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03/06/2021 | Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada

Corpus Domini

Piazza Paolo VI, giovedì 3 giugno 2021

“Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,20-21). È questa la preghiera che Gesù rivolge al Padre durante l’ultima cena. Mentre il suo cuore è ormai pronto a celebrare sulla croce il sacrificio d’amore, il suo pensiero si rivolge ai discepoli. Lo sguardo si allarga ad abbracciare la storia, le generazioni future dei credenti. Per loro egli domanda al Padre ciò che considera più prezioso: la condivisione della propria esperienza d’amore, la beatitudine che il Figlio vive nell’insondabile comunione trinitaria: “Siano o Padre una sola cosa come noi lo siamo”. La Chiesa, nella sua più intima essenza, è il riflesso nella storia di questa comunione ultimamente mistica. Vivendo l’unità della carità, tuttavia, la Chiesa annuncia al mondo una verità fondamentale, che cioè nei disegni di Dio l’umanità è da sempre pensata come un’unica famiglia. Agli occhi di Dio noi siamo tutti fratelli, fratelli e sorelle.

L’Eucaristia che noi credenti celebriamo nel nome del Signore, questo pane santo della nostra salvezza, è insieme segno e sorgente dell’unità che da sempre Dio ha pensato per l’umanità e che trova nella Chiesa una sua singola espressione. I grani di frumento macinati, riuniti a formare il Corpo del Signore, sono il segno di questa verità. In un antico testo della tradizione cristiana – la Didaché – si legge: “Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i colli e raccolto è divenuto una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli”. L’apostolo Paolo usa parole molto severe nei confronti dei cristiani di Corinto, avendo avuto notizia del loro modo incoerente di celebrare l’Eucaristia: “Quando dunque vi radunate insieme – egli scrive – il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! (1Cor 11,20-22). Chi celebra l’Eucaristia annuncia la morte in croce del Signore, il mistero d’amore che ha stretto il mondo in un abbraccio benedicente. Ha trovato così il suo compimento ultimo il disegno della creazione. Nell’Eucaristia raggiunge il suo vertice l’appello inscritto da sempre nell’animo umano, quello della reciproca comunione tra gli uomini, più precisamente, quello dell’universale fraternità.

“Fratelli tutti”, così papa Francesco ha voluto intitolare la sua ultima Lettera Enciclica, che ha scritto anche alla luce della tragica vicenda della pandemia. Ecco le sue parole, molto forti ed efficaci: “Il mondo avanzava implacabilmente verso un’economia che, utilizzando i progressi tecnologici, cercava di ridurre i costi umani, e qualcuno pretendeva di farci credere che bastava la libertà di mercato perché tutto si potesse considerare sicuro. Ma il colpo duro e inaspettato di questa pandemia fuori controllo ha obbligato per forza a pensare agli esseri umani, a tutti, più che al beneficio di alcuni. Oggi possiamo riconoscere che ci siamo nutriti con sogni di splendore e grandezza e abbiamo finito per mangiare distrazione, chiusura e solitudine; ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità …Prigionieri della virtualità, abbiamo perso il gusto e il sapore della realtà. Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza (FT, 33).

La fraternità è la via del presente e del futuro, è la vera garanzia per una feconda convivenza in un mondo ormai globalizzato, dove la molteplicità delle culture appare ancora più evidente e la distanza tra i popoli si è quasi annullata. La fraternità è l’unico vero antidoto ai veleni dell’ostilità, dell’estraneità e dell’indifferenza, spesso generati dalla paura. La socialità umana è fortemente in pericolo quando risuonano frasi come queste: “Distruggiamo i nostri nemici!”, oppure: “Non so chi tu sia e comunque stai lontano da me!”, o ancora: “Non mi interessa nulla di quello che sei e di quello che fai”. Si sente il bisogno di un balsamo sanante, che consenta di riscoprire la verità ultima del nostro comune destino e la gioia di camminare insieme nella pace.

La fraternità è risposta ad una chiamata interiore, ad un sentimento misterioso e potente che sorge nel cuore come risonanza della grazia delle origini e genera uno sguardo carico di rispetto e di affetto. Simbolo eloquente della fraternità umana è quel Samaritano di cui parla Gesù, uno straniero che si china su uno sconosciuto assalito dai briganti per sanarne le piaghe. La sua interiore commozione, il suo sguardo affettuoso, la sua generosa sollecitudine fanno ben capire che cosa significa sentirsi fratelli. “L’amore – scrive papa Francesco – implica qualcosa di più che una serie di azioni benefiche. Le azioni derivano da un’unione che inclina sempre più verso l’altro considerandolo prezioso, degno, gradito e bello, al di là delle apparenze fisiche o morali. L’amore all’altro per quello che è ci spinge a cercare il meglio per la sua vita” (FT 94).

Siamo molto sensibili oggi – giustamente – ai grandi valori della libertà e dell’uguaglianza e con forza rivendichiamo il rispetto dei diritti di ciascuno. La libertà e l’uguaglianza hanno tuttavia bisogno dalla fraternità per contrastare la terribile tentazione della violenza. Le grandi rivoluzioni, con la loro tragica scia di sangue, ne sono testimonianza. In nome della libertà e dell’uguaglianza sono state allestite nelle piazze le macchine per le esecuzioni capitali. Mai sarebbe stato possibile fare questo in nome della fraternità. Sarebbe risultato immediatamente contraddittorio. Se è accaduto, è perché la fraternità è stata proclamata e poi subito dimenticata. L’uccisione di un fratello, infatti, è semplicemente impensabile e ha l’aspetto di una profanazione, come insegna il racconto di Caino. La libertà e l’uguaglianza attingono dunque alla fraternità come alla loro vera sorgente. “Senza la fraternità – scrive papa Francesco – la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia … Quanto all’uguaglianza, essa non si ottiene dichiarando in astratto che tutti gli esseri umani sono uguali. È invece il risultato della coltivazione consapevole e pedagogica della fraternità”. La dignità di ciascuno domanda un riconoscimento cordiale e non semplicemente ufficiale. Non basterà mai una dichiarazione pubblica a contrastare le varie forme di razzismo, di bullismo, di discriminazione e di segregazione. Sarà necessario un sentire interiore purificato, mite e sincero, capace di generare azioni di pace.

Quando pensiamo alla fraternità universale, tre altre parole affiorano spontaneamente alla nostra mente. Le ricaviamo anche queste dalla Lettera Enciclica di papa Francesco. La prima è la parola amicizia e più precisamente amicizia sociale. Gli amici sono persone in reciproca forte sintonia ma non necessariamente affini. Le loro personalità sono spesso molto differenti. Inoltre, l’amicizia è caratterizzata dalla gratuità e in questo si differenza da ogni tipo di relazione funzionale. Tra l’amico e il socio vi è una differenza abissale. Quando appare il volto di un socio ci si dispone a parlare di affari; quando appare il volto di un amico il cuore si distende e si rallegra: si potrà finalmente parlare con libertà della propria vita. Vorrei augurare alla nostra città e a tutto il nostro territorio di crescere nell’esperienza di una vera amicizia sociale, grazie alla quale tutti i diversi soggetti che la compongono, individui, gruppi, associazioni, istituzioni, non perdendo ciascuna la propria identità, crescano nella reciproca sintonia, offrendo gli uni agli altri il meglio di sé, oltre ogni logica di interesse.

La seconda parola che si coniuga con fraternità è benevolenza. Essa chiama in causa il bene come realtà che viene desiderata e voluta non per sé ma per gli altri. La benevolenza si riconosce nello sguardo di chi costantemente scruta la realtà circostante per cogliere nella vita delle persone i bisogni, le attese, le amarezze, le speranze e provare a rispondere con quanto si ha e con quanto si è. “La benevolenza – scrive papa Francesco – è un’inclinazione verso tutto ciò che è buono ed è eccellente, che spinge a colmare la vita degli altri di cose belle, sublimi, edificanti” (FT, 112). Nel valutare la qualità del vissuto sociale abbiamo molto insistito sinora sul benessere. Non è forse giunto il tempo di rivalutare il benvolere? Non ha forse bisogno la nostra società di “stare bene” anzitutto nel senso di “stare nel bene”, cioè di scambiarsi pensieri, parole e opere di bene? Possiamo forse accontentarci di una visione della vita che mette i beni prima del bene? La fraternità si esprime anche così, nel sentire positivo verso tutti e nello slancio della coscienza che promuove per tutti le migliori condizioni di vita.

Infine, la gentilezza. Scrive papa Francesco: “L’individualismo consumista provoca molti soprusi. Gli altri diventano meri ostacoli alla propria piacevole tranquillità. Dunque si finisce per trattarli come fastidi … Tuttavia, è ancora possibile scegliere di esercitare la gentilezza. Ci sono persone che lo fanno e diventano stelle in mezzo all’oscurità (FT, 222). La gentilezza è stile di vita, è un tratto della personalità e dell’agire a mio parere oggi particolarmente prezioso. Con la gentilezza si riconoscono all’altro dignità e valore. Gli si offre inoltre una spalla sulla quale appoggiarsi per meglio sostenere problemi, urgenze, angosce. Un animo gentile solleva il cuore, fa respirare, spegne ogni timore, apre alla confidenza. “La gentilezza – scrive papa Francesco – è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici”. E ancora: “La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Essa facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti”. Credo si possa dire che la gentilezza è rugiada per l’umana socialità.

Mi piace concludere pensando alla figura di san Paolo VI. Mentre riflettevo su queste tre caratteristiche della fraternità, cioè sulle tre parole che da questa vengono evocate, mi è venuto spontaneo riandare alla sua persona e alla sua opera. Amicizia, benevolenza e gentilezza possono essere certamente considerate come tre caratteristiche della sua personalità e della sua testimonianza. Così egli si è rivolto all’umanità: con simpatia e affetto, con il desiderio sincero di vederla felice e con la finezza di chi sempre ne ha riconosciuto l’alta dignità. Diventi sempre più nostra questa eredità spirituale e ci aiuti a dare al vissuto della nostra città e del nostro territorio la forma sempre più nobile della fraternità.

3 giugno 2021 - Corpus Domini

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