Sacrosanctum Concilium
§ 7 - Cristo è presente nella liturgia
Per realizzare un'opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, « offertosi una volta sulla croce [20], offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti », sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza [21]. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso:
« Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro » (Mt 18,20).
Effettivamente per il compimento di quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l'invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'eterno Padre. Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell'uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado.
§ 11 - Necessità delle disposizioni personali
Ad ottenere però questa piena efficacia, è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione d'animo, armonizzino la loro mente con le parole che pronunziano e cooperino con la grazia divina per non riceverla invano [28]. Perciò i pastori di anime devono vigilare attenta mente che nell'azione liturgica non solo siano osservate le leggi che rendono possibile una celebrazione valida e lecita, ma che i fedeli vi prendano parte in modo consapevole, attivo e fruttuoso.
Dies Domini
§ 6
Di fronte a questo scenario di nuove situazioni e conseguenti interrogativi, sembra più che mai necessario ricuperare le motivazioni dottrinali profonde che stanno alla base del precetto ecclesiale, perché a tutti i fedeli risulti ben chiaro il valore irrinunciabile della domenica nella vita cristiana. Così facendo, ci muoviamo sulle tracce della perenne tradizione della Chiesa, vigorosamente richiamata dal Concilio Vaticano II quando ha insegnato che, nel giorno della domenica, « i fedeli devono riunirsi in assemblea perché, ascoltando la parola di Dio e partecipando all'Eucaristia, facciano memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendano grazie a Dio che li ha rigenerati per una speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti (cfr 1 Pt 1, 3) ».(8)
§ 15
In realtà, tutta la vita dell'uomo e tutto il tempo dell'uomo, devono essere vissuti come lode e ringraziamento nei confronti del Creatore. Ma il rapporto dell'uomo con Dio ha bisogno anche di momenti di esplicita preghiera, in cui il rapporto si fa dialogo intenso, coinvolgente ogni dimensione della persona. Il « giorno del Signore » è, per eccellenza, il giorno di questo rapporto, in cui l'uomo eleva a Dio il suo canto, facendosi voce dell'intera creazione.
§ 31
« Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Questa promessa di Cristo continua a risuonare nella Chiesa, che in essa coglie il segreto fecondo della sua vita e la sorgente della sua speranza. Se la domenica è il giorno della risurrezione, essa non è solo la memoria di un evento passato: è celebrazione della viva presenza del Risorto in mezzo ai suoi.
Perché tale presenza sia annunciata e vissuta in modo adeguato, non basta che i discepoli di Cristo preghino individualmente e ricordino interiormente, nel segreto del cuore, la morte e la risurrezione di Cristo. Quanti infatti hanno ricevuto la grazia del battesimo, non sono stati salvati solo a titolo individuale, ma come membra del Corpo mistico, entrati a far parte del Popolo di Dio.(38) È importante perciò che si radunino, per esprimere pienamente l'identità stessa della Chiesa, la ekklesía, l'assemblea convocata dal Signore risorto, il quale ha offerto la sua vita « per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi » (Gv 11, 52). Essi sono diventati « uno » in Cristo (cfr Gal 3, 28), attraverso il dono dello Spirito. Questa unità si manifesta esteriormente quando i cristiani si riuniscono: prendono allora viva coscienza e testimoniano al mondo di essere il popolo dei redenti composto da « uomini di ogni tribù, lingua, popolo, nazione » (Ap 5, 9). Nell'assemblea dei discepoli di Cristo si perpetua nel tempo l'immagine della prima comunità cristiana disegnata con intento esemplare da Luca negli Atti degli Apostoli, quando riferisce che i primi battezzati « erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (2, 42).
§ 32
Questa realtà della vita ecclesiale ha nell'Eucaristia non solo una particolare intensità espressiva, ma in certo senso il suo luogo « sorgivo ».(39) L'Eucaristia nutre e plasma la Chiesa: « Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane » (1 Cor 10, 17). Per tale suo rapporto vitale con il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, il mistero della Chiesa è in modo supremo annunciato, gustato e vissuto nell'Eucaristia.(40)
L'intrinseca dimensione ecclesiale dell'Eucaristia si realizza ogni volta che essa viene celebrata. Ma a maggior ragione si esprime nel giorno in cui tutta la comunità è convocata per fare memoria della risurrezione del Signore. Significativamente il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che « la celebrazione domenicale del Giorno e dell'Eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa ».(41)
§ 35
Il dies Domini si rivela così anche dies Ecclesiae. Si comprende allora perché la dimensione comunitaria della celebrazione domenicale debba essere, sul piano pastorale, particolarmente sottolineata. Come ho avuto modo, in altra occasione, di ricordare, tra le numerose attività che una parrocchia svolge, « nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua Eucaristia ».(46) In questo senso il Concilio Vaticano II ha richiamato la necessità di adoperarsi perché « il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della Messa domenicale ».(47) Nella stessa linea si pongono i successivi orientamenti liturgici, chiedendo che, nella domenica e nei giorni festivi, le celebrazioni eucaristiche fatte normalmente in altre chiese ed oratori siano coordinate con la celebrazione della chiesa parrocchiale, e ciò proprio per « fomentare il senso della comunità ecclesiale, che è alimentato ed espresso in modo speciale nella celebrazione comunitaria della domenica, sia intorno al Vescovo, soprattutto nella cattedrale, sia nell'assemblea parrocchiale, il cui pastore fa le veci del Vescovo ».(48)
§ 36
L'assemblea domenicale è luogo privilegiato di unità: vi si celebra infatti il sacramentum unitatis che caratterizza profondamente la Chiesa, popolo adunato « dalla » e « nella » unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.(49) In essa le famiglie cristiane vivono una delle espressioni più qualificate della loro identità e del loro « ministero » di « chiese domestiche », quando i genitori partecipano con i loro figli all'unica mensa della Parola e del Pane di vita.(50) Va ricordato a tal proposito che spetta innanzitutto ai genitori educare i loro figli alla partecipazione alla Messa domenicale, aiutati in ciò dai catechisti, che devono preoccuparsi di inserire l'iniziazione alla Messa nel cammino formativo dei ragazzi loro affidati, illustrando il motivo profondo dell'obbligatorietà del precetto. A questo contribuirà anche, quando le circostanze lo consiglino, la celebrazione di Messe per fanciulli, secondo le varie modalità previste dalle norme liturgiche.(51)
Nelle Messe domenicali della parrocchia, in quanto « comunità eucaristica »,(52) è normale poi che si ritrovino i vari gruppi, movimenti, associazioni, le stesse piccole comunità religiose in essa presenti. Questo consente loro di fare esperienza di ciò che è ad essi più profondamente comune, al di là delle specifiche vie spirituali che legittimamente li caratterizzano, in obbedienza al discernimento dell'autorità ecclesiale.(53) È per questo che di domenica, giorno dell'assemblea, le Messe dei piccoli gruppi non sono da incoraggiare: non si tratta solo di evitare che le assemblee parrocchiali manchino del necessario ministero dei sacerdoti, ma anche di fare in modo che la vita e l'unità della comunità ecclesiale vengano pienamente salvaguardate e promosse.(54) Spetta all'oculato discernimento dei Pastori delle Chiese particolari autorizzare eventuali e ben circoscritte deroghe a questo orientamento, in considerazione di specifiche esigenze formative e pastorali, tenendo conto del bene di singoli o di gruppi, e specialmente dei frutti che possono derivarne all'intera comunità cristiana.
§ 39
Nell'assemblea domenicale, come del resto in ogni Celebrazione eucaristica, l'incontro col Risorto avviene mediante la partecipazione alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita. La prima continua a dare quell'intelligenza della storia della salvezza e, in particolare, del mistero pasquale che lo stesso Gesù risorto procurò ai discepoli: è lui che parla, presente com'è nella sua parola « quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura ».(60) Nella seconda si attua la reale, sostanziale e duratura presenza del Signore risorto attraverso il memoriale della sua passione e della sua risurrezione, e viene offerto quel pane di vita che è pegno della gloria futura. Il Concilio Vaticano II ha ricordato che « la liturgia della parola e la liturgia eucaristica sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto ».(61) Lo stesso Concilio ha anche stabilito che « la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, aprendo più largamente i tesori della Bibbia ».(62) Ha poi ordinato che nelle Messe della domenica, come in quelle delle feste di precetto, l'omelia non sia omessa se non per grave causa.(63) Queste felici disposizioni hanno trovato fedele espressione nella riforma liturgica, a proposito della quale Paolo VI, commentando la più abbondante offerta di letture bibliche nelle domeniche e nei giorni festivi, scriveva: « Tutto ciò è stato ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli "quella fame di ascoltare la parola del Signore" (Am 8, 11) che, sotto la guida dello Spirito Santo, spinga il popolo della nuova alleanza alla perfetta unità della Chiesa ».(64)
§ 40
A distanza di oltre trent'anni dal Concilio, mentre riflettiamo sull'Eucaristia domenicale, è necessario verificare come la Parola di Dio venga proclamata, nonché l'effettiva crescita, nel Popolo di Dio, della conoscenza e dell'amore della Sacra Scrittura.(65) L'uno e l'altro aspetto, quello della celebrazione e quello dell'esperienza vissuta, stanno in intima relazione. Da una parte, la possibilità offerta dal Concilio di proclamare la Parola di Dio nella lingua propria della comunità partecipante deve portarci a sentire una « nuova responsabilità » verso di essa, facendo risplendere, « fin dal modo stesso di leggere o di cantare, il carattere peculiare del testo sacro ».(66) Dall'altra, occorre che l'ascolto della Parola di Dio proclamata sia ben preparato nell'animo dei fedeli da una conoscenza appropriata della Scrittura e, ove pastoralmente possibile, da specifiche iniziative di approfondimento dei brani biblici, specie di quelli delle Messe festive. Se infatti la lettura del testo sacro, compiuta in spirito di preghiera e in docilità all'interpretazione ecclesiale,(67) non anima abitualmente la vita dei singoli e delle famiglie cristiane, è difficile che la sola proclamazione liturgica della Parola di Dio possa portare i frutti sperati. Sono dunque molto lodevoli quelle iniziative con cui le comunità parrocchiali, attraverso il coinvolgimento di quanti partecipano all'Eucaristia — sacerdote, ministri e fedeli — (68) preparano la liturgia domenicale già nel corso della settimana, riflettendo in anticipo sulla Parola di Dio che sarà proclamata. L'obiettivo a cui tendere è che tutta la celebrazione, in quanto preghiera, ascolto, canto, e non solo l'omelia, esprima in qualche modo il messaggio della liturgia domenicale, così che esso possa incidere più efficacemente su quanti vi prendono parte. Ovviamente molto è affidato alla responsabilità di coloro che esercitano il ministero della Parola. Ad essi incombe il dovere di preparare con particolare cura, nello studio del testo sacro e nella preghiera, il commento alla parola del Signore, esprimendone fedelmente i contenuti e attualizzandoli in rapporto agli interrogativi e alla vita degli uomini del nostro tempo.
§ 42
La mensa della Parola sfocia naturalmente nella mensa del Pane eucaristico e prepara la comunità a viverne le molteplici dimensioni, che assumono nell'Eucaristia domenicale un carattere particolarmente solenne. Nel tono festoso del convenire di tutta la comunità nel « giorno del Signore », l'Eucaristia si propone in modo più visibile che negli altri giorni come la grande « azione di grazie », con cui la Chiesa, colma dello Spirito, si rivolge al Padre, unendosi a Cristo e facendosi voce dell'intera umanità. La scansione settimanale suggerisce di raccogliere in grata memoria gli eventi dei giorni appena trascorsi, per rileggerli alla luce di Dio, e rendergli grazie per i suoi innumerevoli doni, glorificandolo « per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell'unità dello Spirito Santo ». La comunità cristiana prende così rinnovata coscienza del fatto che tutte le cose sono state create per mezzo di Cristo (cfr Col 1, 16; Gv 1, 3) e in lui, venuto in forma di servo a condividere e redimere la nostra condizione umana, esse sono state ricapitolate (cfr Ef 1, 10), per essere offerte a Dio Padre, dal quale ogni cosa prende origine e vita. Aderendo infine con il suo « Amen » alla dossologia eucaristica, il Popolo di Dio si proietta nella fede e nella speranza verso il traguardo escatologico, quando Cristo « consegnerà il regno a Dio Padre [...] perché Dio sia tutto in tutti » (1 Cor 15, 24.28).
§ 52
Se la partecipazione all'Eucaristia è il cuore della domenica, sarebbe tuttavia limitativo ridurre solo ad essa il dovere di « santificarla ». Il giorno del Signore è infatti vissuto bene, se è tutto segnato dalla memoria grata ed operosa dei gesti salvifici di Dio. Questo impegna ciascuno dei discepoli di Cristo a dare anche agli altri momenti della giornata, vissuti al di fuori del contesto liturgico — vita di famiglia, relazioni sociali, occasioni di svago — uno stile che aiuti a far emergere la pace e la gioia del Risorto nel tessuto ordinario della vita. Il più tranquillo ritrovarsi dei genitori e dei figli può essere, ad esempio, occasione non solo per aprirsi all'ascolto reciproco, ma anche per vivere insieme qualche momento formativo e di maggior raccoglimento. E perché poi non mettere in programma, anche nella vita laicale, quando è possibile, speciali iniziative di preghiera — quali, in particolare, la celebrazione solenne dei Vespri —, come pure eventuali momenti di catechesi, che nella vigilia della domenica o nel pomeriggio di essa preparino e completino nell'animo cristiano il dono proprio dell'Eucaristia?
Questa forma abbastanza tradizionale di « santificazione della domenica » è diventata forse, in molti ambienti, più difficile; ma la Chiesa manifesta la sua fede nella forza del Risorto e nella potenza dello Spirito Santo mostrando, oggi più che mai, di non accontentarsi di proposte minimali o mediocri sul piano della fede, e aiutando i cristiani a compiere quanto è più perfetto e gradito al Signore. Del resto, accanto alle difficoltà, non mancano segnali positivi ed incoraggianti. Grazie al dono dello Spirito, in molti ambienti ecclesiali si avverte una nuova esigenza di preghiera nella molteplicità delle sue forme. Vengono riscoperte anche espressioni antiche della religiosità, come il pellegrinaggio, e spesso i fedeli approfittano del riposo domenicale per recarsi in Santuari dove vivere, magari con l'intera famiglia, qualche ora di più intensa esperienza di fede. Sono momenti di grazia che occorre nutrire con una adeguata evangelizzazione ed orientare con vera sapienza pastorale.
Desiderio desideravi
§4
A quella Cena nessuno si è guadagnato un posto, tutti sono stati invitati, o, meglio, attratti dal desiderio ardente che Gesù ha di mangiare quella Pasqua con loro: Lui sa di essere l’Agnello di quella Pasqua, sa di essere la Pasqua. Questa è l’assoluta novità di quella Cena, la sola vera novità della storia, che rende quella Cena unica e per questo “ultima”, irripetibile. Tuttavia, il suo infinito desiderio di ristabilire quella comunione con noi, che era e che rimane il progetto originario, non si potrà saziare finché ogni uomo, di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (Ap 5,9) non avrà mangiato il suo Corpo e bevuto il suo Sangue: per questo quella stessa Cena sarà resa presente, fino al suo ritorno, nella celebrazione dell’Eucaristia.
§ 5
Il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono invitati al banchetto di nozze dell’Agnello (Ap 19,9). Per accedervi occorre solo l’abito nuziale della fede che viene dall’ascolto della sua Parola (cfr. Rm 10,17): la Chiesa lo confeziona su misura con il candore di un tessuto lavato nel Sangue dell’Agnello (cfr. Ap 7,14). Non dovremmo avere nemmeno un attimo di riposo sapendo che ancora non tutti hanno ricevuto l’invito alla Cena o che altri lo hanno dimenticato o smarrito nei sentieri contorti della vita degli uomini. Per questo ho detto che “sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione” (Evangelii gaudium, n. 27): perché tutti possano sedersi alla Cena del sacrificio dell’Agnello e vivere di Lui.
§ 19
Se lo gnosticismo ci intossica con il veleno del soggettivismo, la celebrazione liturgica ci libera dalla prigione di una autoreferenzialità nutrita dalla propria ragione o dal proprio sentire: l’azione celebrativa non appartiene al singolo ma a Cristo-Chiesa, alla totalità dei fedeli uniti in Cristo. La Liturgia non dice “io” ma “noi” e ogni limitazione all’ampiezza di questo “noi” è sempre demoniaca. La Liturgia non ci lascia soli nel cercare una individuale presunta conoscenza del mistero di Dio, ma ci prende per mano, insieme, come assemblea, per condurci dentro il mistero che la Parola e i segni sacramentali ci rivelano. E lo fa, coerentemente con l’agire di Dio, seguendo la via dell’incarnazione, attraverso il linguaggio simbolico del corpo che si estende nelle cose, nello spazio e nel tempo.
§ 23
Intendiamoci: ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica, …) e ogni rubrica deve essere osservata: basterebbe questa attenzione per evitare di derubare l’assemblea di ciò che le è dovuto, vale a dire il mistero pasquale celebrato nella modalità rituale che la Chiesa stabilisce. Ma anche se la qualità e la norma dell’azione celebrativa fossero garantite, ciò non sarebbe sufficiente per rendere piena la nostra partecipazione.
Lo stupore per il mistero pasquale:
parte essenziale dell’atto liturgico
§ 26
Lo stupore è parte essenziale dell’atto liturgico perché è l’atteggiamento di chi sa di trovarsi di fronte alla peculiarità dei gesti simbolici; è la meraviglia di chi sperimenta la forza del simbolo, che non consiste nel rimandare ad un concetto astratto ma nel contenere ed esprimere nella sua concretezza ciò che significa.
La necessità di una seria e vitale formazione liturgica
§ 27
La questione fondamentale è, dunque, questa: come recuperare la capacità di vivere in pienezza l’azione liturgica? La riforma del Concilio ha questo come obiettivo. La sfida è molto impegnativa perché l’uomo moderno – non in tutte le culture allo stesso modo – ha perso la capacità di confrontarsi con l’agire simbolico che è tratto essenziale dell’atto liturgico.
§ 31
Non posso in questa lettera intrattenermi sulla ricchezza delle singole espressioni che lascio alla vostra meditazione. Se la Liturgia è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium. Per questo – come ho spiegato nella lettera inviata a tutti i Vescovi – ho sentito il dovere di affermare che “i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano” (Motu Proprio Traditionis custodes, art. 1).
La non accoglienza della riforma, come pure una sua superficiale comprensione, ci distoglie dall’impegno di trovare le risposte alla domanda che torno a ripetere: come crescere nella capacità di vivere in pienezza l’azione liturgica? Come continuare a stupirci di ciò che nella celebrazione accade sotto i nostri occhi? Abbiamo bisogno di una seria e vitale formazione liturgica.
§ 34
Qui si pone la questione decisiva della formazione liturgica. Dice Guardini: «Così è delineato anche il primo compito pratico: sostenuti da questa trasformazione interiore del nostro tempo, dobbiamo nuovamente imparare a porci di fronte al rapporto religioso come uomini in senso pieno». [8] È questo che la Liturgia rende possibile, a questo dobbiamo formarci. Lo stesso Guardini non esita ad affermare che senza formazione liturgica, “le riforme nel rito e nel testo non aiutano molto”. [9] Non intendo ora trattare in modo esaustivo il ricchissimo tema della formazione liturgica: vorrei solo offrire alcuni spunti di riflessione. Penso che possiamo distinguere due aspetti: la formazione alla Liturgia e la formazione dalla Liturgia. Il primo è funzionale al secondo che è essenziale.
§ 37
Anche l’impostazione dello studio della Liturgia nei seminari deve dare conto della straordinaria capacità che la celebrazione ha in se stessa di offrire una visione organica del sapere teologico. Ogni disciplina della teologia, ciascuna secondo la sua prospettiva, deve mostrare la propria intima connessione con la Liturgia, in forza della quale si rivela e si realizza l’unità della formazione sacerdotale (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 16). Una impostazione liturgico-sapienziale della formazione teologica nei seminari avrebbe certamente anche effetti positivi nell’azione pastorale. Non c’è aspetto della vita ecclesiale che non trovi in essa il suo culmine e la sua fonte. La pastorale d’insieme, organica, integrata, più che essere il risultato di elaborati programmi è la conseguenza del porre al centro della vita della comunità la celebrazione eucaristica domenicale, fondamento della comunione. La comprensione teologica della Liturgia non permette in nessun modo di intendere queste parole come se tutto si riducesse all’aspetto cultuale. Una celebrazione che non evangelizza non è autentica, come non lo è un annuncio che non porta all’incontro con il Risorto nella celebrazione: entrambi, poi, senza la testimonianza della carità, sono come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita (cfr. 1Cor 13,1).
§ 41
Da quanto abbiamo detto sulla natura della Liturgia risulta evidente che la conoscenza del mistero di Cristo, questione decisiva per la nostra vita, non consiste in una assimilazione mentale di una idea, ma in un reale coinvolgimento esistenziale con la sua persona. In tal senso la Liturgia non riguarda la “conoscenza” e il suo scopo non è primariamente pedagogico (pur avendo un grande valore pedagogico: cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 33) ma è la lode, il rendimento di grazie per la Pasqua del Figlio la cui forza di salvezza raggiunge la nostra vita. La celebrazione riguarda la realtà del nostro essere docili all’azione dello Spirito che in essa opera, finché non sia formato Cristo in noi (cfr. Gal 4,19). La pienezza della nostra formazione è la conformazione a Cristo. Ripeto: non si tratta di un processo mentale, astratto, ma di diventare Lui. Questo è lo scopo per il quale è stato donato lo Spirito la cui azione è sempre e solo quella di fare il Corpo di Cristo. È così con il pane eucaristico, è così per ogni battezzato chiamato a diventare sempre più ciò che ha ricevuto in dono nel battesimo, vale a dire l’essere membro del Corpo di Cristo. Scrive Leone Magno: «La nostra partecipazione al Corpo e al Sangue di Cristo non tende ad altro che a farci diventare quello che mangiamo». [11]
§ 45
La domanda che ci poniamo è, dunque, come tornare ad essere capaci di simboli? Come tornare a saperli leggere per poterli vivere? Sappiamo bene che la celebrazione dei sacramenti è – per grazia di Dio – efficace in se stessa (ex opere operato) ma questo non garantisce un pieno coinvolgimento delle persone senza un adeguato modo di porsi di fronte al linguaggio della celebrazione. La lettura simbolica non è un fatto di conoscenza mentale, di acquisizione di concetti ma è esperienza vitale.
§ 62
Vorrei che questa lettera ci aiutasse a ravvivare lo stupore per la bellezza della verità del celebrare cristiano, a ricordare la necessità di una formazione liturgica autentica e a riconoscere l’importanza di un’arte della celebrazione che sia a servizio della verità del mistero pasquale e della partecipazione di tutti i battezzati, ciascuno con la specificità della sua vocazione.
Tutta questa ricchezza non è lontana da noi: è nelle nostre chiese, nelle nostre feste cristiane, nella centralità della domenica, nella forza dei sacramenti che celebriamo. La vita cristiana è un continuo cammino di crescita: siamo chiamati a lasciarci formare con gioia e nella comunione.