello di Domenico e degli altri collaboratori, è invece resa con freschezza nel bozzetto che, a buon diritto, può essere assegnato al pennello di Iacopo e dovrebbe mostrare l’idea originaria voluta dal maestro nel suo svolgersi maestoso di gruppi monumentali contrapposti al gioco insinuante del chiaroscuro.
La pennellata veloce, ricca di colore, compendiaria ma pure capace di tradurre con intensità l’impianto luministico tintorettesco, fanno della tela un interessante esempio della produzione tarda del maestro veneziano.
Bibliografia: Inedito
Pittore veneziano (XVI secolo)
Ecce Homo
olio su pietra, 32 x 23 cm
Mocasina, Chiesa Parrocchiale di San Giorgio
Inv. 1013
In discreto stato di conservazione, il dipinto, pregevole anche per l’insolito supporto, proviene dalla parrocchia di Mocasina ed è racchiuso in una splendida cornice in legno dorato quasi certamente della stessa epoca, o di poco posteriore. Vi è raffigurato il Volto di Cristo nella consueta iconografia dell’Ecce Homo, solo che, rispetto ad altre opere dello stesso soggetto, in questa si è concentrata l’attenzione sul volto del Redentore soffrente o, come recita il cartiglio consunto posto sul retro del quadro sulla Imagine Salvatoris nostri Iesu Christi spinis coronati.
Prezioso per il supporto in pietra che lo fa sospettare oggetto di devozione privata oltre che di raffinato gusto collezionistico, il piccolo dipinto stupisce per la qualità altissima e per l’innegabile matrice tizianesca, tanto più interessante se si considera che questo volto è plasmato su quello del Risorto del Polittico Averoldi nella chiesa dei Santi Nazaro e Celso a Brescia, compiuto da Tiziano nel 1522. Identico il taglio del viso, identica la postura, differente invece il ductus pittorico che nel dipinto di Tiziano è tutto foga e raggrumarsi di colore puro, fuso alla prima sulla tavola, rispetto a questo più pacato e lenticolare, con la stesura in punta di pennello che consegna una materia più compatta e raccolta, calma e persino silenziosa. Più che di parentela si tratta qui di vera e propria figliolanza, o di eredità, se si vuole, figliolanza che allontana questo quadro dall’essere pedissequa copiatura (poiché della copia non possiede le durezze e le incertezze, splendido com’è anche nell’insistenza grumosa di alcuni particolari come le gocce di sangue o il serto di spine) per collocarsi tra le opere a buon diritto da ritenersi della cerchia o della bottega del maestro veneziano e realizzata nella prima metà del secolo XVI.
Bibliografia: Inedito |
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