Skip to content
  • HOME DIOCESI
  • VESCOVO
    • Segreteria Vescovile
    • Agenda del Vescovo
    • Biografia
    • Lettere Pastorali
    • Omelie
    • Interventi
  • DIOCESI
    • Storia
    • Proprio della Santa Chiesa di Brescia
    • Territorio
    • Organismi
      • Consiglio Episcopale
      • Consiglio dei Vicari per la destinazione Ministri Ordinati
      • Consiglio Presbiterale
      • Consiglio Pastorale Diocesano
      • Collegio dei Consultori
      • Collegio degli Esorcisti
      • Consiglio Diocesano per gli Affari Economici
      • Consiglio di Formazione Permanente dei Ministri Ordinati
      • Commissioni e Consulte Diocesane
      • Vicari Zonali
    • Cattedrale di Brescia
    • Realtà Diocesane
    • Vescovi Emeriti
    • Pubblicazioni Diocesane
  • CURIA E VICARIATI
    • Persone
      • Vicario e Provicario Generale
      • Vicari Episcopali
      • Vicario Giudiziale
      • Economo Diocesano
    • Affari Generali
      • Cancelleria
      • Tribunale Ecclesiastico
      • Ufficio per gli Organismi di Partecipazione
      • Ufficio per le Comunicazioni Sociali
      • Segreteria Generale
    • Vicariato per il Clero
      • Formazione Presbiteri
      • Giovane Clero
      • Diaconato Permanente
      • Assistenza Clero
    • Vicariato per la Pastorale e i Laici
      • Pastorale per la Mondialità
        • Ufficio per il Dialogo Interreligioso
        • Ufficio per l’Ecumenismo
        • Ufficio per i Migranti
        • Ufficio per le Missioni
      • Pastorale per la Società
        • Caritas Diocesana
        • Ufficio per l’Impegno Sociale
        • Ufficio per la Famiglia
        • Ufficio per la Salute
      • Pastorale per la Crescita della Persona
        • Ufficio per la Catechesi
        • Ufficio per la Liturgia
        • Ufficio per gli Oratori, i Giovani e le Vocazioni
        • Ufficio per il Turismo e i Pellegrinaggi
    • Vicariato per la Vita Consacrata
      • Ufficio per la Vita Consacrata
    • Vicariato per l’Amministrazione
      • Ufficio Amministrativo
      • Ufficio per i Beni Culturali Ecclesiastici
      • Ufficio Promotoria
      • Servizio per la Promozione del Sostegno economico della Chiesa
    • Vicariato per la Cultura
      • Archivio Storico Diocesano
      • Biblioteca Diocesana Luciano Monari
      • Ufficio per la Scuola
      • Servizio per l’Università
    • Servizi
      • Servizio per le Manifestazioni Diocesane
      • Servizio per i nuovi movimenti religiosi
      • Servizio per il Personale Laico della Curia
      • Servizio per le Persone con Disabilità
      • Servizio Tutela Minori
      • Cause di Beatificazione e Canonizzazione
  • COMUNICAZIONI
    • Rivista della Diocesi
    • Comunicati stampa
    • Nuove Nomine
    • Sacerdoti e diaconi defunti
    • Calendario pastorale
    • La Voce del Popolo
    • Radio Voce
    • Articoli per Giornali della Comunità
  • TROVA
    • Persone
    • Parrocchie/UP
    • Corsi di Formazione
    • Corsi per Fidanzati
    • Orari S. Messe
    • Compleanni Sacerdoti
  • AREA RISERVATA
    • Gestione orari S. Messe
    • Prenotazione Sale Centro Pastorale Paolo VI
    • Prenotazione Sale al Polo Culturale Diocesano
    • Webmail
Menu
giovedì 12 febbraio 2026 Santi martiri di Abitene
  • twitter
  • issuu
  • soundcloud
Diocesi di Brescia

Diocesi di Brescia

Menu
  • HOME DIOCESI
  • VESCOVO
    • Segreteria Vescovile
    • Agenda del Vescovo
    • Biografia
    • Lettere Pastorali
    • Omelie
    • Interventi
  • DIOCESI
    • Storia
    • Proprio della Santa Chiesa di Brescia
    • Territorio
    • Organismi
      • Consiglio Episcopale
      • Consiglio dei Vicari per la destinazione Ministri Ordinati
      • Consiglio Presbiterale
      • Consiglio Pastorale Diocesano
      • Collegio dei Consultori
      • Collegio degli Esorcisti
      • Consiglio Diocesano per gli Affari Economici
      • Consiglio di Formazione Permanente dei Ministri Ordinati
      • Commissioni e Consulte Diocesane
      • Vicari Zonali
    • Cattedrale di Brescia
    • Realtà Diocesane
    • Vescovi Emeriti
    • Pubblicazioni Diocesane
  • CURIA E VICARIATI
    • Persone
      • Vicario e Provicario Generale
      • Vicari Episcopali
      • Vicario Giudiziale
      • Economo Diocesano
    • Affari Generali
      • Cancelleria
      • Tribunale Ecclesiastico
      • Ufficio per gli Organismi di Partecipazione
      • Ufficio per le Comunicazioni Sociali
      • Segreteria Generale
    • Vicariato per il Clero
      • Formazione Presbiteri
      • Giovane Clero
      • Diaconato Permanente
      • Assistenza Clero
    • Vicariato per la Pastorale e i Laici
      • Pastorale per la Mondialità
        • Ufficio per il Dialogo Interreligioso
        • Ufficio per l’Ecumenismo
        • Ufficio per i Migranti
        • Ufficio per le Missioni
      • Pastorale per la Società
        • Caritas Diocesana
        • Ufficio per l’Impegno Sociale
        • Ufficio per la Famiglia
        • Ufficio per la Salute
      • Pastorale per la Crescita della Persona
        • Ufficio per la Catechesi
        • Ufficio per la Liturgia
        • Ufficio per gli Oratori, i Giovani e le Vocazioni
        • Ufficio per il Turismo e i Pellegrinaggi
    • Vicariato per la Vita Consacrata
      • Ufficio per la Vita Consacrata
    • Vicariato per l’Amministrazione
      • Ufficio Amministrativo
      • Ufficio per i Beni Culturali Ecclesiastici
      • Ufficio Promotoria
      • Servizio per la Promozione del Sostegno economico della Chiesa
    • Vicariato per la Cultura
      • Archivio Storico Diocesano
      • Biblioteca Diocesana Luciano Monari
      • Ufficio per la Scuola
      • Servizio per l’Università
    • Servizi
      • Servizio per le Manifestazioni Diocesane
      • Servizio per i nuovi movimenti religiosi
      • Servizio per il Personale Laico della Curia
      • Servizio per le Persone con Disabilità
      • Servizio Tutela Minori
      • Cause di Beatificazione e Canonizzazione
  • COMUNICAZIONI
    • Rivista della Diocesi
    • Comunicati stampa
    • Nuove Nomine
    • Sacerdoti e diaconi defunti
    • Calendario pastorale
    • La Voce del Popolo
    • Radio Voce
    • Articoli per Giornali della Comunità
  • TROVA
    • Persone
    • Parrocchie/UP
    • Corsi di Formazione
    • Corsi per Fidanzati
    • Orari S. Messe
    • Compleanni Sacerdoti
  • AREA RISERVATA
    • Gestione orari S. Messe
    • Prenotazione Sale Centro Pastorale Paolo VI
    • Prenotazione Sale al Polo Culturale Diocesano
    • Webmail
  • S. MESSE
    • Orari S. Messe
    • Intenzioni per le S. Messe
  • CLERO
    • Assistenza Clero
    • Formazione Permanente del Clero
    • Cerca persone
    • Compleanni Sacerdoti
    • Diaconato Permanente
    • Nuove Nomine
    • Sacerdoti e diaconi defunti
  • VITA CONSACRATA
  • SACRAMENTI
    • Battesimo e Cresima degli adulti
    • Certificati Storici Emigrati
    • Corsi per fidanzati
  • SPIRITUALITÀ
    • Apostolato della Preghiera
    • Cammino di Quaresima
    • Cammino di Avvento
  • CULTURA
    • Archivio Storico Diocesano
    • Biblioteca Diocesana Luciano Monari
    • Museo Diocesano
    • Ufficio per la Scuola
    • Servizio per l’Università
  • FORMAZIONE
    • Corsi di Formazione
    • Istituto Superiore di Scienze Religiose
    • Scuola Diocesana di Musica S. Cecilia
    • Scuola di Teologia per Laici
    • Studio Teologico Paolo VI
  • CAMMINO DI QUARESIMA
  • CONVEGNO DIOCESANO
  • SERVIZIO TUTELA MINORI
    Home » Testi di approfondimento Convegno Diocesano 2026

Convegno Diocesano 2026

La prospettiva del Convegno diocesano matura al termine di un intenso cammino ecclesiale, che ha coinvolto l’intera Diocesi nel tempo del Giubileo e nel percorso sinodale biennale. È un cammino che ha permesso di sostare, ascoltare, discernere, riconoscendo ciò che lo Spirito ha suscitato nella vita delle comunità e nelle diverse realtà pastorali del territorio bresciano.

TESTI DI APPROFONDIMENTO

CELEBRARE IL GIORNO DEL SIGNORE

Sacrosanctum Concilium

§ 7 - Cristo è presente nella liturgia

Per realizzare un'opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, « offertosi una volta sulla croce [20], offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti », sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza [21]. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso:

« Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro » (Mt 18,20).

Effettivamente per il compimento di quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l'invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'eterno Padre. Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell'uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado.

§ 11 - Necessità delle disposizioni personali

Ad ottenere però questa piena efficacia, è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione d'animo, armonizzino la loro mente con le parole che pronunziano e cooperino con la grazia divina per non riceverla invano [28]. Perciò i pastori di anime devono vigilare attenta mente che nell'azione liturgica non solo siano osservate le leggi che rendono possibile una celebrazione valida e lecita, ma che i fedeli vi prendano parte in modo consapevole, attivo e fruttuoso.


Dies Domini

§ 6

Di fronte a questo scenario di nuove situazioni e conseguenti interrogativi, sembra più che mai necessario ricuperare le motivazioni dottrinali profonde che stanno alla base del precetto ecclesiale, perché a tutti i fedeli risulti ben chiaro il valore irrinunciabile della domenica nella vita cristiana. Così facendo, ci muoviamo sulle tracce della perenne tradizione della Chiesa, vigorosamente richiamata dal Concilio Vaticano II quando ha insegnato che, nel giorno della domenica, « i fedeli devono riunirsi in assemblea perché, ascoltando la parola di Dio e partecipando all'Eucaristia, facciano memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendano grazie a Dio che li ha rigenerati per una speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti (cfr 1 Pt 1, 3) ».(8)

§ 15

In realtà, tutta la vita dell'uomo e tutto il tempo dell'uomo, devono essere vissuti come lode e ringraziamento nei confronti del Creatore. Ma il rapporto dell'uomo con Dio ha bisogno anche di momenti di esplicita preghiera, in cui il rapporto si fa dialogo intenso, coinvolgente ogni dimensione della persona. Il « giorno del Signore » è, per eccellenza, il giorno di questo rapporto, in cui l'uomo eleva a Dio il suo canto, facendosi voce dell'intera creazione.

§ 31

« Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Questa promessa di Cristo continua a risuonare nella Chiesa, che in essa coglie il segreto fecondo della sua vita e la sorgente della sua speranza. Se la domenica è il giorno della risurrezione, essa non è solo la memoria di un evento passato: è celebrazione della viva presenza del Risorto in mezzo ai suoi.

Perché tale presenza sia annunciata e vissuta in modo adeguato, non basta che i discepoli di Cristo preghino individualmente e ricordino interiormente, nel segreto del cuore, la morte e la risurrezione di Cristo. Quanti infatti hanno ricevuto la grazia del battesimo, non sono stati salvati solo a titolo individuale, ma come membra del Corpo mistico, entrati a far parte del Popolo di Dio.(38) È importante perciò che si radunino, per esprimere pienamente l'identità stessa della Chiesa, la ekklesía, l'assemblea convocata dal Signore risorto, il quale ha offerto la sua vita « per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi » (Gv 11, 52). Essi sono diventati « uno » in Cristo (cfr Gal 3, 28), attraverso il dono dello Spirito. Questa unità si manifesta esteriormente quando i cristiani si riuniscono: prendono allora viva coscienza e testimoniano al mondo di essere il popolo dei redenti composto da « uomini di ogni tribù, lingua, popolo, nazione » (Ap 5, 9). Nell'assemblea dei discepoli di Cristo si perpetua nel tempo l'immagine della prima comunità cristiana disegnata con intento esemplare da Luca negli Atti degli Apostoli, quando riferisce che i primi battezzati « erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (2, 42).

§ 32

Questa realtà della vita ecclesiale ha nell'Eucaristia non solo una particolare intensità espressiva, ma in certo senso il suo luogo « sorgivo ».(39) L'Eucaristia nutre e plasma la Chiesa: « Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane » (1 Cor 10, 17). Per tale suo rapporto vitale con il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, il mistero della Chiesa è in modo supremo annunciato, gustato e vissuto nell'Eucaristia.(40)

L'intrinseca dimensione ecclesiale dell'Eucaristia si realizza ogni volta che essa viene celebrata. Ma a maggior ragione si esprime nel giorno in cui tutta la comunità è convocata per fare memoria della risurrezione del Signore. Significativamente il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che « la celebrazione domenicale del Giorno e dell'Eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa ».(41)

§ 35

Il dies Domini si rivela così anche dies Ecclesiae. Si comprende allora perché la dimensione comunitaria della celebrazione domenicale debba essere, sul piano pastorale, particolarmente sottolineata. Come ho avuto modo, in altra occasione, di ricordare, tra le numerose attività che una parrocchia svolge, « nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua Eucaristia ».(46) In questo senso il Concilio Vaticano II ha richiamato la necessità di adoperarsi perché « il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della Messa domenicale ».(47) Nella stessa linea si pongono i successivi orientamenti liturgici, chiedendo che, nella domenica e nei giorni festivi, le celebrazioni eucaristiche fatte normalmente in altre chiese ed oratori siano coordinate con la celebrazione della chiesa parrocchiale, e ciò proprio per « fomentare il senso della comunità ecclesiale, che è alimentato ed espresso in modo speciale nella celebrazione comunitaria della domenica, sia intorno al Vescovo, soprattutto nella cattedrale, sia nell'assemblea parrocchiale, il cui pastore fa le veci del Vescovo ».(48)

§ 36

L'assemblea domenicale è luogo privilegiato di unità: vi si celebra infatti il sacramentum unitatis che caratterizza profondamente la Chiesa, popolo adunato « dalla » e « nella » unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.(49) In essa le famiglie cristiane vivono una delle espressioni più qualificate della loro identità e del loro « ministero » di « chiese domestiche », quando i genitori partecipano con i loro figli all'unica mensa della Parola e del Pane di vita.(50) Va ricordato a tal proposito che spetta innanzitutto ai genitori educare i loro figli alla partecipazione alla Messa domenicale, aiutati in ciò dai catechisti, che devono preoccuparsi di inserire l'iniziazione alla Messa nel cammino formativo dei ragazzi loro affidati, illustrando il motivo profondo dell'obbligatorietà del precetto. A questo contribuirà anche, quando le circostanze lo consiglino, la celebrazione di Messe per fanciulli, secondo le varie modalità previste dalle norme liturgiche.(51)

Nelle Messe domenicali della parrocchia, in quanto « comunità eucaristica »,(52) è normale poi che si ritrovino i vari gruppi, movimenti, associazioni, le stesse piccole comunità religiose in essa presenti. Questo consente loro di fare esperienza di ciò che è ad essi più profondamente comune, al di là delle specifiche vie spirituali che legittimamente li caratterizzano, in obbedienza al discernimento dell'autorità ecclesiale.(53) È per questo che di domenica, giorno dell'assemblea, le Messe dei piccoli gruppi non sono da incoraggiare: non si tratta solo di evitare che le assemblee parrocchiali manchino del necessario ministero dei sacerdoti, ma anche di fare in modo che la vita e l'unità della comunità ecclesiale vengano pienamente salvaguardate e promosse.(54) Spetta all'oculato discernimento dei Pastori delle Chiese particolari autorizzare eventuali e ben circoscritte deroghe a questo orientamento, in considerazione di specifiche esigenze formative e pastorali, tenendo conto del bene di singoli o di gruppi, e specialmente dei frutti che possono derivarne all'intera comunità cristiana.

§ 39

Nell'assemblea domenicale, come del resto in ogni Celebrazione eucaristica, l'incontro col Risorto avviene mediante la partecipazione alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita. La prima continua a dare quell'intelligenza della storia della salvezza e, in particolare, del mistero pasquale che lo stesso Gesù risorto procurò ai discepoli: è lui che parla, presente com'è nella sua parola « quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura ».(60) Nella seconda si attua la reale, sostanziale e duratura presenza del Signore risorto attraverso il memoriale della sua passione e della sua risurrezione, e viene offerto quel pane di vita che è pegno della gloria futura. Il Concilio Vaticano II ha ricordato che « la liturgia della parola e la liturgia eucaristica sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto ».(61) Lo stesso Concilio ha anche stabilito che « la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, aprendo più largamente i tesori della Bibbia ».(62) Ha poi ordinato che nelle Messe della domenica, come in quelle delle feste di precetto, l'omelia non sia omessa se non per grave causa.(63) Queste felici disposizioni hanno trovato fedele espressione nella riforma liturgica, a proposito della quale Paolo VI, commentando la più abbondante offerta di letture bibliche nelle domeniche e nei giorni festivi, scriveva: « Tutto ciò è stato ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli "quella fame di ascoltare la parola del Signore" (Am 8, 11) che, sotto la guida dello Spirito Santo, spinga il popolo della nuova alleanza alla perfetta unità della Chiesa ».(64)

§ 40

A distanza di oltre trent'anni dal Concilio, mentre riflettiamo sull'Eucaristia domenicale, è necessario verificare come la Parola di Dio venga proclamata, nonché l'effettiva crescita, nel Popolo di Dio, della conoscenza e dell'amore della Sacra Scrittura.(65) L'uno e l'altro aspetto, quello della celebrazione e quello dell'esperienza vissuta, stanno in intima relazione. Da una parte, la possibilità offerta dal Concilio di proclamare la Parola di Dio nella lingua propria della comunità partecipante deve portarci a sentire una « nuova responsabilità » verso di essa, facendo risplendere, « fin dal modo stesso di leggere o di cantare, il carattere peculiare del testo sacro ».(66) Dall'altra, occorre che l'ascolto della Parola di Dio proclamata sia ben preparato nell'animo dei fedeli da una conoscenza appropriata della Scrittura e, ove pastoralmente possibile, da specifiche iniziative di approfondimento dei brani biblici, specie di quelli delle Messe festive. Se infatti la lettura del testo sacro, compiuta in spirito di preghiera e in docilità all'interpretazione ecclesiale,(67) non anima abitualmente la vita dei singoli e delle famiglie cristiane, è difficile che la sola proclamazione liturgica della Parola di Dio possa portare i frutti sperati. Sono dunque molto lodevoli quelle iniziative con cui le comunità parrocchiali, attraverso il coinvolgimento di quanti partecipano all'Eucaristia — sacerdote, ministri e fedeli — (68) preparano la liturgia domenicale già nel corso della settimana, riflettendo in anticipo sulla Parola di Dio che sarà proclamata. L'obiettivo a cui tendere è che tutta la celebrazione, in quanto preghiera, ascolto, canto, e non solo l'omelia, esprima in qualche modo il messaggio della liturgia domenicale, così che esso possa incidere più efficacemente su quanti vi prendono parte. Ovviamente molto è affidato alla responsabilità di coloro che esercitano il ministero della Parola. Ad essi incombe il dovere di preparare con particolare cura, nello studio del testo sacro e nella preghiera, il commento alla parola del Signore, esprimendone fedelmente i contenuti e attualizzandoli in rapporto agli interrogativi e alla vita degli uomini del nostro tempo.

§ 42

La mensa della Parola sfocia naturalmente nella mensa del Pane eucaristico e prepara la comunità a viverne le molteplici dimensioni, che assumono nell'Eucaristia domenicale un carattere particolarmente solenne. Nel tono festoso del convenire di tutta la comunità nel « giorno del Signore », l'Eucaristia si propone in modo più visibile che negli altri giorni come la grande « azione di grazie », con cui la Chiesa, colma dello Spirito, si rivolge al Padre, unendosi a Cristo e facendosi voce dell'intera umanità. La scansione settimanale suggerisce di raccogliere in grata memoria gli eventi dei giorni appena trascorsi, per rileggerli alla luce di Dio, e rendergli grazie per i suoi innumerevoli doni, glorificandolo « per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell'unità dello Spirito Santo ». La comunità cristiana prende così rinnovata coscienza del fatto che tutte le cose sono state create per mezzo di Cristo (cfr Col 1, 16; Gv 1, 3) e in lui, venuto in forma di servo a condividere e redimere la nostra condizione umana, esse sono state ricapitolate (cfr Ef 1, 10), per essere offerte a Dio Padre, dal quale ogni cosa prende origine e vita. Aderendo infine con il suo « Amen » alla dossologia eucaristica, il Popolo di Dio si proietta nella fede e nella speranza verso il traguardo escatologico, quando Cristo « consegnerà il regno a Dio Padre [...] perché Dio sia tutto in tutti » (1 Cor 15, 24.28).

§ 52

Se la partecipazione all'Eucaristia è il cuore della domenica, sarebbe tuttavia limitativo ridurre solo ad essa il dovere di « santificarla ». Il giorno del Signore è infatti vissuto bene, se è tutto segnato dalla memoria grata ed operosa dei gesti salvifici di Dio. Questo impegna ciascuno dei discepoli di Cristo a dare anche agli altri momenti della giornata, vissuti al di fuori del contesto liturgico — vita di famiglia, relazioni sociali, occasioni di svago — uno stile che aiuti a far emergere la pace e la gioia del Risorto nel tessuto ordinario della vita. Il più tranquillo ritrovarsi dei genitori e dei figli può essere, ad esempio, occasione non solo per aprirsi all'ascolto reciproco, ma anche per vivere insieme qualche momento formativo e di maggior raccoglimento. E perché poi non mettere in programma, anche nella vita laicale, quando è possibile, speciali iniziative di preghiera — quali, in particolare, la celebrazione solenne dei Vespri —, come pure eventuali momenti di catechesi, che nella vigilia della domenica o nel pomeriggio di essa preparino e completino nell'animo cristiano il dono proprio dell'Eucaristia?

Questa forma abbastanza tradizionale di « santificazione della domenica » è diventata forse, in molti ambienti, più difficile; ma la Chiesa manifesta la sua fede nella forza del Risorto e nella potenza dello Spirito Santo mostrando, oggi più che mai, di non accontentarsi di proposte minimali o mediocri sul piano della fede, e aiutando i cristiani a compiere quanto è più perfetto e gradito al Signore. Del resto, accanto alle difficoltà, non mancano segnali positivi ed incoraggianti. Grazie al dono dello Spirito, in molti ambienti ecclesiali si avverte una nuova esigenza di preghiera nella molteplicità delle sue forme. Vengono riscoperte anche espressioni antiche della religiosità, come il pellegrinaggio, e spesso i fedeli approfittano del riposo domenicale per recarsi in Santuari dove vivere, magari con l'intera famiglia, qualche ora di più intensa esperienza di fede. Sono momenti di grazia che occorre nutrire con una adeguata evangelizzazione ed orientare con vera sapienza pastorale.


Desiderio desideravi

§4

A quella Cena nessuno si è guadagnato un posto, tutti sono stati invitati, o, meglio, attratti dal desiderio ardente che Gesù ha di mangiare quella Pasqua con loro: Lui sa di essere l’Agnello di quella Pasqua, sa di essere la Pasqua. Questa è l’assoluta novità di quella Cena, la sola vera novità della storia, che rende quella Cena unica e per questo “ultima”, irripetibile. Tuttavia, il suo infinito desiderio di ristabilire quella comunione con noi, che era e che rimane il progetto originario, non si potrà saziare finché ogni uomo, di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (Ap 5,9) non avrà mangiato il suo Corpo e bevuto il suo Sangue: per questo quella stessa Cena sarà resa presente, fino al suo ritorno, nella celebrazione dell’Eucaristia.

§ 5

Il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono invitati al banchetto di nozze dell’Agnello (Ap 19,9). Per accedervi occorre solo l’abito nuziale della fede che viene dall’ascolto della sua Parola (cfr. Rm 10,17): la Chiesa lo confeziona su misura con il candore di un tessuto lavato nel Sangue dell’Agnello (cfr. Ap 7,14). Non dovremmo avere nemmeno un attimo di riposo sapendo che ancora non tutti hanno ricevuto l’invito alla Cena o che altri lo hanno dimenticato o smarrito nei sentieri contorti della vita degli uomini. Per questo ho detto che “sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione” (Evangelii gaudium, n. 27): perché tutti possano sedersi alla Cena del sacrificio dell’Agnello e vivere di Lui.

§ 19

Se lo gnosticismo ci intossica con il veleno del soggettivismo, la celebrazione liturgica ci libera dalla prigione di una autoreferenzialità nutrita dalla propria ragione o dal proprio sentire: l’azione celebrativa non appartiene al singolo ma a Cristo-Chiesa, alla totalità dei fedeli uniti in Cristo. La Liturgia non dice “io” ma “noi” e ogni limitazione all’ampiezza di questo “noi” è sempre demoniaca. La Liturgia non ci lascia soli nel cercare una individuale presunta conoscenza del mistero di Dio, ma ci prende per mano, insieme, come assemblea, per condurci dentro il mistero che la Parola e i segni sacramentali ci rivelano. E lo fa, coerentemente con l’agire di Dio, seguendo la via dell’incarnazione, attraverso il linguaggio simbolico del corpo che si estende nelle cose, nello spazio e nel tempo.

§ 23

 Intendiamoci: ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica, …) e ogni rubrica deve essere osservata: basterebbe questa attenzione per evitare di derubare l’assemblea di ciò che le è dovuto, vale a dire il mistero pasquale celebrato nella modalità rituale che la Chiesa stabilisce. Ma anche se la qualità e la norma dell’azione celebrativa fossero garantite, ciò non sarebbe sufficiente per rendere piena la nostra partecipazione.

Lo stupore per il mistero pasquale:
parte essenziale dell’atto liturgico

§ 26

Lo stupore è parte essenziale dell’atto liturgico perché è l’atteggiamento di chi sa di trovarsi di fronte alla peculiarità dei gesti simbolici; è la meraviglia di chi sperimenta la forza del simbolo, che non consiste nel rimandare ad un concetto astratto ma nel contenere ed esprimere nella sua concretezza ciò che significa.

La necessità di una seria e vitale formazione liturgica

§ 27

La questione fondamentale è, dunque, questa: come recuperare la capacità di vivere in pienezza l’azione liturgica? La riforma del Concilio ha questo come obiettivo. La sfida è molto impegnativa perché l’uomo moderno – non in tutte le culture allo stesso modo – ha perso la capacità di confrontarsi con l’agire simbolico che è tratto essenziale dell’atto liturgico.

§ 31

Non posso in questa lettera intrattenermi sulla ricchezza delle singole espressioni che lascio alla vostra meditazione. Se la Liturgia è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium. Per questo – come ho spiegato nella lettera inviata a tutti i Vescovi – ho sentito il dovere di affermare che “i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano” (Motu Proprio Traditionis custodes, art. 1).

La non accoglienza della riforma, come pure una sua superficiale comprensione, ci distoglie dall’impegno di trovare le risposte alla domanda che torno a ripetere: come crescere nella capacità di vivere in pienezza l’azione liturgica? Come continuare a stupirci di ciò che nella celebrazione accade sotto i nostri occhi? Abbiamo bisogno di una seria e vitale formazione liturgica.

§ 34

Qui si pone la questione decisiva della formazione liturgica. Dice Guardini: «Così è delineato anche il primo compito pratico: sostenuti da questa trasformazione interiore del nostro tempo, dobbiamo nuovamente imparare a porci di fronte al rapporto religioso come uomini in senso pieno». [8] È questo che la Liturgia rende possibile, a questo dobbiamo formarci. Lo stesso Guardini non esita ad affermare che senza formazione liturgica, “le riforme nel rito e nel testo non aiutano molto”. [9] Non intendo ora trattare in modo esaustivo il ricchissimo tema della formazione liturgica: vorrei solo offrire alcuni spunti di riflessione. Penso che possiamo distinguere due aspetti: la formazione alla Liturgia e la formazione dalla Liturgia. Il primo è funzionale al secondo che è essenziale.

§ 37

Anche l’impostazione dello studio della Liturgia nei seminari deve dare conto della straordinaria capacità che la celebrazione ha in se stessa di offrire una visione organica del sapere teologico. Ogni disciplina della teologia, ciascuna secondo la sua prospettiva, deve mostrare la propria intima connessione con la Liturgia, in forza della quale si rivela e si realizza l’unità della formazione sacerdotale (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 16). Una impostazione liturgico-sapienziale della formazione teologica nei seminari avrebbe certamente anche effetti positivi nell’azione pastorale. Non c’è aspetto della vita ecclesiale che non trovi in essa il suo culmine e la sua fonte. La pastorale d’insieme, organica, integrata, più che essere il risultato di elaborati programmi è la conseguenza del porre al centro della vita della comunità la celebrazione eucaristica domenicale, fondamento della comunione. La comprensione teologica della Liturgia non permette in nessun modo di intendere queste parole come se tutto si riducesse all’aspetto cultuale. Una celebrazione che non evangelizza non è autentica, come non lo è un annuncio che non porta all’incontro con il Risorto nella celebrazione: entrambi, poi, senza la testimonianza della carità, sono come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita (cfr. 1Cor 13,1).

§ 41

Da quanto abbiamo detto sulla natura della Liturgia risulta evidente che la conoscenza del mistero di Cristo, questione decisiva per la nostra vita, non consiste in una assimilazione mentale di una idea, ma in un reale coinvolgimento esistenziale con la sua persona. In tal senso la Liturgia non riguarda la “conoscenza” e il suo scopo non è primariamente pedagogico (pur avendo un grande valore pedagogico: cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 33) ma è la lode, il rendimento di grazie per la Pasqua del Figlio la cui forza di salvezza raggiunge la nostra vita. La celebrazione riguarda la realtà del nostro essere docili all’azione dello Spirito che in essa opera, finché non sia formato Cristo in noi (cfr. Gal 4,19). La pienezza della nostra formazione è la conformazione a Cristo. Ripeto: non si tratta di un processo mentale, astratto, ma di diventare Lui. Questo è lo scopo per il quale è stato donato lo Spirito la cui azione è sempre e solo quella di fare il Corpo di Cristo. È così con il pane eucaristico, è così per ogni battezzato chiamato a diventare sempre più ciò che ha ricevuto in dono nel battesimo, vale a dire l’essere membro del Corpo di Cristo. Scrive Leone Magno: «La nostra partecipazione al Corpo e al Sangue di Cristo non tende ad altro che a farci diventare quello che mangiamo». [11]

§ 45

La domanda che ci poniamo è, dunque, come tornare ad essere capaci di simboli? Come tornare a saperli leggere per poterli vivere? Sappiamo bene che la celebrazione dei sacramenti è – per grazia di Dio – efficace in se stessa (ex opere operato) ma questo non garantisce un pieno coinvolgimento delle persone senza un adeguato modo di porsi di fronte al linguaggio della celebrazione. La lettura simbolica non è un fatto di conoscenza mentale, di acquisizione di concetti ma è esperienza vitale.

§ 62

Vorrei che questa lettera ci aiutasse a ravvivare lo stupore per la bellezza della verità del celebrare cristiano, a ricordare la necessità di una formazione liturgica autentica e a riconoscere l’importanza di un’arte della celebrazione che sia a servizio della verità del mistero pasquale e della partecipazione di tutti i battezzati, ciascuno con la specificità della sua vocazione.

Tutta questa ricchezza non è lontana da noi: è nelle nostre chiese, nelle nostre feste cristiane, nella centralità della domenica, nella forza dei sacramenti che celebriamo. La vita cristiana è un continuo cammino di crescita: siamo chiamati a lasciarci formare con gioia e nella comunione.

CONSIGLI DI PARTECIPAZIONE

La Parola di Dio

In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro (Mt 18,19-20).

Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rm 12,2).


Il magistero della Chiesa

Pierantonio Tremolada, Il consigliare nella Chiesa, CPD 5 maggio 2018, pp. 22-33.
  1. Il metodo del consigliare. Il consigliare esige poi un metodo. Parecchi dei nostri Consigli pastorali rischiano di sbagliare su questo punto. Normalmente, infatti, succede questo: si propone un tema, si chiede il parere dei singoli membri al momento dell’incontro, si dà la parola a ciascuno, che dice a caldo ciò che pensa, e quindi si decide a maggioranza o si lascia al parroco il compito di farlo. Poiché mira a offrire un consiglio in vista di una decisione, il consigliare esige insieme indagine approfondita e creatività. Bisogna istruire la causa non rapidamente, non esprimendo il primo parere che affiora alla mente, bensì indagando sulle situazioni e condizioni e informandosi sulle soluzioni già date in altri luoghi. Occorre poi farlo con grande apertura di mente. La creatività e il gusto dell’indagine sono dunque caratteristiche del consigliare. A ciò si dovrà aggiungere una metodologia ben pensata per il confronto e l’ascolto reciproci e per la sintesi in vista delle decisioni. Ritengo sia utile procedere per tappe, immaginando in concreto questi tre passaggi: 1) una istruzione della causa o ponenza (qual è il problema? Come lo comprendiamo? Come è stato risolto altrove?) da parte di un gruppo ristretto e competente che metta per tempo a disposizione del Consiglio il frutto del proprio lavoro; 2) il confronto all’interno del Consiglio nei tempi necessariamente ristretti della sua riunione (con un moderatore che dia la parola e mantenga gli interventi nei giusti tempi); 3) la stesura finale di alcune indicazioni sintetiche (nella forma di mozioni o semplicemente di punti riassuntivi del confronto). In questo processo di discernimento condiviso la decisione potrà già emergere nella sua chiarezza e chi ha autorità potrà prenderne atto volentieri. In caso contrario, tutto verrà consegnato a chi dovrà assumersi davanti al Signore la responsabilità di giungere alla decisione ultima. Raccomanderei a tutti i Consigli di verificarsi su questo punto e di tendere a una applicazione del metodo che renda gli stessi Consigli sempre più adeguati al loro compito e quindi sempre più efficaci.
  2. Un dono da chiedere nella preghiera. Sarà decisivo avere un grande senso del consiglio come dono. Esso va richiesto nella preghiera. Non si può presumere di averlo. È un dono a servizio della comunità, è la misericordia dell’agire di Dio in me a favore della sua Chiesa. Passa dalla mia intelligenza, ma attraverso la mozione amorosa dello Spirito Santo, producendo fiducia, carità, consolazione, serenità.
  3. Un compito da assumere in contemplazione del volto di Cristo. Per questo il nostro sguardo, nel consigliare, deve essere sempre rivolto al Signore crocifisso. Il suo volto amabile ci ricorda con quale intenzione si deve svolgere questo compito. Dobbiamo tendere a fare in modo che il volto della Chiesa corrisponda il più possibile a quello del suo Signore, per non presentarci mai come giudici gli uni degli altri, ma come fratelli nella fede e come servitori della verità nella carità. Ci conceda il Signore di vivere così l’esperienza del consigliare in questa nostra Chiesa di Brescia, negli anni che per sua grazia abbiamo davanti a noi.
XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, 26 ottobre 2024, nn. 87-94.

L’articolazione dei processi decisionali

  1. Nella Chiesa sinodale «tutta la comunità, nella libera e ricca diversità dei suoi membri, è convocata per pregare, ascoltare, analizzare, dialogare, discernere e consigliare nel prendere le decisioni» (CTI, n. 68) per la missione. Favorire la più ampia partecipazione possibile di tutto il Popolo di Dio ai processi decisionali è la via più efficace per promuovere una Chiesa sinodale. Se è vero, infatti, che la sinodalità definisce il modo di vivere e operareche qualifica la Chiesa, essa indica al tempo stesso una pratica essenziale nel compimento della sua missione: discernere, raggiungere il consenso, decidere attraverso l’esercizio delle diverse strutture e istituzioni di sinodalità.
  2. La comunità dei discepoli convocata e inviata dal Signore non è un soggetto uniforme e amorfo. È il Suo Corpo dalle molte e diverse membra, soggetto storico comunitario in cui accade come «germe e inizio» il Regno di Dio a servizio del suo avvento in tutta la famiglia umana (cfr. LG 5). Già i Padri della Chiesa riflettono sulla natura comunionale della missione del Popolo di Dio attraverso un triplice “niente senza” (nihil sine): «niente senza il Vescovo» (S. Ignazio di Antiochia, Lettera ai Tralliani, 2,2), «niente senza il vostro consiglio [dei Presbiteri e Diaconi] e senza il consenso del Popolo» (S. Cipriano di Cartagine, Lettera ai Fratelli Presbiteri e Diaconi,14,4). Dove s’infrange questa logica del nihil sinesi oscura l’identità della Chiesa e se ne inibisce la missione.
  3. Si colloca in tale quadro di riferimento ecclesiologico l’impegno a promuovere la partecipazione sulla base di una corresponsabilità differenziata. Ogni membro della comunità va rispettato, valorizzandone le capacità e i doni in vista della decisione condivisa. Sono necessarie forme di mediazione istituzionale più o meno articolate in rapporto all’ampiezza della comunità. Il diritto vigente già prevede organismi di partecipazione a diversi livelli, di cui il Documento si occuperà più avanti.
  4. Per favorirne il funzionamento, pare opportuna una riflessione sull’articolazione dei processi decisionali. Quest’ultima d’abitudine prevede una fase di elaborazione o istruzione «attraverso un lavoro comune di discernimento, consultazione e cooperazione» (CTI, n. 69), che informa e sostiene la successiva presa di decisione, che spetta all’autorità competente. Fra le due fasi non vi è competizione o contrasto, ma con la loro articolazione concorrono a che le decisioni prese siano frutto dell’obbedienza da parte di tutti a ciò che Dio vuole per la Sua Chiesa. Occorre per questo promuovere procedure che rendano effettiva la reciprocità tra l’assemblea e chi la presiede, in un clima di apertura allo Spirito e vicendevole fiducia, alla ricerca di un consenso possibilmente unanime. Il processo deve anche prevedere la fase dell’attuazione della decisione e quella della sua valutazione, in cui le funzioni dei soggetti coinvolti tornano ad articolarsi con nuove modalità.
  5. Vi sono casi in cui già il diritto vigente prescrive che, prima di prendere una decisione, l’autorità è obbligata a procedere a una consultazione. L’autorità pastorale ha il dovere di ascoltare coloro che partecipano alla consultazione e, di conseguenza, non può più agire come se non li avesse ascoltati. Non si discosterà, pertanto, dal frutto della consultazione, quando è concorde, senza una ragione che risulti prevalente (cfr. CIC, can. 127, § 2, 2°; CCEO, can. 934, § 2, 3°) e che va opportunamente espressa. Come in ogni comunità che vive secondo giustizia, nella Chiesa l’esercizio dell’autorità non consiste nell’imposizione di una volontà arbitraria. Nei vari modi in cui viene esercitata, è sempre a servizio della comunione e dell’accoglienza della verità di Cristo, nella quale e verso la quale lo Spirito Santo ci guida nei diversi tempi e contesti (cfr. Gv 14,16).
  6. In una Chiesa sinodale, la competenza decisionale del Vescovo, del Collegio Episcopale e del Vescovo di Roma è inalienabile, in quanto radicata nella struttura gerarchica della Chiesa stabilita da Cristo a servizio dell’unità e del rispetto della legittima diversità (cfr. LG 13). Tuttavia, non è incondizionata: un orientamento che emerga nel processo consultivo come esito di un corretto discernimento, soprattutto se compiuto dagli organismi di partecipazione, non può essere ignorato. Risulta dunque inadeguata una contrapposizione tra consultazione e deliberazione: nella Chiesa la deliberazione avviene con l’aiuto di tutti, mai senza l’autorità pastorale che decide in virtù del suo ufficio. Per questa ragione la formula ricorrente nel Codice di diritto canonico, che parla di voto “solamente consultivo” (tantum consultivum), deve essere riesaminata per eliminare possibili ambiguità. Appare opportuna una revisione della normativa canonica in chiave sinodale, che chiarisca tanto la distinzione quanto l’articolazione tra consultivo e deliberativo, e illumini le responsabilità di coloro che nelle diverse funzioni prendono parte ai processi decisionali.
  7. La cura per l’ordinato svolgimento e una chiara assunzione della responsabilità dei partecipanti sono fattori cruciali per la fecondità dei processi decisionali nelle modalità qui prospettate:
  8. a) spetta in particolare all’autorità: definire con chiarezza l’oggetto della consultazione e della deliberazione, nonché il soggetto a cui compete l’assunzione della decisione; identificare coloro che devono essere consultati, anche in ragione di competenze specifiche o del coinvolgimento nella questione; fare in modo che tutti i partecipanti abbiano effettivo accesso alle informazioni rilevanti, in modo da poter formulare il proprio parere a ragion veduta;
  9. b) coloro che esprimono il proprio parere in una consultazione, singolarmente o come membri di un organo collegiale, si assumono la responsabilità di: offrire un parere sincero e onesto, in scienza e coscienza; rispettare la confidenzialità delle informazioni ricevute; offrire una formulazione chiara del proprio avviso, identificandone i punti principali, in modo che l’autorità, qualora dovesse decidere in modo difforme dal parere ricevuto, possa spiegare come ne ha tenuto conto nella sua deliberazione;
  10. c) una volta che l’autorità competente ha formulato la decisione, avendo rispettato il processo di consultazione e chiaramente espresso le motivazioni alla sua base, tutti, in ragione del vincolo di comunione che unisce i Battezzati, sono tenuti a rispettarla e metterla in atto, anche quando non corrisponde al proprio punto di vista, fatto salvo il dovere di partecipare con onestà anche alla fase della valutazione. Resta sempre possibile fare appello all’autorità superiore, nei modi stabiliti dal diritto.
  11. Una corretta e risoluta attuazione sinodale dei processi decisionali contribuirà al progresso del Popolo di Dio in una prospettiva partecipativa, in particolare attraverso le mediazioni istituzionali previste dal diritto canonico, in primo luogo gli organismi di partecipazione. Senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto forza e speranza. Spetta alle Chiese locali trovare modalità appropriate per dare attuazione a questi cambiamenti.

La riflessione teologica

Commissione Teologica Internazionale, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, 2 marzo 2018, nn. 110-114.

L’ascolto e il dialogo per il discernimento comunitario

  1. La vita sinodale della Chiesa si realizza grazie all’effettiva comunicazione di fede, di vita e di impegno missionario attivata tra tutti i suoi membri. In essa si esprime la communio sanctorum che vive di preghiera, prende alimento dai Sacramenti, fiorisce nell’amore reciproco e verso tutti, cresce nella partecipazione alle gioie e alle prove della Sposa di Cristo. Nel cammino sinodale la comunicazione è chiamata a esplicitarsi attraverso l’ascolto comunitario della Parola di Dio per conoscere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,29). «Una Chiesa sinodale è una Chiesa che ascolta (…) Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: ciascuno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo».
  2. Il dialogo sinodale implica il coraggio tanto nel parlare quanto nell’ascoltare. Non si tratta d’ingaggiarsi in un dibattito in cui un interlocutore cerca di sopravanzare gli altri o controbatte le loro posizioni con argomenti contundenti, ma di esprimere con rispetto quanto si avverte in coscienza suggerito dallo Spirito Santo come utile in vista del discernimento comunitario, aperti al tempo stesso a cogliere quanto nelle posizioni degli altri è suggerito dal medesimo Spirito «per il bene comune» (cfr. 1Cor 12,7).

Il criterio secondo cui «l’unità prevale sul conflitto» vale in forma specifica per l’esercizio del dialogo, per la gestione delle diversità di opinioni e di esperienze, per imparare «uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», rendendo possibile lo sviluppo di «una comunione nelle differenze». Il dialogo offre infatti l’opportunità di acquisire nuove prospettive e nuovi punti di vista per illuminare l’escussione del tema in oggetto.

Si tratta di esercitare «un modo relazionale di guardare il mondo, che diventa conoscenza condivisa, visione nella visione dell’altro e visione comune su tutte le cose». Per il Beato Paolo VI il vero dialogo è una comunicazione spirituale che richiede attitudini specifiche: l’amore, il rispetto, la fiducia e la prudenza, in «un clima di amicizia, di più, di servizio». Perché la verità – sottolinea Benedetto XVI – «è logos che crea dialogos e, perciò, comunicazione e comunione».

  1. Attitudine essenziale nel dialogo sinodale è l’umiltà, che propizia l’obbedienza di ciascuno alla volontà di Dio e la reciproca obbedienza in Cristo. L’apostolo Paolo, nella lettera ai Filippesi, ne illustra il significato e la dinamica in rapporto alla vita di comunione per «avere lo stesso sentire (φρόνησης), la stessa ἁγάπη, essendo un’anima sola e pensando in uno» (2,2). Egli prende di mira due tentazioni che minano alla base la vita della comunità: lo spirito di parte (ἐριθεία) e la vanagloria (κενοδοξία) (2,3a). L’atteggiamento da avere è invece l’umiltà (ταπεινοφροσύνῃ): sia ritenendo gli altri superiori a se stessi, sia mettendo al primo posto il bene e l’interesse comune (2,3b-4). Paolo richiama in merito Colui nel quale per la fede si è costituiti comunità: «pensate e agite tra voi ciò che (è) anche in Cristo Gesù» (2,5). La φρόνησης dei discepoli dev’essere quella che si riceve dal Padre nell’essere in Cristo. La kenosi di Cristo (2,7-10) è la forma radicale della sua obbedienza al Padre e per i discepoli è la chiamata a sentire, pensare e discernere insieme con umiltà la volontà di Dio nella sequela del Maestro e Signore.
  2. L’esercizio del discernimento è al cuore dei processi e degli eventi sinodali. Così è sempre stato nella vita sinodale della Chiesa. L’ecclesiologia di comunione e la specifica spiritualità e prassi che ne discendono, coinvolgendo nella missione l’intero Popolo di Dio, fanno sì che diventa «oggi più che mai necessario (…) educarsi ai principi e ai metodi di un discernimento non solo personale ma anche comunitario». Si tratta d’individuare e percorrere come Chiesa, mediante l’interpretazione teologale dei segni dei tempi sotto la guida dello Spirito Santo, il cammino da seguire a servizio del disegno di Dio escatologicamente realizzato in Cristo che vuole realizzarsi in ogni kairós della storia. Il discernimento comunitario permette di scoprire una chiamata che Dio fa udire in una situazione storica determinata.
  3. Il discernimento comunitario implica l’ascolto attento e coraggioso dei «gemiti dello Spirito» (cfr. Rm 8, 26) che si fanno strada attraverso il grido, esplicito o anche muto, che sale dal Popolo di Dio: «ascolto di Dio, fino a sentire con Lui il grido del Popolo; ascolto del Popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama». I discepoli di Cristo debbono essere «dei contemplativi della Parola e dei contemplativi del Popolo di Dio». Il discernimento si deve svolgere in uno spazio di preghiera, di meditazione, di riflessione e dello studio necessario per ascoltare la voce dello Spirito; attraverso un dialogo sincero, sereno e obiettivo con i fratelli e le sorelle; con attenzione alle esperienze e ai problemi reali di ogni comunità e di ogni situazione; nello scambio dei doni e nella convergenza di tutte le energie in vista dell’edificazione del Corpo di Cristo e dell’annuncio del Vangelo; nel crogiuolo della purificazione degli affetti e dei pensieri che rende possibile l’intelligenza della volontà del Signore; nella ricerca della libertà evangelica da qualsiasi ostacolo che possa affievolire l’apertura allo Spirito.

Il Codice di diritto canonico

Il consiglio pastorale diocesano

Can. 511

In ogni diocesi, se lo suggerisce la situazione pastorale, si costituisca il consiglio pastorale, al quale spetta, sotto l’autorità del Vescovo, studiare, valutare e proporre conclusioni operative su quanto riguarda le attività pastorali della diocesi.

Can. 512

  • 1. Il consiglio pastorale è composto da fedeli che siano in piena comunione con la Chiesa cattolica, sia chierici, sia membri di istituti di vita consacrata, sia soprattutto laici; essi vengono designati nel modo determinato dal Vescovo diocesano.
  • 2. I fedeli designati al consiglio pastorale siano scelti in modo che attraverso di loro sia veramente rappresentata tutta la porzione di popolo di Dio che costituisce la diocesi, tenendo presenti le diverse zone della diocesi stessa, le condizioni sociali, le professioni e inoltre il ruolo che essi hanno nell'apostolato, sia come singoli, sia in quanto associati.
  • 3. Al consiglio pastorale non vengano designati se non fedeli che si distinguono per fede sicura, buoni costumi e prudenza.

Can. 513

  • 1. Il consiglio pastorale viene costituito a tempo determinato, secondo le disposizioni degli statuti dati dal Vescovo.
  • 2. Quando la sede diviene vacante, il consiglio pastorale cessa.

Can. 514

  • 1. Spetta unicamente al Vescovo diocesano, secondo le necessità dell’apostolato, convocare e presiedere il consiglio pastorale, che gode solamente di voto consultivo; a lui pure unicamente compete rendere di pubblica ragione le materie trattate nel consiglio.
  • 2. Il consiglio pastorale sia convocato almeno una volta l’anno.

Il parroco e i consigli parrocchiali

Can. 532 

Il parroco rappresenta la parrocchia, a norma del diritto, in tutti i negozi giuridici; curi che i beni della parrocchia siano amministrati a norma dei cann. 1281-1288.

Can. 536

  • 1. Se risulta opportuno a giudizio del Vescovo diocesano, dopo aver sentito il consiglio presbiterale, in ogni parrocchia venga costituito il consiglio pastorale, che è presieduto dal parroco e nel quale i fedeli, insieme con coloro che partecipano alla cura pastorale della parrocchia in forza del proprio ufficio, prestano il loro aiuto nel promuovere l'attività pastorale.
  • 2. Il consiglio pastorale ha solamente voto consultivo ed è retto dalle norme stabilite dal Vescovo diocesano.

Can. 537

In ogni parrocchia vi sia il consiglio per gli affari economici che è retto, oltre che dal diritto universale, dalle norme date dal Vescovo diocesano; in esso i fedeli, scelti secondo le medesime norme, aiutino il parroco nell'amministrazione dei beni della parrocchia, fermo restando il disposto del can. 532.


Materiali di lavoro

Conferenza Episcopale Italiana, Cammino sinodale delle Chiese in Italia. Strumento di lavoro, scheda 14.

https://drive.google.com/file/d/1w5RrLqgy7lPqQnjiOcqkFh-kI2uEgP-5/view?usp=sharing

Diocesi di Brescia, Disposizioni e norme per gli organismi ecclesiali di partecipazione.

https://www.diocesi.brescia.it/wp-content/uploads/sites/2/2024/07/Disposizioni-e-norme-per-rinnovo-organismi-2015-2020.pdf

PASTORALE ORDINARIA E PASTORALE D'AMBIENTE

Misericordia e Verità si incontreranno, nn. 9-10

Pierantonio Tremolada, 2021

9. Ritengo essenziale indicare in primo luogo quello che l’Esortazione presenta come il principio guida di una pastorale di accompagnamento delle famiglie ferite: «Si tratta – scrive papa Francesco – di
integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”» (AL 297). Il
verbo integrare esprime in modo sintetico il fine a cui tendere, cioè quello di aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di sentirsi parte della Chiesa, di vivere in essa l’esperienza della grazia e di dare
compimento al disegno di Dio. Così continua papa Francesco: «Accolgo le considerazioni di molti Padri sinodali, i quali hanno voluto affermare che i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente
devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché
non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. [...] Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere
e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo» (AL 299).

10. Concretamente, nel caso di coppie divorziate e risposate, una consapevole integrazione nella comunità cristiana, che tenga seriamente conto della dolorosa esperienza da loro vissuta, richiede: un attento ascolto iniziale, un cammino di discernimento accompagnato e un’adeguata accoglienza finale da parte della comunità cristiana.

Futuro Prossimo, n. 2

Pierantonio Tremolada, 2020

Pastorale Giovanile Vocazionale

L’essenza della Pastorale Giovanile va ricercata nell’esperienza spirituale propria della fede cristiana. È questa singolare esperienza spirituale che va offerta ai giovani. Essa include tre aspetti: l’incontro con la rivelazione di Dio in Cristo, sorgente dell’amore che salva; l’esercizio della propria libertà cosciente e responsabile, tesa a operare il bene3; l’esperienza della comunione fraterna, come forma autentica della relazionalità che scaturisce dalla fede. I cardini di questa esperienza sono: l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dell’Eucaristia e più in generale la vita sacramentale, la preghiera, la vita comunitaria, il servizio ai poveri. Tutto in una prospettiva essenzialmente missionaria.

La Pastorale Giovanile così intesa assume una connotazione marcatamente vocazionale6. Tentando una sintesi, potremmo dire che essa si attua attraverso la declinazione dei tre verbi che abbiamo visto descrivere l’esperienza di Filippo nell’incontro con il funzionario etiope:

a. accostarsi. Sarà una pastorale decisamente missionaria, propulsiva, una pastorale di annuncio, che permetta alla potenza santificante del Vangelo di raggiungere tutti gli uomini e tutto l’uomo, cioè tutti i giovani nella totalità della loro esperienza di vita;

b. accompagnare. Sarà una pastorale di accompagnamento personale, che tenga conto della singolarità di ognuno dei giovani e dei loro molteplici contesti di vita, ma soprattutto che sia generativa nella linea dell’umanesimo della fede;

c. discernere. Sarà una pastorale di discernimento spirituale, che consenta a ciascuno dei giovani di vivere, attraverso le scelte, l’esperienza della libertà responsabile, volta a dare compimento alla propria personale vocazione, in un dialogo con Dio che sarà fonte di pace e di gioia.

La Pastorale Giovanile Vocazionale si rivolge, dato il contesto culturale bresciano, a coloro che si trovano nella fascia dai 18 ai 35 anni. Riguarda tutti i giovani, nessuno escluso. Sarà necessario, nella riflessione e nell’azione pastorale, tenere conto della differente condizione dei giovani a cui ci si rivolge: vi sono infatti giovani che non hanno mai fatto esperienza della rivelazione cristiana, che non la conoscono o che appaiono indifferenti; vi sono i giovani cresciuti in prossimità o all’interno della comunità cristiana e che ora sono tiepidi, a volte imbarazzati nei confronti di una religiosità rimasta bambina e, in qualche caso, delusi; vi sono infine i giovani che stanno vivendo con convinzione e grande frutto un cammino di fede all’interno della comunità cristiana, nell’ambito parrocchiale o associativo. Questi ultimi in particolare, senza escludere gli altri, vanno considerati a pieno titolo protagonisti dell’azione pastorale a favore dei loro coetanei.

I Passi della fede, pp. 6-8

Pierantonio Tremolada, 2023

L’aspetto qualificante di questa proposta di Iniziazione Cristiana è costituito dalla natura del suo percorso. Si tratta di un cammino che trae ispirazione dall’antico itinerario catecumenale degli adulti, applicato però al vissuto dei ragazzi. Lo scopo non è semplicemente quello di prepararli dottrinalmente a ricevere i Sacramenti, ma di accompagnarli per cinque anni in una significativa esperienza della vita cristiana: far gustare loro la verità e la bellezza di quella vita nuova che il Signore Gesù ci ha donato attraverso la sua opera di redenzione. Questa vita non può essere semplicemente spiegata. Deve essere sperimentata nelle sue singolari caratteristiche. Il Libro degli Atti degli Apostoli ci è di grande aiuto nell’identificare tali caratteristiche. In un passaggio significativo (At 2,42-47) le descrive così: l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, la fraternità, la celebrazione liturgica (soprattutto dell’Eucaristia), l’impegno per il servizio dei più poveri, l’apertura missionaria. Tutto questo deve essere inteso come Iniziazione Cristiana dei nostri ragazzi.

Mi preme dire subito che nella nostra diocesi un simile obiettivo è stato ben identificato dal rinnovamento della catechesi per i ragazzi proposto vent’anni fa. Quanto ora intendiamo attuare, dopo una rivisitazione dell’esperienza, si pone in piena continuità con il cammino compiuto da allora. La strada era già stata aperta e su questa si intende proseguire. Le novità andranno piuttosto ricercate nel modo in cui si ritiene opportuno oggi – a vent’anni di distanza – dare concreta attuazione ad un simile progetto.

Si è pensato a un’esperienza di Iniziazione Cristiana scandita dalla proposta di moduli o passi della fede, cioè di esperienze di catechesi concentrate sull’essenza del Cristianesimo. I primi due moduli intendono aiutare bambini e genitori a vivere la verità del Battesimo (il momento della celebrazione e poi il tempo successivo); altri cinque moduli riguardano il compimento del percorso di iniziazione, che prevede la celebrazione degli altri Sacramenti. L’attenzione dei passi della fede viene concentrata sulla persona di Gesù (il mistero di Cristo), sulla paternità di Dio, sulla vita secondo lo Spirito e sull’Eucaristia. Ognuno di questi moduli è pensato in modo tale da chiamare in causa quegli aspetti dell’esperienza cristiana di cui si è detto sopra. Si intuisce, per esempio, che non si potrà venire introdotti al mistero di Gesù se non leggendo i Vangeli, rivolgendosi a lui nella preghiera, vivendo la fraternità che ci raccomanda, aiutando nel suo nome i più bisognosi, sentendosi da lui chiamati a promuovere il bene di tutti.

Verso una pastorale migratoria interculturale, pp. 14-19

Pierantonio Tremolada, 2024

POSSIBILI AZIONI PER UNA PASTORALE INTERCULTURALE

TRE PASSI DA COMPIERE: Tre azioni contribuiscono ad ingenerare una pastorale autenticamente interculturale. Sono azioni intrinsecamente legate tra loro e progressive nell’approccio personale e comunitario all’altro e agli altri. Vivere queste 3 dimensioni provoca l’individuazione di 9 nodi tematici che pongono le comunità di fronte a scelte, decisioni e progettualità inedite. I 9 nuclei possono davvero rigenerare e rinnovare il tessuto di una comunità.

INCONTRARE PER CONOSCERE

RICONOSCERE LA SITUAZIONE ATTUALE E LA BENEDIZIONE CHE I MIGRANTI SONO PER NOI

La dimensione dell’incontro, in tutta la Rivelazione, è uno dei modi possibili della scoperta della fede: l’incontro del Diacono Filippo con l’etiope eunuco (At 8,26-40), Gesù con la Cananea (Mt 15, 21-28), Gesù con il centurione (Mt 8,5-13). L’incontro con l’altro è elemento essenziale e imprescindibile di tutta la missione della Chiesa fin dalle origini.

[...] molti migranti hanno svolto fin dalle origini un ruolo prezioso. Furono proprio dei migranti i primi missionari che affiancarono e coadiuvarono il lavoro degli apostoli nelle regioni della Giudea e della Samaria. Le migrazioni, come veicolo della fede, hanno rappresentato una costante nella storia della Chiesa e della evangelizzazione di interi paesi. Spesso all’origine di comunità cristiane, oggi fiorenti, troviamo piccole colonie di migranti.

NODO TEMATICO 1

La conoscenza reale del proprio territorio e delle sue diversità religiose.

I CP e i CUP si impegnino per avere una reale conoscenza del proprio territorio e di chi ci vive: ognuno ha diritto ad essere protagonista nel luogo dove vive. Questo processo di conoscenza del territorio deve saper suscitare, con l’aiuto e il supporto di una figura competente, la conoscenza delle diversità che si riscontrano presenti per trovare il modo di renderle participi del cammino della comunità. Nel percorso di conoscenza si ponga particolare attenzione a iniziare dall’individuazione, dalla conoscenza e dal coinvolgimento di cristiani cattolici di origine straniera. L’esperienza della condivisione con loro può diventare il laboratorio per pensare a una conoscenza e accoglienza più approfondita con persone straniere che vivono esperienze religiose diverse dalle nostre. In questa opera di conoscenza è possibile valorizzare anche l’opera delle istituzioni di carità della comunità che spesso incontrano e conoscono delle situazioni di vulnerabilità che chiedono sostegno.

Il percorso di analisi e conoscenza del proprio territorio, mette in luce la presenza di persone che fanno riferimento anche a esperienze religiose diverse dalla nostra. È importante aiutare la comunità cristiana, ad avere un’adeguata conoscenza delle diverse religioni presenti nella propria comunità: la crescita spirituale di tutti ci è affidata come cristiani (NA 2); può essere questo un aspetto di approfondimento della catechesi per gli adulti realizzata nelle UP.

NODO TEMATICO 2

L’azione “ponte” delle giovani generazioni

Le UP, le singole parrocchie con i loro oratori, sappiano promuovere e valorizzare l’azione ponte delle giovani generazioni in modo che accompagnino ed educhino la comunità adulta ad un’apertura e fiducia che non conosce steccati culturali e pregiudizi. Uno degli ambiti possibili, ad esempio, può essere l’ICFR come spazio e occasione per vivere una esperienza di fraternità che nasce dal desiderio della condivisione di una stessa Fede, anche se vissuta in modi diversi; favorire l’accompagnamento di esperienze di fraternità tra adulti approfittando dell’amicizia che i ragazzi vivono in modo più spontaneo. Curare con attenzione la partecipazione alle attività degli oratori (specie le attività estive) di bambini e ragazzi anche di altre confessioni cristiane e di altre fedi religiose; porre la medesima attenzione alle richieste di partecipazione alle attività associative quali, ad esempio, AGESCI, AC e CSI.

NODO TEMATICO 3

Coordinatore Pastorale per Intercultura

Promuovere la nascita sul territorio di una equipe animata da un “coordinatore pastorale per l’intercultura” quale punto di riferimento per i processi e le iniziative da attivare nelle singole comunità e quale punto di riferimento per la formazione. Tale figura venga individuata a livello di UP; la nascita di questa figura pastorale non può essere immaginata allo stesso modo su tutto il territorio diocesano ma si immagina che nasca a partire da quelle UP che vivono in modo evidente una forte presenza numerica di persone di altra cultura sul proprio territorio. Tale coordinatore può essere colui che, a disposizione dei presbiteri, dei catechisti, degli animatori dell’Oratorio, attraverso le conoscenze che acquisisce nella formazione ricevuta e accompagnata attraverso la diocesi, offre spunti concreti per il realizzarsi dell’ordinario della vita della comunità: promuove la conoscenza del territorio insieme al CP e al CUP, offre indicazioni per la conoscenza di altre comunità religiose e aiuta le parrocchie a rendersi attente al vissuto spirituali degli altri, accompagna e promuove l’inserimento di stranieri nelle attività ordinarie della comunità (sostenendo l’operato di catechisti e animatori), si confronta con quanto avviene su altri territori della diocesi sostenuto dall’accompagnamento dell’Area Pastorale per la Mondialità, aiuta le comunità a inserire costantemente l’attenzione all’intercultura nelle scelte ordinarie della vita pastorale.

PROMUOVERE L’APPARTENENZA

CONDIVIDERE PER VIVERE LA COMUNIONE NELLA DIVERSITÀ

Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo (At 2,1-11).

Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo (1Cor 12,1-13).

In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno
sforzo comune verso la pienezza nell’unita.

NODO TEMATICO 4

Identità e partecipazione

La conoscenza reale del proprio territorio deve accompagnare le nostre UP e le nostre parrocchie ad avere la consapevolezza che le identità dei migranti ci aiutano a far maturare il volto della nostra comunità credente. Non abbiamo una identità da difendere ma bensì una identità da condividere. I nostri Organismi di partecipazione dovranno essere sempre più una immagine del volto plurale delle nostre comunità. Favorire anche nei consigli di sinodalità diocesani (Consiglio Pastorale Diocesano e Consiglio Presbiterale Diocesano) la presenza di persone che sono l’espressione di culture diverse che oggi vivono con noi: laici, cappellani etnici, religiosi e religiose.

NODO TEMATICO 5

Testimoni di una Chiesa “in uscita”

L’attenzione alle diversità culturali non è delegata a servizi particolari della diocesi ma è responsabilità delle UP e delle parrocchie saper accogliere la totalità della vita dei propri membri; alla diocesi il
compito di fornire alcuni strumenti affinché questa attenzione possa essere vissuta nell’ordinario. Per vivere questo protagonismo che ci porta ad esser una Chiesa “in uscita”, è importante saper vivere gesti di attenzione e di partecipazione anche alle occasioni di Festa e Preghiera delle altre comunità cristiane e delle altre comunità religiose; l’incontro e lo scambio aiuta a sentirci parte di quello che si festeggia su un territorio; avere accortezza di invitare ad alcuni momenti di festa delle nostre comunità. L’Area Pastorale per la Mondialità mette a disposizione un calendario delle ricorrenze delle altre comunità cristiane e delle altre fedi religiose, che possa ispirare momenti di incontro e di fraternità.

FAVORIRE LA PARTECIPAZIONE

BUONE PRASSI PER LA VITA COMUNITARIA

Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati (At 2,42-47).

E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra (1Cor 12,14-26).

Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.

NODO TEMATICO 6

L’organizzazione della Pastorale Interculturale

Le Cappellanie Etniche sono le comunità cristiane cattoliche di altra madrelingua. Nella storia e nel cammino della nostra diocesi si è sempre offerta una cura pastorale specifica – ministri, strutture e programmi – per tutti i fedeli provenienti dalle diverse etnie. Questo, come insegna il Magistero, è da intendersi però come il primo passo di un processo di integrazione a lungo termine, volto a realizzare la comunione nella diversità. Ci prendiamo cura delle persone che migrano attraverso sacerdoti della propria lingua, e questo finché l’utilità lo indica. Nella nostra Diocesi vivono e operano un presbitero Ghanese, uno Srilankese, uno Filippino e due Ucraini. Desideriamo imparare a considerare il loro servizio, non solo una ricchezza per le comunità di altra madrelingua, ma anche per le nostre comunità parrocchiali. Potrebbe essere opportuno un ripensamento del servizio che oggi chiamiamo delle “Cappellanie Etniche” e immaginare un progressivo inserimento delle stesse e dei cappellani nella vita
ordinaria delle comunità parrocchiali, in modo particolare dove queste comunità sono già presenti in modo numericamente consistente e dove già condividono degli spazi celebrativi sia in città sia in
provincia. Oggi si potrebbe immaginare un passo in avanti da questa forma di assistenza che preveda comunque un coordinamento diocesano, da parte di un cappellano responsabile (oggi il Parroco della Stocchetta e responsabile della missio cum cura animarum per i fedeli migranti) che accompagna il lavoro che i cappellani svolgono nelle diverse comunità in cui potrebbero essere inseriti e cura la progressiva interazione tra comunità locale e comunità etnica. Si potrebbe ipotizzare la strutturazione sul territorio di parrocchie interculturali dove si cura allo stesso tempo l’assistenza pastorale dei fedeli con o senza un background migratorio.

NODO TEMATICO 7

La comunità e i propri spazi

Ripensare le norme circa l’utilizzo e la disponibilità dei nostri spazi per la condivisione con la vita di altre comunità che chiedono ospitalità, con una attenzione più specifica a comunità cristiane e con un rinnovato sguardo verso persone che aderiscono ad altre espressioni religiose. Pensiamo in modo particolare alle richieste di ospitalità in occasione di feste che dicono riferimento a momenti religiosi
o per situazioni di lutto che richiedono incontro tra persone di una stessa etnia; tutto questo deve essere accompagnato da un sano discernimento e da una reale conoscenza delle persone che chiedono
ospitalità. Ad oggi l’unico riferimento normativo è il Vademecum diocesano “Le feste in Parrocchia. Indicazioni e disposizioni pastorali per l’organizzazione e l’ospitalità di feste, eventi e manifestazioni in
ambienti parrocchiali” approvato con decreto n.95/12 del Vescovo mons. Luciano Monari.

NODO TEMATICO 8

IRC e Scuola Cattolica

L’esperienza della Scuola, in prospettiva del futuro, si delinea come uno dei principali laboratori per innescare processi interculturali. Perciò, si ritiene importante favorire l’esperienza reale di scambio anche nelle nostre scuole cattoliche; è necessario trovare strumenti per una partecipazione maggiore di bambini e ragazzi con un bagaglio multiculturale (non solo con un aiuto economico) a questa esperienza formativa di crescita. L’IRC si rivela un concreto laboratorio esperienziale che mette in dialogo la religione e la cultura; viste alcune positive esperienze, di potrebbe favorire e sostenere la nascita di nuove “vocazioni” all’insegnamento della Religione da parte di persone provenienti da altri Paesi.

NODO TEMATICO 9

Liturgia

Per favorire una più ampia partecipazione alla vita comunitaria di cristiani cattolici di altre culture, sarà importante promuovere alcune attenzioni anche nel linguaggio liturgico-celebrativo perché sia
eloquente la pluralità delle culture presenti. Va’ prestata una maggiore attenzione per agevolare un accostamento alla Parola anche in altre lingue (preghiera dei fedeli, letture o salmo, ecc.) e una animazione liturgica attraverso il canto che valorizzi le identità dei reali componenti della comunità.

MINISTERIALITÀ

Lettere del Vescovo

Uomini e donne in cammino sulla sinodalità (2023-2024): “Una Chiesa corresponsabile” (nn.31-32)

UNA CHIESA CORRESPONSABILE

La Chiesa del futuro sarà una Chiesa dove la responsabilità sarà condivisa e dove ciascuno potrà e dovrà dare il suo contributo per il bene della propria comunità. Che la parrocchia coincida con il parroco e che dove non c’è il parroco non c’è la Chiesa è un’idea che ha fatto il suo tempo e che non era del tutto corretta. La Chiesa siamo tutti noi che crediamo, che abbiamo ricevuto il Battesimo, che celebriamo insieme l’Eucaristia, che camminiamo come fratelli e sorelle e proviamo a trovare insieme le rispose alle domande che la vita cristiana pone: questa prospettiva è decisamente più confortante.
La sinodalità per definizione domanda la corresponsabilità. Potremmo dire che la esige. Il grande nemico della corresponsabilità sinodale è il clericalismo, cioè quella forma di autoritarismo che viene esercitata dal clero a partire da una concezione scorretta dell’autorità e fa leva su una malintesa dignità sacerdotale. L’esercizio della corresponsabilità non lede in nulla la dignità presbiterale e molti  sacerdoti ne sono consapevoli. È anzi vivo in molti il desiderio di condividere il compito del governo della comunità cristiana secondo le indicazioni che vengono dal Concilio Vaticano II. La rilevanza del contributo dei laici è stato evidenziato in modo molto chiaro dal Concilio e sono state date indicazioni precise circa la modalità di esercizio di una simile responsabilità condivisa. Sto pensando in particolare ai Consigli pastorali e alle altre forme anche amministrative di coinvolgimento. Vi sono poi le ministerialità, sul cui valore papa Francesco si è recentemente espresso in modo chiaro, chiedendo di valorizzarle anche pensando ad una loro istituzione.

La corresposabilità è decisamente preziosa in vista del discernimento che poi approda alle decisioni. Un confronto ben impostato in cui ognuno ha la possibilità di esprimere il proprio parere consentirà di giungere alle decisioni con maggiore lucidità. Una scelta condivisa o comunque maturata nel reciproco scambio dei pareri ha maggiore probabilità di essere adeguata. La preghiera che precede questi momenti di incontro ci ricorda che siamo tutti discepoli, che siamo in ascolto dello Spirito e che siamo servitori umili della nostra Chiesa. L’amore per questa Chiesa dovrà sempre ispirare ogni compito di corresponsabilità, senza protagonismo e nello spirito di una profonda comunione.

Siamo la Chiesa del Signore (2024): il “grande tema della ministerialità” (p.15)

È indicato come uno dei punti su cui confrontarsi in tempo di discernimento ecclesiale

L’intenzione che ci muove è quella di un ascolto umile e attento dello Spirito che faccia luce con sapienza e con coraggio sulla nostra attuale situazione di Chiesa. Non posso tuttavia nascondere che da questa riflessione di ampio respiro e di intensa spiritualità mi attendo anche indicazioni importanti e non vaghe circa alcuni aspetti della nostra azione pastorale, che in questo momento mi appaiono tanto rilevanti quanto delicati. Penso in particolare al rapporto tra Parrocchie, Unità Pastorali e Zone Pastorali; alla necessaria articolazione sul territorio tra la pastorale ordinaria e la pastorale di ambiente (servizio ai poveri, lavoro, scuola, malattia, cultura, ecc.); penso, inoltre, alle decisioni che dovremo assumere riguardo agli Organismi di partecipazione o di sinodalità (cioè i Consigli ai vari livelli della territorialità diocesana) e, ancora, al grande tema della ministerialità (ordinata, istituita, conferita, già concretamente vissuta e sempre da promuovere). Penso alle forme di esercizio della responsabilità amministrativa e alle scelte riguardanti le strutture ecclesiali; penso al ministero ordinato e alla necessità di ripensarlo nel nuovo quadro dell’articolazione territoriale della nostra Chiesa. Un’attenzione specifica non dovrà mancare al carisma della vita consacrata nella nostra Chiesa, in particolare alle forme della sua valorizzazione e promozione. Non apriamo questo tempo di discernimento pastorale semplicemente per dare risposte a queste domande, ma siamo fiduciosi che questa esperienza, per noi essenzialmente spirituale, consentirà di dare alla nostra Chiesa una migliore configurazione, a beneficio della sua missione.

L’arte del camminare insieme, riflessioni sulla sinodalità e il consigliare nella Chiesa (2018)

Due riflessioni sul camminare insieme e sul “consigliare” che costituiscono delle preziose indicazioni per comprendere che occorre un coinvolgimento profondo e una partecipazione responsabile, e per attuare un autentico discernimento nello Spirito.


Documenti pastorali

I passi della fede (2023-2025)

Riguardo la ministerialità laicale, è da rilevarsi il richiamo alla figura del catechista

Lettera del vescovo (p.9)

Anche la figura dei catechisti subirà un cambiamento significativo. Ad ogni catechista sarà affidato un modulo che egli preparerà con la dovuta cura e che vivrà con i ragazzi in uno dei tempi forti (non più settimanalmente). Auspichiamo che una simile proposta consentirà a persone ancora relativamente giovani e impegnate nel lavoro di dare la loro disponibilità per la catechesi dei ragazzi. La pratica aiuterà a capire sempre meglio come andrà svolto questo prezioso servizio dei catechisti, sapendo che, in ogni caso, lo stile sarà esperienziale.

Strumento operativo (p.8 e p.15)

L’ACQUISIZIONE DI UNA MENTALITÀ PROGETTUALE E LA FLESSIBILITÀ

Il nostro tempo, che sta vedendo, insieme alle altre trasformazioni, un repentino cambiamento rispetto alla percezione dell’appartenenza alla comunità cristiana, suggerisce di non immaginare un progetto “monolitico”, ma piuttosto uno schema “flessibile” che possa essere aggiornato e integrato con l’esperienza. La progettazione vissuta a livello locale può aiutare ad acquisire un metodo di lavoro che contribuisca a mantenere aggiornato il progetto e l’equipe dei catechisti, attivando la capacità di:

  • individuare alcuni catechisti-referenti all’interno delle comunità che possano diventare riferimento per l’equipe battesimale, per i passi di compimento e per i percorsi per i genitori;
  • accompagnare alcune figure di catechisti che potrebbero essere ulteriormente valorizzate, anche attraverso una formazione specifica, in una logica di ministerialità laicale al servizio della propria comunità cristiana;
  • partendo da alcuni punti fermi nel cammino di iniziazione cristiana, validi per tutti, articolare l’itinerario secondo un’ampia possibilità di opzioni soprattutto a livello di calendarizzazione;
  • promuovere percorsi adatti per accompagnare ed includere i bambini con disabilità.

LA FIGURA DEL CATECHISTA

La proposta modulare vuole provare a rinnovare le modalità con le quali vengono coinvolti ed impegnati i catechisti. Il Parroco, responsabile della catechesi, individuerà uno o due catechisti coordinatori i quali si occuperanno di predisporre i singoli Passi e li condurranno (un catechista responsabile del singolo Passo) oppure accompagneranno man mano i gruppi di bambini in ognuno dei Passi di compimento. I catechisti coordinatori saranno aiutati da alcune figure: catechisti, animatori e/o genitori a seconda delle attività e dei contenuti proposti (es. per animare alcuni momenti, organizzare l’accoglienza degli incontri, per le comunicazioni e le informazioni agli altri genitori) e coinvolgeranno nei singoli appuntamenti testimoni, volontari, altri catechisti, presbiteri, diaconi e religiosi, etc. I catechisti coordinatori si incontreranno nell’equipe nella quale avranno il compito della progettazione del modulo, della sua calendarizzazione (prima dell’inizio dell’anno pastorale), della preparazione e della conduzione dei momenti principali; si preoccuperanno inoltre di calibrare i cammini dei bambini/ragazzi che si affacciano in età diverse, possibilmente guidati da un presbitero o da un diacono incaricato. L’equipe dei catechisti coordinatori avrà un responsabile che sarà in contatto con l’Ufficio per la Catechesi soprattutto nella fase di progettazione dei cammini e come forma di accompagnamento del percorso.

Dal cortile (2014)

Il secondo capitolo (I soggetti ed i contesti) delinea un orizzonte opportuno per la comprensione delle relazioni ministeriali nel contesto dell’oratorio. Una segnalazione particolare è da farsi per l’incarico di guida dell’oratorio (2.4). 

La guida è la figura di riferimento dell’oratorio. È guida il curato dell’oratorio, ma, dove non vi sia, è indispensabile individuare una persona, presente e riconosciuta, che svolga questa funzione.
La guida dell’oratorio è uomo, donna o famiglia che offra una sincera testimonianza di fede cristiana e, in accordo con il parroco, sarà il riferimento per le scelte operative dell’oratorio.
La guida dell’oratorio dovrà dare una disponibilità di tempo adeguata, dovrà formarsi in modo permanente, potrà essere retribuita per il servizio prestato.
È un incarico che deriva da un mandato esplicito della propria comunità parrocchiale, previa approvazione diocesana.
La guida non sostituisce la responsabilità giuridica del parroco, ma diventa punto di riferimento operativo che lo affianca. È attenta ai suggerimenti, ai bisogni e all’accompagnamento delle persone presenti in oratorio, valorizzandone le capacità e promuovendo buone relazioni; coordina le azioni educative in un’ottica di integra- zione di progetti e contributi; sostiene la comunità educativa nel servizio offerto.
La guida incontra frequentemente il Consiglio dell’oratorio per la stesura del calendario annuale, per individuare le scelte di fondo delle singole attività e iniziative e per verificare quanto attuato. Si impegna ad allargare la partecipazione favorendo la corresponsabilità di altri adulti e giovani e, con l’aiuto del Consiglio dell’oratorio, individua e definisce i responsabili delle varie attività dell’oratorio.
Laddove l’oratorio sia inserito in un Unità Pastorale, la guida sarà riferimento per il proprio oratorio nell’elaborazione del Progetto Educativo e farà parte dell’equipe di Pastorale Giovanile e Vocazionale, dove presente.

Comunità in cammino, Documenti del 29° sinodo diocesano sulle unità pastorali (2013)

Il cap. III tratta dei soggetti coinvolti nell’attuazione delle Unità Pastorali, si parla di “ministerialità diffusa”, riferendosi sia all’interazione tra persone che esercitano diversi ministeri, sia alla dimensione ministeriale della Chiesa.

Per una “ministerialità” diffusa

53. Alla base delle diverse attività e dei molteplici servizi svolti nella comunità cristiana deve esserci la coscienza che ogni ministero rappresenta un modo di partecipare all’unica missione della Chiesa, la quale è attuata da soggetti diversi, secondo le varie vocazioni e i doni ricevuti, e si realizza in modi differenti e complementari.

54. A servizio dell’unica missione della Chiesa sono posti sia i ministeri conferiti attraverso il sacramento dell’Ordine, che assicurano alla comunità il servizio essenziale della Parola, dei sacramenti e della guida pastorale autorevole, sia i ministeri istituiti o esercitati di fatto, che sono fondati nel Battesimo e sono pure a servizio della comunità, ma presentano una maggiore variabilità in rapporto al mutare delle situazioni storiche e dei bisogni delle comunità.

55. L’accoglienza delle diversità, la valorizzazione dei carismi per il bene comune, la coscienza della distinzione tra i ministeri e della necessità di evitare sovrapposizioni e invasioni di campo e lo sforzo di esercitarli nella comunione con tutti i soggetti chiamati al servizio nella Chiesa, sono condizioni essenziali per un corretto esercizio dei ministeri ecclesiali anche nelle UUPP.

56. Di particolare importanza è la presenza di coloro che, all’interno di una UP, svolgono un ministero continuativo (ordinato o istituito o di fatto). Il presbitero coordinatore abbia cura di riconoscere e mettere in comunione le persone di questo gruppo interparrocchiale, in cui deve manifestarsi una piena comunione, una collaborazione effettiva, una corresponsabilità sinodale vissuta a servizio di tutta l’UP. A questo fine il presbitero coordinatore, in tutte le fasi di istituzione come nella vita ordinaria dell’UP, promuova percorsi di conoscenza, formazione e condivisione nella fraternità.

57. Con la partecipazione alla definizione e alla realizzazione del progetto pastorale comune si attua concretamente la dimensione ministeriale della Chiesa e crescono la consapevolezza missionaria della Chiesa e la comunione tra i diversi soggetti ai quali la missione è affidata.

I presbiteri

58. L’impostazione di una pastorale comune tra più parrocchie, insieme alla diminuzione del numero dei presbiteri, comporta una trasformazione delle forme in cui il ministero dei presbiteri è esercitato.

59. Il ministero del presbitero, avendo come scopo la guida e l’edificazione della comunità cristiana, anche nelle UUPP dovrà riguardare tutti gli aspetti costitutivi della pastorale, evitando il rischio che il presbitero si limiti alle funzioni liturgiche e sacramentali o si trasformi in un funzionario nel quale prevale il tratto burocratico.

60. Per evitare i rischi menzionati, i compiti affidati ai presbiteri richiedono il contatto diretto e la costruzione di relazioni stabili con i fedeli appartenenti alla comunità cristiana e l’attenzione alla testimonianza missionaria rivolta a coloro che non credono o sono in ricerca.

61. Le relazioni stabili del presbitero con i fedeli trovano nell’assemblea convocata per l’Eucaristia la loro espressione più alta e includono il cammino di evangelizzazione e di formazione cristiana che porta all’Eucaristia nonché la molteplicità di azioni e forme di vita comunitaria che dall’Eucaristia nascono. Nella presidenza della celebrazione eucaristica e nell’esercizio comune del ministero all’interno dell’UP tutti i presbiteri sono per la comunità segno di Cristo Pastore con pari dignità, indipendentemente dal compito specifico (coordinatore, parroco, vicario parrocchiale) che ciascuno è chiamato a svolgere.

62. Inserito nel presbiterio diocesano, il presbitero è chiamato a vivere nell’UP la comunione con gli altri presbiteri con i quali condivide la cura pastorale. Per questo, nella misura del possibile, è bene che in ogni UP vi siano almeno due presbiteri; così come è opportuno che i presbiteri della medesima UP attuino qualche forma di vita comune. D’altra parte, si deve riconoscere anche il valore di una presenza diffusa dei presbiteri nelle singole parrocchie, caratteristica della tradizione bresciana, che permette loro una maggiore vicinanza ai fedeli.

63. I presbiteri sono chiamati a riconoscere e promuovere le vocazioni ai diversi ministeri donati da Dio alla comunità cristiana e a rendere possibile un’adeguata formazione di coloro che sono idonei e disponibili ad assumere tali ministeri.

I diaconi

64. I diaconi sono chiamati ad essere segno di Cristo servo ed esprimono in modo particolare la dimensione del servizio, che è compito dell’intera Chiesa. Essi sono chiamati a svolgere, sia nelle UP che nelle comunità parrocchiali, la triplice diaconia della Parola, della liturgia e della carità.

65. I diaconi sono a servizio delle UP e possono favorire la comunione all’interno di esse. Se il Vescovo riterrà necessario affidare una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia a un diacono, tale compito verrà svolto secondo le indicazioni del can. 517 §2. Questo servizio dovrà essere svolto con spirito di umile mediazione e in accordo con il presbitero coordinatore dell’UP.

66. Una caratteristica del servizio dei diaconi è anche quello di stare sul “confine” e diventare “ponte” tra la Chiesa e il mondo: essi devono portare nell’ambiente periferico la carità e il conforto spirituale e materiale della Chiesa e al tempo stesso riportare al cuore della Chiesa le ansie e le attese delle donne e degli uomini.

Le persone consacrate

67. Nella comunità dei credenti le persone consacrate sono una presenza significativa che sollecita all’essenzialità dell’esistenza cristiana: il primato di Dio, la sequela di Gesù casto, povero e obbediente, la vita fraterna in comunità, l’obbedienza allo Spirito nel discernimento comunitario, l’attenzione ai poveri.

68. Il loro stato di persone consacrate - con i voti di castità, povertà, obbedienza o altri sacri vincoli - annuncia il cielo e la terra nuovi che il cristiano già abita con Cristo, in forza del Battesimo, e lo sollecita a non schematizzarsi sulla logica del mondo. La nostra Diocesi ha visto la nascita e la crescita di carismi per l’educazione, per la cura dei poveri e di ogni male fisico e spirituale e ancora oggi ne gode in forme più aderenti alle situazioni attuali. Per questo, da parte dei superiori maggiori, si faccia di tutto perché in ogni UP sia possibilmente assicurata la presenza di persone consacrate e di comunità religiose. A loro volta, gli Istituti secolari, che vivono nel mondo la loro consacrazione e intendono portarvi il lievito del Vangelo, collaborano all’azione apostolica della Chiesa. Particolarmente sensibili alla vocazione della donna nella Chiesa, le consacrate contribuiscono in corresponsabilità e spirito evangelico all’edificazione di una società più umana. I responsabili delle UUPP, da parte loro, operino affinché la comunità cristiana faccia tesoro di questo segno di totale dedizione a Dio attraverso la dedizione ai fratelli e alle sorelle.

69. Ogni comunità consacrata ha un carisma per un servizio all’umanità ed è chiamata ad esercitarlo nella comunione. È necessario che le UUPP accolgano con riconoscenza la ricchezza e varietà della vita consacrata e la sappiano valorizzare secondo le specifiche competenze, accogliendone la testimonianza soprattutto come un dono al di là di una logica puramente funzionale. Il Vescovo, in caso di scarsità di presbiteri, può affidare una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia a una comunità religiosa secondo le indicazioni del can. 517 § 2.

70. La costituzione di una UP che coinvolga una parrocchia affidata a un Istituto Religioso deve essere preventivamente concordata tra Ordinario Diocesano e Superiore maggiore, stabilendo i principi, i criteri e i limiti di tale collaborazione. I religiosi che reggono una parrocchia si preoccuperanno di integrare le dimensioni specifiche del carisma della propria famiglia religiosa nella vita e nelle scelte dell’UP.

I laici e le aggregazioni ecclesiali

71. Le UUPP favoriscono il sorgere di nuove forme di servizi laicali, in particolare quelli della Parola, della liturgia e della carità, nonché quelli dei diversi settori della pastorale, sia all’interno della comunità cristiana sia, e soprattutto, all’interno della vita sociale, politica, culturale ed economica del mondo.

72. In ogni UP dovrà considerarsi prioritaria una formazione permanente dei laici che, a partire dalla Parola, abbracci l’intera esperienza personale e porti a maturare uno stile di vita laicale autenticamente cristiano. Si dovrà curare poi la formazione dei laici che esercitano un servizio ecclesiale riconoscendo un ruolo particolare alle donne.

73. Nell’UP va riconosciuta la complementarità tra il ministero sponsale e quello presbiterale attraverso esperienze di confronto e la valorizzazione delle specifiche vocazioni, promuovendo la nascita di gruppi per le coppie e per le famiglie.

74. I laici sono chiamati a dare testimonianza con coerenza, credibilità e competenza nella Chiesa e nel mondo non solo personalmente ma anche in forma associata. Sotto questo profilo, le aggregazioni ecclesiali dei laici costituiscono una ricchezza nella vita dell’UP ed una particolare testimonianza di comunione.

75. Le aggregazioni ecclesiali siano aperte e disponibili ad inserirsi con i loro carismi specifici stabilmente nelle UUPP, partecipando, con i loro rappresentanti, anche agli organismi di comunione.

76. L’Azione Cattolica, che secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II per sua natura si pone al servizio dell’azione pastorale della Chiesa locale, deve godere anche nelle UUPP di una particolare attenzione. Ci si preoccupi che in ogni UP vi sia un gruppo di Azione Cattolica.

77. Il Vescovo, a motivo della scarsità di sacerdoti, può affidare una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia ad una persona o ad una comunità di persone non insignite del carattere sacerdotale; in tale caso, attraverso un discernimento vocazionale, il ministero verrà affidato secondo le indicazioni del can. 517 §2.

 

PER APPROFONDIRE: scarica il file con le citazioni complete
FORMAZIONE
Conferenza Episcopale Italiana, Lievito di pace e di speranza. Documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, 25 ottobre 2025, nn. 33; 40-62:

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/2025/10/CamminoSinodale_DocumentodiSintesi.pdf

Francesco - XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione. Documento finale, 26 ottobre 2024, nn. 140-151:

https://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20241026_doc-final-sinodo2024-chiesa-sinodale_it.html


Documenti diocesani recenti

Futuro prossimo. Linee di pastorale giovanile vocazionale, 25 gennaio 2020, nn. 2-5; 6 - Spiritualità:

https://www.diocesi.brescia.it/wp-content/uploads/sites/2/2024/04/2020-Futuro-Prossimo-Linee-di-Pastorale-Giovanile-Vocazionale.pdf

Linee guida verso una Pastorale Migratoria Interculturale, 30 ottobre 2023, pp. 16 (Nodo tematico 3); 18 (Nodo tematico 5):

NODO TEMATICO 3 - Coordinatore Pastorale per Intercultura

Promuovere la nascita sul territorio di una equipe animata da un “coordinatore pastorale per l’intercultura” quale punto di riferimento per i processi e le iniziative da attivare nelle singole comunità e quale punto di riferimento per la formazione. Tale figura venga individuata a livello di UP11; la nascita di questa figura pastorale non può essere immaginata allo stesso modo su tutto il territorio diocesano ma si immagina che nasca a partire da quelle UP che vivono in modo evidente una forte presenza numerica di persone di altra cultura sul proprio territorio. Tale coordinatore può essere colui che, a disposizione dei presbiteri, dei catechisti, degli animatori dell’Oratorio, attraverso le conoscenze che acquisisce nella formazione ricevuta e accompagnata attraverso la diocesi, offre spunti concreti per il realizzarsi dell’ordinario della vita della comunità: promuove la conoscenza del territorio insieme al CP e al CUP, offre indicazioni per la conoscenza di altre comunità religiose e aiuta le parrocchie a rendersi attente al vissuto spirituali degli altri, accompagna e promuove l’inserimento di stranieri nelle attività ordinarie della comunità (sostenendo l’operato di catechisti e animatori), si confronta con quanto avviene su altri territori della diocesi sostenuto dall’accompagnamento dell’Area Pastorale per la Mondialità, aiuta le comunità a inserire costantemente l’attenzione all’intercultura nelle scelte ordinarie della vita pastorale.

NODO TEMATICO 5 - Testimoni di una Chiesa “in uscita”

L’attenzione alle diversità culturali non è delegata a servizi particolari della diocesi ma è responsabilità delle UP e delle parrocchie saper accogliere la totalità della vita dei propri membri; alla diocesi il
compito di fornire alcuni strumenti affinché questa attenzione possa essere vissuta nell’ordinario. Per vivere questo protagonismo che ci porta ad esser una Chiesa “in uscita”, è importante saper vivere gesti di attenzione e di partecipazione anche alle occasioni di Festa e Preghiera delle altre comunità cristiane e delle altre comunità religiose; l’incontro e lo scambio aiuta a sentirci parte di quello che si festeggia su un territorio; avere accortezza di invitare ad alcuni momenti di festa delle nostre comunità. L’Area Pastorale per la Mondialità mette a disposizione un calendario delle ricorrenze delle altre comunità cristiane e delle altre fedi religiose, che possa ispirare momenti di incontro e di fraternità.


Lettere pastorali di mons. Pierantonio Tremolada

Il bello del vivere. La santità dei volti e i volti della santità, Lettera pastorale 2018-2019, nn. 1-4; 9; 12-15:

https://www.diocesi.brescia.it/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/Il-bello-del-vivere-Lettera-Pastorale-2018-19-1.pdf

Il tesoro della Parola. Come le Scritture sono un dono per la vita, Lettera pastorale 2021-2022, nn. 37-48; 66:

https://www.diocesi.brescia.it/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/Lettera-Pastorale-2021-Il-tesoro-della-Parola-x-web.pdf

Le vie della Parola. Come la Sacra Scrittura incontra la nostra vita, Lettera pastorale 2022-2023, nn. 6-24; 58-61:

https://www.diocesi.brescia.it/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/Lettera-Pastorale-2022-2023-Le-vie-della-Parola.pdf

Il Battesimo: dono e opportunità. Uno sguardo alla vita cristiana in occasione del Giubileo, Lettera pastorale 2024-2025, pp. 37-45; 81-93:

https://www.diocesi.brescia.it/wp-content/uploads/sites/2/2025/06/Il-Battesimo-dono-e-opportunita-Lettera-Pastorale-2024-2025.pdf

AMMINISTRAZIONE

Il Codice di diritto canonico

Can. 519

Il parroco è il pastore proprio della parrocchia affidatagli, esercitando la cura pastorale di quella comunità sotto l'autorità del Vescovo diocesano, con il quale è chiamato a partecipare al ministero di Cristo, per compiere al servizio della comunità le funzioni di insegnare, santificare e governare, anche con la collaborazione di altri presbiteri o diaconi e con l'apporto dei fedeli laici, a norma del diritto.

Can. 532

Il parroco rappresenta la parrocchia, a norma del diritto, in tutti i negozi giuridici; curi che i beni della parrocchia siano amministrati a norma dei cann. 1281-1288.

Can. 1279 - §1

L'amministrazione dei beni ecclesiastici spetta a chi regge immediatamente la persona cui gli stessi beni appartengono, a meno che non dispongano altro il diritto particolare, gli statuti o la legittima consuetudine, e salvo il diritto dell'Ordinario d'intervenire in caso di negligenza dell'amministratore.

Can. 1283

Prima che gli amministratori inizino il loro incarico:

  1. gli stessi devono garantire con giuramento avanti all'Ordinario o a un suo delegato di svolgere onestamente e fedelmente le funzioni amministrative;
  2. sia accuratamente redatto un dettagliato inventario, che essi devono sottoscrivere, dei beni immobili, dei beni mobili sia preziosi sia comunque riguardanti i beni culturali, e delle altre cose, con la loro descrizione e la stima, e sia rivisto dopo la redazione;
  3. una copia dell'inventario sia conservata nell'archivio dell'amministrazione, un'altra nell'archivio della curia; qualunque modifica eventualmente subita dal patrimonio dovrà essere annotata in entrambe le copie.

Istruzione in materia amministrativa (capitolo V e capitolo VIII)


Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2024)

101

Oltre a osservare quanto già previsto dalle norme canoniche in materia di criteri e meccanismi di controllo, compete alle Chiese locali, e soprattutto ai loro raggruppamenti, costruire in modo sinodale forme e procedure efficaci di rendiconto e valutazione, appropriate alla varietà dei contesti, a partire dal quadro normativo civile, dalle legittime attese della società e dalle effettive disponibilità di competenze in materia. In questo lavoro occorre privilegiare metodologie di valutazione partecipativa, valorizzare le competenze di quanti, in particolare Laici, hanno maggiori dimestichezze con i processi di rendiconto e valutazione, e operare un discernimento delle buone pratiche già presenti nella società civile locale, adattandole ai contesti ecclesiali. Il modo in cui a livello locale sono attuati i processi di rendiconto e valutazione rientrino nell’ambito della relazione presentata in occasione delle visite ad limina.

102

In particolare, in forme appropriate ai diversi contesti, pare necessario garantire quanto meno:

a) un effettivo funzionamento dei Consigli degli affari economici;
b) il coinvolgimento effettivo del Popolo di Dio, in particolare dei membri più competenti, nella pianificazione pastorale ed economica;
c) la predisposizione e la pubblicazione (appropriata al contesto locale e con effettiva accessibilità) di un rendiconto economico annuale, per quanto possibile certificato da revisori esterni, che renda trasparente la gestione dei beni e delle risorse finanziarie della Chiesa e delle sue istituzioni;
d) la predisposizione e la pubblicazione di un rendiconto annuale sullo svolgimento della missione, che comprenda anche una illustrazione delle iniziative intraprese in materia di safeguarding (tutela dei minori e delle persone vulnerabili) e di promozione dell’accesso di persone laiche a posizioni di autorità e della loro partecipazione ai processi decisionali, specificando la proporzione in rapporto al genere;
e) procedure di valutazione periodica dello svolgimento di tutti i ministeri e incarichi all’interno della Chiesa.

Abbiamo bisogno di renderci conto che non si tratta di un impegno burocratico fine a se stesso, ma di uno sforzo comunicativo che si rivela un potente mezzo educativo in vista del cambiamento della
cultura, oltre a permettere di dare maggiore visibilità a molte iniziative di valore che fanno capo alla Chiesa e alle sue istituzioni, che restano troppo spesso nascoste.


Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia “Lievito di pace e di speranza” (25 ottobre 2025)

74

La gestione economica dei beni in forma trasparente e partecipata è un segno evidente di una Chiesa che si apre alla corresponsabilità di tutti i fedeli, nella comune ricerca delle forme più evangeliche di utilizzo dei beni a favore della carità e della comunione. È necessario che i Vescovi e i parroci, pur mantenendo la responsabilità ultima nella gestione economica, la esercitino in modo partecipato, anche delegando a persone che in questo settore possono offrire un aiuto qualificato per formazione, professionalità, competenza ed esperienza. Inoltre, la priorità della missione richiede che anche nella gestione economica si scelgano strumenti adeguati, più leggeri e flessibili, nella linea della sostenibilità, della corresponsabilità e della giustizia (cfr. LAS 57, 60).
Pertanto, l’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte:
a. che l’Ordinario diocesano, attraverso il Consiglio per gli affari economici, curi attentamente l’inventario e la gestione del patrimonio e, nel confronto con gli Organismi di partecipazione diocesani e parrocchiali, valuti l’uso delle risorse economiche in conformità con la missione ecclesiale e gli obiettivi pastorali. Gli enti preposti elaborino piani strategici di utilizzo, valorizzazione ed eventuale alienazione dei beni, garantendo trasparenza, sostenibilità e giustizia dei bilanci diocesani, anche con una certificazione esterna, comunicando le possibilità di sostegno economico e di ricerca fondi;
b. che le Chiese locali coinvolgano professionisti in forme di corresponsabilità gestionali. In questa ottica valutino anche la possibilità di dar vita alla figura dell’“assistente all’amministrazione e all’economia” a servizio di più parrocchie e di esercitare una corresponsabilità amministrativa, ad esempio con la pratica della “firma congiunta”;
c. che la CEI informi le Chiese locali sulla pratica dei procedimenti di “delega” e di “procura” ai laici per sviluppare la corresponsabilità e per sostenere i parroci nella gestione amministrativa, e offra supporto giuridico a quelle realtà che vogliono istituire nuovi enti per la gestione di beni e attività, come le fondazioni (ad esempio, per la gestione di scuole dell’infanzia paritarie, strutture sportive, oratori, case per anziani, etc.);
d. che la CEI offra criteri e sussidi per una rendicontazione efficace e conforme, aggiorni l’Istruzione in materia amministrativa del 2005 e intensifichi la proposta formativa e lo scambio di buone prassi su sostenibilità economica, finanziaria, patrimoniale e ambientale.


Nota CEI in ordine a vicende estintive e modificative delle parrocchie (20 febbraio 2024)


Linee guida per la concessione di spazi pastorali (Lettera della Diocesi di Brescia del 22/03/2023)

DIOCESI DI BRESCIA

Curia Diocesana di Brescia
Via Trieste, 13 - 25121 Brescia
Tel. 030.3722.1
Fax 030.3722.265
E-mail Curia

  • Home
  • Vescovo
  • Organigramma
  • Privacy policy
  • Cookies
  • Privacy policy
  • Cookies

© 2021 Diocesi di Brescia