La scrittura collettiva come forma di Resistenza
Padre Pifferetti crede fortemente nella lotta all’analfabetismo come via per la promozione umana e nella scrittura come forma di resistenza all’angoscia soffocante della vita di prigionia.
In Grecia fonda «Il Fante di quadri», un giornale murale scritto a mano, con articoli di carattere religioso e storico. In India fonda «Attesa», giornale degli ufficiali.
Il documento conservato presso l’Archivio Diocesano di Brescia è «Faville», redatto da soldati e a loro destinato: il primo numero esce nel marzo del 1941, nel campo di prigionia di Bangalore, in India.
«Faville. Giornale serio – umoristico – gratuito. Settimanale – Organo dei soldati prigionieri del 2° Campo».
Ecco «il Vostro giornale come espressione dei vostri sentimenti, della vostra vita che è, sotto molti aspetti, diversa da quella dei Signori Ufficiali. Il giornale ci dirà cose serie perché la nostra vita di prigionia è seria: ci ricorderà cose care e lontane: la patria, la famiglia, la nostra parrocchia, per tener viva nei cuori la nobile nostalgia che dentro ci brucia. Ma perché la nostalgia non degeneri in malinconia ci dirà anche cose umoristiche. Per questo il nostro giornale l’abbiamo battezzato col nome caldo e luminoso di “Faville”: darà fuoco e calore di fede e di amore, darà sprizzi di risa e sprazzi di luce. […]
Il giornale nostro vivrà. Ma è necessario che ognuno l’ami e ognuno pensi come scriverlo e come migliorarlo. Fanti, alpini, granatieri, camicie nere, bersaglieri, e soldati di ogni arma impugnate ora la penna per questa nuova battaglia».
Tra gli articoli pubblicati su «Faville» e redatti dai soldati italiani prigionieri in India si possono leggere alcuni passaggi che urtano la sensibilità contemporanea, maturata grazie a ottant’anni di vita democratica e fondata sul rispetto della dignità della persona umana, sulla libera convivenza tra i popoli.
I passaggi “fastidiosi” del giornale di prigionia (mancanza di rispetto verso persone con tradizioni religiose e culturali diverse da quelle europee; rimandi estremamente positivi a Hitler e Mussolini, quasi idolatrati; odio verso il nemico) costituiscono una traccia, storicamente molto significativa, delle “macerie morali” lasciate dal totalitarismo fascista (un “totalitarismo educatore”) nelle coscienze e nel carattere.
Rappresentano – con tutta evidenza – l’esito delle pervasive politiche educative fasciste, tese a indottrinare la popolazione italiana e, in particolare, l’infanzia e la gioventù, quotidianamente esposte – nella scuola e nelle associazioni parascolastiche e premilitari – a un aberrante “bombardamento educativo”, fondato su dogmi che ora riteniamo inaccettabili: l’obbedienza cieca e acritica (“obbedite perché dovete obbedire”); il culto del capo e della supremazia razziale; l’esaltazione della violenza, della guerra, dell’odio nazionalistico, della passività.
Tra le pagine di «Faville» emerge una varietà di sentimenti e di emozioni, poiché variegata è l’umanità dei campi di prigionia. Dagli scritti elaborati da una sensibilità maschile emerge – nel ricordo nostalgico – il femminile degli affetti e tra le righe compaiono – in filigrana – fidanzate, mogli e madri.
«Il reggimento è fatto di un po’ di tutto: da ingenui e da maliziati; da gente educata e da persone rozze, da timidi e da audaci, da umili e da prepotenti, da praticanti e da spregiudicati, da figliuoli attaccati alla mamma e da altri troppo indipendenti, da preoccupati della famiglia e degli affari e da indifferenti a tutto, da anime sane nei principî e da anime ribelli, da melanconici e da ridanciani, da fidanzati, da sposi, da padri; da artigiani, contadini e professionisti. Bisogna tener conto di questo caleidoscopio di figure per trovare i modi e le forme che più s’adattano a guadagnare ciascuno».
L’ignoranza religiosa è sempre grande. La superstizione non manca mai» [G. Pifferetti, Il mio curato… tra i fanti, in AA. VV, Il mio curato tra i militari, Morcelliana, Brescia 1942, p. 81].

