Sei in:Home page VescovoOmelieRitiro Spirituale per sacer...
14/05/2020 | Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada

Ritiro Spirituale per sacerdoti

dalla Basilica dei Santi Faustino e Giovita, giovedì 14 maggio 2020

Ciò che lo spirito dice alla chiesa

Dal Libro dell’Apocalisse di san Giovanni Apostolo (2,1-7; 3,14-22)

Così dice il Signore. All'angelo della Chiesa che è a Efeso scrivi: «Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro. 2Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. 3Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. 4Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore. 5Ricorda dunque da dove sei caduto, convertiti e compi le opere di prima. Se invece non ti convertirai, verrò da te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto. 6Tuttavia hai questo di buono: tu detesti le opere dei Nicolaìti, che anch'io detesto. 7Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò da mangiare dall'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio» [...].

14All'angelo della Chiesa che è a Laodicèa scrivi: «Così parla l'Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. 15Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. 17Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. 18Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. 19Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convertiti. 20Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. 21Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono. 22Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese».

**********

Volentieri abbiamo accolto l’invito di papa Francesco, che a sua volta ha fatto suo l’invito del Comitato per la Fratellanza Umana, a vivere questo 14 maggio come giornata di digiuno, di preghiera e di opere di carità per chiedere la fine della pandemia. Uniti a tutte le comunità delle diverse religioni presenti sul territorio bresciano, vogliamo invocare dalla misericordia di Dio pace e riposo eterno per i defunti e consolazione e serenità per quanti continuano qui il loro cammino.

Avrei tuttavia piacere che questa giornata diventasse per noi anche occasione per avviare una profonda riflessione su quanto abbiamo vissuto e ancora stiamo vivendo. Come ho detto nella mia recente lettera alla diocesi, “penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza di queste due ultimi mesi, attraverso una narrazione sapienziale condivisa all’interno della nostra Chiesa. Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro”.

La Parola di Dio è la sorgente a cui attingere per questo discernimento. Sia lei ad affinare il nostro sguardo, a orientare la nostra memoria, a ispirare il nostro racconto, così che diventi preziosa testimonianza di fede per il bene nostro e di tutta la nostra Chiesa. Ho scelto per la nostra meditazione il testo di due delle sette (cosiddette) lettere che nel Libro dell’Apocalisse vengono indirizzate alle sette Chiese dell’Asia, precisamente la prima e l’ultima: la lettera alla Chiesa di Efeso, capitale di quella provincia dell’antico romano, e la lettera alla Chiesa di Laodicea.

LECTIO

Le lettere alle sette Chiese di Asia domandano un inquadramento. Si tratta in verità della parola che il Cristo risorto rivolge – tramite Giovanni – alla sua Chiesa in cammino nella storia. Nel Libro dell’Apocalisse il numero sette è simbolico: indica totalità e pienezza, ma in questo caso ricorda anche che la Chiesa è composta di comunità diverse tra loro e insieme in reciproca comunione. È una Chiesa calata nel tempo e nello spazio, una Chiesa che vive in situazione. Il Cristo risorto è per tutte le comunità principio di vita e insieme criterio di giudizio.

La Visione che inaugura il Libro dell’Apocalisse rappresenta la chiave di lettura delle lettere alle sette Chiese ma anche dell’intero libro. Per capire come si giunge alle sette lettere che vengono presentate nel secondo e terzo capitolo dell’Apocalisse, è bene leggere alcuni passaggi del primo capitolo. Si ha così lo sfondo nel quale collocare i testi che andremo a meditare. Riporto alcuni passaggi a mio giudizio illuminanti: “Giovanni, alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, e dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra (Ap 1,4-5). “Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro (Ap 1,12-13). Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito. Il senso nascosto delle sette stelle, che hai visto nella mia destra, e dei sette candelabri d’oro è questo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese (Ap 1,17-20).

Il Cristo risorto è qui presentato come il vincitore della morte e come colui che detiene ormai il potere universale, avendo adempiuto con il suo sacrificio la promessa della redenzione. La Chiesa che sorge dal mistero pasquale vive nel mondo come segno luminoso della vita nuova inaugurata dall’opera del Risorto. È lui stesso a guidarla e a illuminarla: lui preside alla sua missione e si fa garante della sua identità. Questo è il senso ultimo e insieme la scopo delle lettere dettate dal Cristo al suo apostolo e destinate alle comunità cristiane.

Le sette lettere sono scritte seguendo uno schema comune, nel quale ritroviamo sei elementi costanti. Li potremmo così identificare: autopresentazione del Risorto; lettura della situazione della singola Chiesa; messa in guardia di fronte a un serio pericolo per la vita della Chiesa; esortazione alla conversione; invito all’ascolto dello Spirito; annuncio della promessa per il vincitore. Mediteremo la prima e l’ultima di queste sette lettere, riprendendo ciascuno di questi sei punti e cercando di cogliere così il senso profondo della rivelazione di salvezza offerta a queste comunità cristiane. Lo faremo anticipando l’elemento riguardante l’ascolto dello Spirito, dal momento che proprio questa è la prospettiva che ci preme sottolineare, quella del discernimento. Cominciamo dunque dalla lettera alla Chiesa di Efeso.

Lettera alla Chiesa di Efeso

1. Invito all’ascolto dello Spirito

“Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

È lo Spirito che opera il discernimento. Non si legge la propria vita da soli: si deve entrare nello sguardo di Dio. Solo in questo modo si comprende la realtà del proprio vissuto in rapporto con la propria identità di Chiesa e con la missione ricevuta dal Cristo risorto. Lo Spirito, infatti, fa sentire la presenza del Risorto e fa risuonare la sua voce, introduce nella sua rivelazione, la porta a compimento e insieme la fa percepire nella sua piena verità e bellezza.

2. Autopresentazione del risorto

“Così parla colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai candelabri d’oro”.

Abbiamo qui un’allusione alla piena signoria del Risorto nei confronti della Chiesa e alla sua presenza amorevole che accompagna l’esistenza delle singole comunità cristiane. Le Chiese sono stelle e candelabri: hanno cioè una dimensione trascendente e una storica. Il loro angelo, probabilmente il vescovo che le presiede, è colui che nella potenza del Cristo custodisce questa identità insieme celeste e terrestre, se ne fa garante e servitore.

3.Lettura della situazione:

“Conosco le tue opere”: discernimento è entrare nella “conoscenza che il Signore ha delle nostre opere”, di ciò che si sta facendo, di ciò che sta succedendo nella vita. Discernimento è assumere il suo punto di vista, il suo modo di vedere, la sua valutazione della realtà così come si presenta nell’agire quotidiano.

“La tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti”. Ecco quel che si vede del vissuto della Chiesa di Efeso: impegno, serietà, costanza, sopportazione a causa del nome di Gesù, rigore nel vagliare, irreprensibilità di comportamento. Una vita cristiana seria, attiva, che non scende a compromessi, che non transige, che è molto attenta a fare quello che si deve fare. Sembrerebbe tutto molto positivo. Si aggiunge: “Hai questo di buono: detesti le opere dei Nicolaiti, che anch’io detesto”. L’espressione è piuttosto enigmatica, ma, alla luce del contesto complessivo delle sette lettere, si intuisce che allude a una decisa presa di distanza nei confronti di alcuni che rivendicano con arroganza una presunta singolare sapienza e contestano l’essenza del mistero di Cristo, cioè l’incarnazione del Verbo (cfr. 1Gv 4,2-3). Sono persone che diffondono false dottrine e seminano divisione nelle comunità.

“Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore”. Ecco invece quel che manca nella Chiesa di Efeso e che rischia di non essere percepito nella sua gravità: manca l’amore di un tempo. Manca la passione per il proprio Dio, la letizia dell’amore, lo slancio del cuore innamorato. L’amore, infatti, è l’essenza della vera pietà e rappresenta il nucleo ardente di ogni vera religione. Ce lo dice bene il Libro del Deuteronomio attraverso un testo che ancora oggi costituisce un cardine della pietà ebraica: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-5). Questo testo verrà citato da Gesù in risposta alla domanda a lui posta circa il comandamento più grande: ciò che Dio anzitutto si aspetta da chi crede è l’amore per lui, un amore totale e appassionato (cfr. Mt 22,34-40). L’annuncio accorato dei profeti e il loro appello alla conversione è tutto impostato sul ritorno al tempo del fidanzamento: “Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Ti farò mia sposa per sempre” (Os 2,16.21). Anche la testimonianza apostolica di Paolo e di Giovanni è imperniata sull’esperienza dell’amore: “Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). “Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16). Il segreto della vita cristiana è questo: l’amore di Cristo e l’amore per Cristo. Senza questo amore la vita dei discepoli di Gesù si svuota e si spegne.

4. Messa in guardia

“Se non ti convertirà verrò a te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto”.

Si prospetta con queste parole un rischio gravissimo: l’esito di una religiosità senza amore è la rimozione della Chiesa di Efeso dal circuito vitale delle comunità dei credenti, cioè dalle sette Chiese rappresentate dai sette candelabri d’oro. La stessa sussistenza della Chiesa viene compromessa. La comunità cristiana avvizzisce, si secca, perde la sua bellezza e il suo fascino, diventa infeconda e alla fine insignificante. La vita della Chiesa si trasforma in attivismo zelante ma freddo, in impegno solerte ma non appassionato, in osservanza rigorosa ma priva di entusiasmo. Si intravede il pericolo fatale del legalismo, del semplice rispetto delle regole e delle tradizioni, pericolosamente esposto al rischio della presunzione e al giudizio facile e spietato. Un tarlo tremendo che può distruggere la Chiesa.

Viene alla mente il secondo fratello della parabola del padre misericordioso, che non sa riconoscere l’amore che da sempre lo circonda perché ha impostato tutto sull’obbedienza ai comandi. A lui il padre si rivolge in tono accorato: “Figlio, tu sei sempre con e ciò che è mio e tuo!” (Lc 15,31). Sembra dire: “Come hai potuto pensare diversamente?”. Vengono in mente le parole dure di Gesù rivolte a chi si preoccupa delle abluzioni e dimentica la giustizia e la misericordia: “Bene ha profetato di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Mc 7,6-7). Siamo davanti a una religione senza cuore, che ha svuotato se stessa e non è più in grado di offrire al mondo il buon profumo del Vangelo.

5. Invito alla conversione:

“Ricorda da dove sei caduto, convertiti e compi le opere di prima”

Diventa indispensabile tornare con la memoria a quanto si è vissuto. La memoria acquista un ruolo essenziale: essa consente di riandare al tempo delle origini, di vincere il grigiore della consuetudine. Il ricordo riaccende il calore della fede. Le sacra Scrittura in questo diviene preziosa: essa infatti ci offre la testimonianza degli inizi, il racconto che tiene viva l’esperienza originaria. L’accostamento delle sante Scritture va considerato perciò essenziale per il discernimento spirituale e pastorale: consente infanti di salvaguardare la freschezza della Chiesa e le impedisce di cadere prigioniera di un sistema di tradizioni che nel tempo si cristallizza e si irrigidisce.

6. La promessa

“Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita che sta nel paradiso di Dio”.

Il discepolo è un combattente, come lo è la comunità credente. Si contesta qui una visione irenica del cammino di fede e della vita cristiana. C’è bisogno di vera conversione per essere discepoli del Cristo risorto e questa consiste in una dolorosa e faticosa rinascita. Si vince insieme al grande vincitore, l’Agnello immolato che ora ha ricevuto la piena sovranità. Si vince lasciandosi trasfigurare dal suo amore sacrificale. La lotta porta con sé un premio magnifico, che in realtà è il dono del Risorto ai suoi discepoli: l’albero della vita nel paradiso di Dio. Il linguaggio è simbolico e rimanda alle prime pagine della Bibbia. Si allude alla vita nella sua pienezza, alla gioia perfetta, alla vera beatitudine. Ciò che nell’esperienza della Chiesa di Efeso appariva ormai compromesso è invece offerto a chi lotta con il Cristo e con lui trionfa.

Lettera alla Chiesa di Laodicea

1. Invito all’ascolto dello Spirito:

“Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”. Il discernimento non è mainon generico. Ciò che lo Spirito dice alla Chiesa di Laodicea sarà diverso da ciò che ha detto alla Chiesa di Efeso. In effetti è così.

2. Presentazione del Risorto:

“Io sono l’Amen, il testimone degno di fede e veritiero, il principio della creazione di Dio”.

Il Cristo glorificato è colui che porta al mondo la rivelazione di Dio. Egli fa conoscere la verità delle cose, il senso della realtà. Permette di guardare tutto nella logica della creazione e quindi di ricondurre tutto alla sua amorevole intenzione. E questo avviene nella forma della testimonianza, cioè come comunicazione di una conoscenza che deriva dalla personale esperienza e che si ha piacere di condividere. La prospettiva è quella del IV Vangelo. “Voi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15)

3. Lettura della situazione

“Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo”.

L’espressione, che è molto forte, suona come un giudizio molto severo. Essa ritorna tre volte. Si aggiunge poi: “Sei tiepido”. Il senso va ricercato nella linea di una mancanza di identità: né una cosa né un’altra, né freddo né caldo. Si intuisce che l’identità qui è quella della Chiesa stessa. Il candelabro non illumina più. Il pensiero va spontaneamente al detto di Gesù sulla lampada che andrebbe posta sul lucerniere e alla immagine analoga del sale che quando perde il suo sapore viene gettato via (cfr. Mt 5,13-16). Questo dunque è accaduto ed è estremamente grave: la Chiesa di Laodice ha perso la sua identità, non è più se stessa, non appare più Chiesa agli occhi del mondo.

Come mai questo è successo? In che senso e in che modo si è arrivati a questa drammatica situazione? lo spiegano le parole del Risorto: “Tu dici: mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, abiti bianchi per vestirti e coprire la tua vergognosa nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista”. Si intravede l’allusione ad un benessere economico di cui i credenti di Laodicea vanno fieri e che li vede entusiasti. Gli affari sono fiorenti: oro e vestiti, una scuola medica presente nella città e un collirio probabilmente divenuto famoso. Dopo aver ricevuto l’annuncio del Vangelo ci si è appiattiti sulla logica del mondo, si è assunto quel comune modo di pensare che tradisce una effettiva idolatria per le cose che si possiedono. Non c’è più differenza rispetto a chi non ha conosciuto la rivelazione di Dio e il Vangelo di Gesù: “Non ho bisogno di nulla perché mi sono arricchito”. La mondanità ha soffocato la fede e ha offuscato lo sguardo. Già il salmo metteva in guardia: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). E ora il Cristo risorto scuote la sua Chiesa per fare verità: “Non sai di essere un infelice, un miserabile. Sei povero nonostante il tuo oro, nudo nonostante le tue vesti sontuose, cieco nonostante il tuo collirio rinomato”. La Chiesa di Laodicea ha disperso il suo vero tesoro, cioè la vita redenta che il Cristo risorto le ha offerto attraverso il suo sacrificio d’amore. È successo quanto Gesù aveva prospettato raccontando la parabola del seminatore: “Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la parola ma la preoccupazione e la seduzione della ricchezza soffocano la parola e questa non produce frutto” (cfr. Mt 13,22).

4. Messa in guardia

“Sto per vomitarti dalla mia bocca”.

L’effetto di una simile situazione drammatica è la presa di distanza da parte della santità di Dio, una sorta di repulsione naturale e violenta. Come succede quando un cibo non è più gustoso, ma, al contrario, è diventato immangiabile. Si prova fastidio e nausea e lo si vomita dalla bocca. Una realtà meravigliosa si è corrotta, si è contaminata, è divenuta impura, è marcita. Si comprende meglio quel che è successo a questa comunità ecclesiale tenendo presente quanto più avanti il Libro dell’Apocalisse dirà a proposito di Babilonia, la città prostituta che è immagine della socialità umana pervertita è disonorata, la socialità del consumo sfrenato, del lusso e dell’opulenza, dove ciò che conta è il denaro e dove tutto si può comprare, comprese le vite umane (cfr. Ap 18,11-13). La Chiesa che si conforma a questo stile di vita tradisce se stessa, la santità di Dio se ne ritrae disgustata.

5. Invito alla conversione

“Sii dunque zelante e convertiti”

La parola che esorta alla conversione si alza forte e chiara. E qui sì occorre lo zelo! È indispensabile essere fermi e determinati, intervenire con decisione per purificare, tagliare, ripulire e per volgersi poi a colui che può davvero arricchire, vestire e aprire gli occhi. È la lotta durissima contro la mondanità della Chiesa, che sempre ne accompagnerà la storia. Scrive Giovanni: “Non amate il mondo, né le cose del mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo - la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita - non viene dal Padre ma dal mondo. e il mondo passa con la sua concupiscenza, ma che fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1Gv 2,15-17). Questo aveva chiesto Gesù al Padre per i suoi: “Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo … Consacrali nella verità” (Gv 17,16-17).

6. La promessa

“Il vincitore lo farò sedere con me sul mio trono, come anch’io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono”

A chi vince nella lotta della fede viene offerta in dono la condivisione della regalità del Risorto, cioè la partecipazione alla gloria nella potenza della redenzione. È l’esperienza della sovranità rigenerante che proviene dell’amore sacrificale. Il Cristo trionfante è infatti “l’agnello in piedi come immolato … che è degno di ricevere potenza, gloria e ricchezza, sapienza e forza, onore gloria e benedizione” (Ap 5,6.12))

  • La confidenza

“Io tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo … Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre, io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me”.

Si aggiunge in questa ultima lettera, la più severa del settenario, un elemento che non rientra nello schema solito. È un accenno fugace ma struggente all’amore che il Cristo vivente nutre per ognuno che compone la sua Chiesa. Esso lascia intravedere la dimensione personale e intima che è propria della fede cristiana. Emerge l’intenso desiderio di comunione che anima il Cristo risorto, come pure la sua assoluta discrezione e il suo estremo rispetto per la libertà umana. Il grande re, che ha vinto la morte e che desidera rendere ogni essere umano partecipe della vita eterna, è un mendicante che bussa alla porta del cuore di ogni uomo e rimane con ansia in attesa di una risposta. Qualcosa di simile era accaduto presso il pozzo di Sicar con la donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio – le aveva detto Gesù - e chi è colui che ti dice dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10).

MEDITATIO

La Parola di Dio ci ha offerto due esempi di discernimento: lo Spirito che parla a due Chiese e fa sentire la voce del Cristo Signore. Due situazioni diverse, da guardare con verità entrando nella conoscenza di Gesù: “Conosco le tue opere” – dice il Risorto a ciascuna delle sue Chiese. Siamo davanti ad una lettura spirituale della situazione, ad una valutazione di quello che sta accadendo nell’ottica del mistero pasquale. L’orizzonte è quello dell’amore divino, essenza della vita cristiana. È l’amore svelato nel Cristo: amore suo per noi, amore nostro per lui, amore per il mondo in lui. La Chiesa è luce riflessa dello splendore di questo amore liberante e trasfigurante, che lo Spirito santo rende presente nella storia.

La situazione di queste due Chiese delle origini dimostra che l’amore del Risorto può essere ferito e tradito e che questo può avvenire in modi diversi. Qui se ne riconoscono due particolarmente importanti. Nel primo caso,quello della Chiesa di Efeso,il tradimento avviene attraversouna vita ecclesiale che si è trasformata in unareligione senza cuore, freddo sistema di tradizioni umane. La Chiesa diviene in questo modo secca e sterile, per nulla attraente e quindi inutile. Nel secondo caso, quello della Chiesa di Laodicea, il pericolo viene dalla mondanità, cioè dall’adeguamento totale alle categorie del mondo, alla sua brama di ricchezza e alla gratificazione sensibile eretta a sistema. Una simile conformazione fa perdere alla Chiesa la sua identità e annulla totalmente la sua missione. Due tentazioni costanti nella storia, cui non può essere considerata esente la nostra stessa Chiesa.

Anche noi ci sentiamo esortati, come la Chiesa di Efeso e di Laodicea, a compiere in questo momento un’opera di discernimento, in ascolto dello Spirito. Alla luce di quanto ci è accaduto in questi due ultimi mesi dolorosi, ci chiediamo qual è ora la nostra situazione di Chiesa. Siamo invitati ad una lettura della situazione nella luce dell’amore del Cristo risorto. Ci sentiamo anche noi esortati ad una decisa conversione del cuore, sulla base di quanto abbiamo meglio compreso della vita nella luce dello Spirito. Ci sono anche per noi delle tentazioni che forse ci sono diventate più evidenti alla luce di quanto abbiamo vissuto e che siamo chiamati a contrastare con decisione. Sentiamo il bisogno di un rinnovato affidamento alla promessa del Cristo risorto, il vincitore che ci attira a sé. E siamo profondamente consolati dalla confidenza che egli fa anche a noi, quando manifesta il suo desiderio di sedere a tavola con noi per renderci partecipi della sua gloria. Egli bussa alla nostra porta, come un mendicante che in realtà è in grado di offrire l’unico vero tesoro.

Alcune semplici domande ci possono aiutare nella rilettura spirituale di ciò che abbiamo vissuto e nel discernimento pastorale in vista di ciò che ci apprestiamo a vivere.

Guardando indietro: in che modo il mistero dell’amore misericordioso di Cristo mi si è manifestato in questi drammatici giorni dell’epidemia? Che cosa in questi due mesi mi ha particolarmente addolorato? Che cosa mi ha profondamente consolato? Che cosa mi sembra di aver meglio compreso dell’uomo, del mondo e della Chiesa stessa?

Guardando avanti: dopo questa drammatica esperienza, in che modo il mistero d’amore del Risorto domanda di essere annunciato nella nostra città di Brescia e in tutti i nostri paesi? Che cosa lo Spirito si aspetta dalla nostra Chiesa che riprende il suo cammino dopo quanto è accaduto? In che cosa dovremo rinnovarci per essere sempre meglio la Chiesa del Signore? Che cosa dovremo ripensare? Da quali tentazioni dovremo guardarci e che cosa dovremo correggere? Su che cosa dovremo puntare? Quali scelte di fondo dovremo avere il coraggio di compiere?

Sostieni o Signore e benedici l’opera di discernimento che vogliamo compiere in questi prossimi giorni. Che il nostro sguardo sia il tuo, per la potenza dello Spirito santo, e così ci sia data la grazia di comprendere in profondità il senso di quanto abbiamo vissuto. Aiutaci a ricordare e a raccontare l’opera della tua grazia, perché nulla vada perduto di ciò che tu hai seminato in un terreno che è stato arato da tanto dolore ma anche irrigato da tanto amore. Donaci la vera sapienza del cuore. Aiutaci ad accogliere il dono della rivelazione che la storia ci consegna quando viene letta con i tuoi stessi occhi. Il nostro cammino di Chiesa riprenda nel vigore di una fede umile e coraggiosa e di una carità che renda sempre più bello il mondo. Sia tutto a lode e gloria del tuo nome, di te che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen

14 maggio 2020 - Ritiro Spirituale per sacerdoti

LEGGI ANCHE

S. Messa Crismale
29/05/2020 | Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada

In queste lunghe settimane, nelle quali siamo stati investite da un turbine inaspettato, si sono intrecciati paura e coraggio, disorientamento e determinazione, sofferenza e consolazione. Alla fine – mi sentirei di dire – è stato l’amore generoso e creativo a lasciare l’impronta più forte.

Leggi di più

Santa Pasqua
12/04/2020 | Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada

Fatichiamo, Signore, a esultare quest’anno nel giorno della tua e nostra Pasqua. Ma questo è l’invito che la tua Parola ci rivolge: forte e chiaro. La nostra, Signore, non è una Pasqua allegra e spensierata. È una pasqua solenne. È venata di tristezza, al pensiero di tanto dolore e di tante perdite, ma carica di speranza. 

Leggi di più

Veglia delle Palme
04/04/2020 | Omelia del Vescovo Pierantonio Tremolada

nessuno di noi avrebbe mai immaginato di vivere così la Veglia della Domenica delle Palme. Ricordo quanto avvenuto lo scorso anno e quello precedente: la chiesa cattedrale colma in tutti i suoi spazi, la vostra presenza vivace e festosa. 

Leggi di più

© 2020 Diocesi di Brescia