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Chiesa parrocchiale di Boario | Mercoledì 3 dicembre 2025

«Una seconda Pentecoste»
La Chiesa di Efeso (At 19,1-10)

Il nostro cammino sinodale si sta concludendo. Il discernimento che stiamo conducendo in ascolto dello Spirito ci sta consegnando preziose indicazioni circa la nostra vita di Chiesa. Rimane vivo il nostro desiderio di corrispondere alle attese del Signore, di offrire al mondo di oggi il buon profumo del Vangelo, divenendo nell’oggi tessitori di speranza. Divengono via via sempre più chiare le sfide che siamo chiamati ad affrontare e insieme le opportunità che ci vengono offerte, per una crescita e un rafforzamento della nostra fede e della nostra carità.

La meditazione del Libro degli Atti degli Apostoli, dal quale stiamo cercando di raccogliere l’insegnamento che ci offre circa l’identità e la missione della Chiesa, ci porta questa sera ad incontrare la comunità cristiana che, grazie al ministero apostolico di san Paolo, prende vita nella grande città di Efeso. È necessario anzitutto delineare la cornice storica in cui avviene la fondazione di questa importante comunità della Chiesa delle origini. Il brano che abbiamo letto inizia così: “Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, scese a Efeso”. Si parte dalla città di Corinto. Giunge in questa importante città portuale durante il suo secondo viaggio apostolico. Qui si trattiene per un anno e mezzo e qui fonda una comunità cristiana, a cui invierà le due lettere che sono giunte fino a noi. Da qui poi parte, compiendo un lungo viaggio che lo riporterà prima a Gerusalemme e poi ad Antiochia di Siria, la città da cui prende avvio ogni sua missione. Ad Antiochia si conclude il suo secondo viaggio apostolico. Da qui prende avvio il suo terzo viaggio. La tappa più importante di questo suo terzo viaggio è appunto la città di Efeso, una delle più belle di quel tempo, tra le prime in ordine di importanza dell’impero romano. Le sue attuali rovine lasciano ancora intravedere il suo splendore. Arrivato qui, Paolo si tratterrà per due anni, il tempo più lungo da lui trascorso in una città.

Il suo annuncio inizia, come di regola per lui, dalla sinagoga. I suoi fratelli Ebrei sono i primi destinatari del lieto annuncio del Cristo salvatore. Per questo annuncio Paolo potrà far leva sulle Scritture, che, lette alla luce della risurrezione del Signore Gesù, svelano le profondità del suo mistero. Paolo è convinto che esse, alla fine, parlino di lui. Nella sinagoga l’apostolo incontra però rifiuto e contestazione. Decide allora di trasferirsi nella scuola di Tiranno (At 19,9), un’aula di riunioni aperta al pubblico. Paolo vi insegnerà ogni giorno per due anni e così tutti gli abitanti della provincia romana di Asia, Giudei e Greci, possono ascoltare la Parola del Signore (At 19,10).

Come abbiamo ascoltato nel brano che è stato letto, il Libro degli Atti degli Apostoli fissa l’attenzione su un episodio che subito accade all’arrivo di Paolo nella città di Efeso. Qui si è già costituita una piccola comunità cristiana. Arrivando in città, Paolo incontra alcuni discepoli e chiede loro: “Avete ricevuto lo Spirito santo?”. La domanda un poco ci sorprende. Anche la loro risposta ci sorprende: “Non abbiamo neppure sentito dire che esista uno Spirito santo!”. Paolo incalza: “Quale battesimo avete ricevuto?”. Gli rispondono: “Il battesimo di Giovanni!”. Questi discepoli – sono circa una dozzina – non hanno dunque ricevuto il battesimo cristiano, nel nome di Gesù. Avranno sentito parlare di Gesù, non sappiamo bene come stiano vivendo la fede in lui, ma non sono stati battezzati nel suo nome e quindi non hanno ricevuto lo Spirito santo.

Comprendiamo che per Paolo il battesimo nel nome di Gesù porta con sé il dono dello Spirito santo e che proprio lo Spirito santo, con la sua azione, va considerato essenziale per la vita cristiana. Paolo ricorda a questi suoi fratelli che Giovanni aveva battezzato con acqua e aveva invitato ad accogliere colui che sarebbe venuto dopo di lui. Dai Vangeli sappiamo che aveva anche detto che chi veniva dopo di lui avrebbe battezzato nello Spirito santo. Paolo ne è consapevole e quindi dice chiaramente ai due discepoli: “Giovanni parlava di Gesù”. Egli allora stende le mani su questi discepoli e su di loro discende lo Spirito santo. A Efeso accade così una nuova piccola Pentecoste. Costoro si mettono a parlare in lingue e a profetare, come gli apostoli a Gerusalemme nella festa di Pentecoste.

Perché questa insistenza di Paolo sullo Spirito santo? Perché considera così importante il Battesimo che consente di riceverlo? La risposta non può essere che questa: perché la vita cristiana non è pensabile senza l’azione dello Spirito santo: è infatti una vita essenzialmente spirituale. Si sente spesso usare questo aggettivo. Quale significato dobbiamo attribuirgli? Sarà importante intenderlo nella direzione di ciò che è secondo lo Spirito. Fermiamoci un momento sul gesto che Paolo compie: egli impone le mani su queste persone, invoca lo Spirito santo e lo Spirito santo discende su di loro, come sugli apostoli il giorno di Pentecoste. Che tipo di discesa è questa? Non certo esteriore, non visibile. È una discesa invisibile, interiore, segreta, misteriosa. È una discesa che è avvenuta anche per noi nel Battesimo e nella Cresima, i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Ciò che si vede quando si celebra il Battesimo cristiano o la Cresima è ciò che fa parte del rito liturgico: segni semplici come l’acqua, l’olio, la luce, la veste. In realtà, con questo rito liturgico lo Spirito raggiunge segretamente il cuore, avvia un dialogo con la persona a partire dalla sua interiorità, che durerà per tutta la vita. Lo Spirito suggerisce, sospinge, esorta, incoraggia, consola, corregge, ma soprattutto fa sentire tutta la potenza dell’amore di Dio che si è manifestato in Gesù. Pone il cuore di chi crede in sintonia con il cuore di Cristo.

Nelle sue lettere, san Paolo ci aiuta a riconoscere i frutti dello spirito, e ricorda anzitutto i frutti che vengono prodotti in noi, cioè i frutti interiori. Tra questi vi è anzitutto la preghiera. Scrive nella lettera ai Romani: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,27).

Poco prima aveva scritto nella stessa lettera: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Rm 8,15-17).

Il secondo frutto interiore dello Spirito in noi è la carità, la capacità di amare, che nasce da un cuore visitato dall’amore stesso di Dio. Sempre nella lettera ai Romani, Paolo scrive: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). E nella lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,20). L’amore è come una pietra preziosa dai molteplici riflessi.

Il terzo frutto interiore dello Spirito santo è la gioia, che sgorga spontanea da dall’esperienza della grazia. L’esempio più bello di questa esultanza nello Spirito è quella della Beata Vergine Maria nel suo Magnificat.

Se questi sono i frutti interiori, vi sono poi i frutti esteriori, che si riversano positivamente sull’ambiente in cui si svolge la nostra vita di ogni giorno. Dei discepoli che Paolo incontra e su cui egli stende le mani, si dice che, avendo ricevuto lo Spirito santo, “Si misero a parlare in lingue e a profetare” (At 19,6). Accade a loro quanto accaduto agli apostoli in Gerusalemme il giorno della pentecoste. Il parlare nelle diverse lingue è un dono che rende possibile una comunicazione spesso faticosa e difficile. Ci scontriamo ogni giorno con situazioni nella quale si creano facilmente delle incomprensioni, delle tensioni, degli scontri. La diversità diventa un ostacolo alla comunione, quando dovrebbe renderla più ricca. Lo Spirito santo conosce le strade della concordia, dell’accoglienza, del mutuo rispetto, della collaborazione. Quando ci si lascia plasmare dalla sua azione benefica, si diventa capaci di coniugare in armonia diversità e unità.

Di coloro che a Efeso hanno ricevuto attraverso Paolo il dono dello Spirito santo, si dice poi che “si misero a profetare”. Essi diventano capaci di donare una parola che è profezia, che tocca il cuore, che illumina la mente, che dà forza, che tiene viva la speranza, che denuncia il male e sprona al bene, che indica la via della giustizia, che aiuta a comprendere il tempo che si vive. Queste sono le risonanze della profezia, cioè della parola umana che dà voce alla Parola di Dio. Una parola illuminata, coraggiosa e sapiente, di cui c’è tanto bisogno anche nel nostro tempo.

Un ultimo spunto per la nostra meditazione. Nel brano che abbiamo letto si racconta che Paolo è costretto a lasciare la sinagoga a causa della opposizione dei suoi fratelli Ebrei. Non si offende, non si irrita, non si irrigidisce, ma nemmeno si rassegna. Non si ferma. Si sposta, cambia luogo. Non può smettere di annunciare il Vangelo. È infatti per lui un dovere farlo, una necessità. Ha un annuncio di salvezza da offrire che può cambiare la vita di tanti. Sceglie allora come luogo in cu parlare un’aula pubblica. Questo ci fa pensare: ci ricorda che anche la Parola di Dio non risuona solo nei luoghi liturgici. Ha bisogno anche di contesti diversi, dove si può intervenire, discutere. È una parola che ama il dialogo e non teme il confronto, affronta le domande e offre risposte. È Una parola che raccomanda continuità e assume la forma di un accompagnamento quotidiano. È una parola in stretto contatto con la vita di ogni giorno. È, infine e soprattutto, una Parola che ha al centro il Signore e il Regno di Dio. Questo annunciava san Paolo, con passione e dedizione: il mistero della persona di Gesù e la potenza regale di Dio, che attraverso di lui si irradia nel mondo per la misteriosa forza dello Spirito e che è capace di conquistare i cuori.

Questo è ciò che il Libro degli Atti degli Apostoli ci racconta della comunità di Efeso. Questa è l’esperienza che anche siamo chiamati a vivere come cristiani, in forza del dono dello Spirito santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci ha innestato nella sua Chiesa. Dando alla nostra vita una intensa dimensione spirituale, potremo essere per il mondo di oggi tessitori di speranza.

+ Pierantonio Tremolada