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23/01/2019 | Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada

Esequie di don Renato Laffranchi

Chiesa parrocchiale dei Santi Nazaro e Celso, 23 gennaio 2019

In questa Chiesa dei Santi Nazaro e Celso che tanto gli è stata cara, siamo riuniti a salutare nella fede don Renato, ministro di Cristo e maestro d’arte, cantore del mistero di Dio e suo fedele servitore. Le parole da lui recentemente pronunciate in una felice circostanza ci svelano l’essenza della testimonianza che egli ci lascia in eredità: “Sempre ho coniugato la certezza di infinito che mi proveniva dal sentirmi sacerdote con la sete di bellezza che accompagnava la passione per l’arte”.

“Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedek”, abbiamo sentito proclamare nella prima lettura. Sono le parole che la Lettera agli Ebrei riprende dal Salterio e riferisce al Signore Gesù, sommo sacerdote della Nuova Alleanza. Un sacerdozio singolare quello del Messia. Simile non al sacerdozio di Aronne ma a quello appunto di Melchisedek, personaggio misterioso che fa la sua fugace apparizione nel racconto della storia di Abramo. Egli riceve da Abramo l’omaggio riservato a un superiore e gli dona la benedizione di Dio. Melchisedek è sacerdote del Dio altissimo ma anche re di Salem e cioè, come dice il nome della città, re di pace. Quanto al suo proprio nome, esso significa re di giustizia. Pace e giustizia: ecco l’essenza di questo misterioso sacerdozio, dai tratti singolari, che trova compimento nel sacerdozio di Cristo. Mediatore tra Dio e gli uomini, il Cristo Signore ha svolto il suo compito sacerdotale non offrendo il sangue di vitelli o agnelli – come accadeva con Aronne e i suoi discendenti – ma il proprio sangue. Si è fatto carico della croce per donare la propria vita in sacrificio. Lo ha fatto in uno slancio di amore, affinché il mondo venisse redento e fosse così strappato alla sua endemica malvagità. Il sacerdozio di Cristo è dunque sacerdozio non solo dei riti ma della vita, dei sentimenti e delle intenzioni, soprattutto delle azioni. È sacerdozio di cui tutti i battezzati sono stati resi partecipi in forza della redenzione. È sacerdozio che alcuni fratelli nella fede sono chiamati a servire attraverso il ministero apostolico, istituito dal Signore Gesù, per consentire a tutti i battezzati di prendere coscienza della loro grande dignità.

Il ministero di don Renato si colloca qui: tra l’opera del Cristo misericordioso e la missione degli apostoli tesa a rendere l’umanità consapevole di questo immenso dono. Spirito libero, uomo dal carattere a volte rude ma dal cuore buono, conquistato dal mistero di grazia scaturito dalla croce del Signore, don Renato ha condotto una vita appassionata, generosa e creativa. Ha sempre coltivato il vivo desiderio di annunciare la speranza cristiana nell'incontro drammatico tra la miseria dell’umano e la grandezza del divino, tra la terra ferita e il cielo glorioso. Tensione costante che l’arte sa cogliere in modo singolare quando è accompagnata dalla contemplazione, cioè dallo sguardo amorevole affinato dalla grazia divina. Non teme il dubbio e l’inquietudine chi conosce la dimensione simbolica del mondo e la esprime attraverso le figure e i colori. Là dove l’arte incontra la fede, la vita si fa luce proprio a partire dalle sue ombre. L’artista diventa profeta e le sue opere testimonianza. La religiosità si fa seria, l’appello forte e urgente: non è possibile rinchiudere il grande mistero nelle maglie dell’osservanza o del perbenismo; non è consentito all'esperienza autentica della fede trascurare le domande laceranti della vita; non è degno di Dio e della sua santità arrendersi ai compromessi mondani. La pace e la giustizia che vengono dal sacerdozio di Cristo non si ottengono a poco prezzo. Chi crede lo sa e lo annuncia con tutti gli strumenti di cui dispone.

Così ci piace guardare alla testimonianza di don Renato: onesta, serena, tenace, ricca di umanità e carica di fede. Amava la liturgia e celebrava sempre con solennità. Curava la predicazione e sapeva toccare il cuore anche dei più lontani. Nella relazione aveva una capacità innata di entrare in sintonia, soprattutto con i giovani. Era molto affezionato ai suoi parenti, del cui affetto ha potuto godere fino agli ultimi istanti della sua vita. È andato incontro alla morte con la serenità dei grandi patriarchi, carico di giorni, riconciliato anche con la dolorosa esperienza della perdita progressiva della vista.

Egli amava rappresentare nei suoi dipinti il volto di Cristo e quello dei suoi angeli, e definiva questi ultimi “custodi non visti che ci guardano attenti e fedeli; compagni invisibili che camminano con passi leggeri”. Possiamo intuire la ragione di questa sua simpatia e riconoscerla nel desiderio di dare speranza ad una umanità smarrita. Lui stesso lo disse una volta: “Osservo uomini sfiduciati che però chiedono manciate d’amore con cui provare a cambiare la società … Allora mi chiedo se avrò tempo per farlo e forza necessaria per tracciare sull'ultima tela le sembianze di un angelo annunciatore di gioia”.

L’ultima tela è ormai dipinta. E noi siamo profondamente grati a don Renato per questo desiderio custodito sempre vivo, divenuto fonte di ispirazione per la sua arte e per l’intera sua vita sacerdotale. Salutiamo oggi un testimone della speranza; accompagniamo all'ultimo incontro con il Signore un fratello nella fede schietto, forte e mite, un generoso servitore di Cristo, simbolo di una Chiesa antica nella sua tradizione, ma nuova nella saggezza, nell'amorevolezza, nell'accoglienza e nel perdono.

23 gennaio 2019 - Esequie di don Renato Laffranchi

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