«Un testamento spirituale»
Il discorso di Paolo a Mileto (At 20,17-28)
Con questa Veglia giubilare si conclude il nostro il nostro cammino sinodale. Ci siamo posti insieme in ascolto dello Spirito e ci siamo chiesti che cosa il Signore ci domanda, come Chiesa di oggi inviata nel mondo. Sono divenute via via sempre più chiare le sfide che siamo chiamati ad affrontare e, insieme, le opportunità che ci vengono offerte, per una crescita e un rafforzamento della nostra fede e della nostra carità. Si conclude anche la nostra meditazione del Libro degli Atti degli Apostoli, al quale ci siamo accostati cercando di raccogliere l’insegnamento che ci offre circa l’identità e la missione della Chiesa. Questa sera abbiamo la possibilità di meditare una delle pagine più belle non solo del Libro degli Atti degli Apostoli, ma di tutto il Nuovo Testamento. Si tratta del discorso che San Paolo rivolge agli “anziani” della comunità cristiana di Efeso, convocati nella cittadina di Mileto. Potremmo definirlo il suo testamento spirituale. Ne abbiamo ascoltato solo la prima parte, ma già in questa emergono tutti gli elementi che fanno di questo discorso una meravigliosa testimonianza del ministero apostolico di San Paolo e della sua visione della Chiesa. Paolo visita la città di Efeso nel suo terzo viaggio apostolico. Sin dall’inizio della sua missione aveva coltivato il desiderio di raggiungere questa magnifica città, che considerava un centro importante anche in vista dell’annuncio del Vangelo. Quando finalmente vi giunge, si trattiene per due anni, il tempo più lungo per lui di sosta in una città. L’incontro con gli anziani di Efeso avviene mentre Paolo sta concludendo il suo terzo viaggio. Ha visitato le comunità cristiane che aveva fondato in precedenza e ora sta rientrando a Gerusalemme. Non sa bene cosa là gli accadrà, perché molti suoi fratelli Giudei gli sono ormai ferocemente ostili e non nascondono l’intenzione di intervenire anche violentemente contro di lui. È comunque sicuro che non vedrà più questi responsabili della comunità cristiana di Efeso e la comunità stessa. Quello che rivolge loro è il suo discorso di addio. Paolo, dunque, rilegge l’esperienza del suo ministero apostolico, così come si è svolto tra i suoi fratelli nella fede. Due punti emergono chiaramente nel suo discorso carico di emozione: il primo riguarda il suo atteggiamento, il secondo il suo annuncio. Anzitutto l’atteggiamento. Egli afferma: “Voi sapete come io mi sono comportato in mezzo a voi per tutto questo tempo”. Il verbo che riassume tutta la sua condotta è servire: “Ho servito il Signore” dice in apertura di discorso. Le caratteristiche di un simile servizio emergono via via, mentre l’apostolo ricorda ciò che è avvenuto negli anni della sua permanenza a Efeso. La prima caratteristica di questo servizio reso ai suoi fratelli è l’umiltà: “Ho servito il Signore in tutta umiltà”. La seconda è il coraggio, con la perseveranza e la pazienza, unite alla mansuetudine: “Ho servito il Signore tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei”. La terza caratteristica è la dedizione, con la generosità e l’impegno: “Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile”. La quarta caratteristica è quella del dialogo, del confronto e della condivisione fraterna, che hanno caratterizzato il suo insegnamento: “Ho servito il Signore predicando a voi e istruendovi, in pubblico e nelle case”. Un’ultima caratteristica di questo annuncio apostolico è la totale fiducia nel Signore, la piena libertà di cuore nei confronti dell’esito stesso della sua missione, senza alcuna pretesa di un ritorno, in assoluta gratuità: “Ho servito il Signore ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni”. Ciò che ha spinto San Paolo ad agire in questo modo è stato il suo stesso annuncio, che si identifica con il suo stesso contenuto. Il suo stile di vita, il suo modo di rapportarsi agli altri e di affrontare le situazioni deriva da ciò che egli ha sperimentato e ora sente dentro di sé, ciò che gli riempie il cuore, ciò che lo rende forte, ciò che lo fa felice, ciò che gli dà speranza. Egli si presenta come un testimone del Vangelo, di quel Vangelo che lui stesso ha accolto, che lo ha conquistato, che gli ha svelato il volto misericordioso di Dio a fronte del suo atteggiamento presuntuoso e violento. Un annuncio che, quindi, prende la forma della testimonianza. Coinvolge non solo la mente, ma anche il cuore e si trasmette con carica misteriosa.
Ma che cosa, dunque, Paolo ha testimoniato negli anni che ha trascorso a Efeso, in quella comunità cristiana? Nel suo discorso egli ha piacere di ricordarlo. Anzitutto, ha testimoniato “la conversione a Dio”. Si è presentato agli altri avendo chiara la consapevolezza che la sua vita era stata trasformata. Aveva lui stesso vissuto la conversione, cioè un cambiamento radicale di vita. Non più schiavo di se stesso, del proprio orgoglio, della propria presunzione, della violenza, della paura, delle proprie passioni. Ha poi testimoniato “la fede nel Signore nostro Gesù”. Ha cioè mostrato nei fatti come Gesù sia stato da lui riconosciuto come il Signore della sua vita e del mondo intero, della storia. Ogni sua azione era pensata e compiuta in obbedienza alla volontà del “suo Signore”, a imitazione di lui, nella totale fiducia nella potenza che da lui proveniva. Il desiderio più grande era quello di crescere nella conoscenza di lui, della sua potenza, del suo amore senza misura. Una terza direzione nella quale si è sviluppata la testimonianza di Paolo è stata la “rivelazione del Regno di Dio”. In lui si è manifestata la potenza regale di Dio, la sua forza vittoriosa su tutto ciò che si oppone al suo disegno di amore, a ciò che mortifica la vita umana e la sua dignità. Il “Regno di Dio” è il dispiegarsi vittorioso della grazia di Dio nei cuori umani e nella storia della grazia, che diventa consolazione nella sofferenza e perdono delle colpe. Nel ministero svolto da Paolo molti hanno potuto incontrare la potenza rigenerante di Dio, hanno potuto sperimentare che cosa Dio sia capace di fare quando trova apertura e disponibilità di cuore. Una frase che Paolo pronuncia in questo discorso, lo riassume per intero e riunisce quanto finora ricordato. È una frase che ci aiuta a cogliere anche l’essenziale della missione della Chiesa oggi. Paolo dichiara: “Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al Vangelo della grazia di Dio”. “Servire il Signore dando testimonianza del Vangelo della Grazia!”: ecco il compito che potremmo considerare di tutta la Chiesa e, in particolare, dei ministri. Siamo chiamati a mostrare al mondo che l’intera umanità è nell’abbraccio della grazia di Dio, cioè della sua bontà e bellezza; che la vita può sempre cambiare e rinnovarsi, che può essere piena, vera e felice; che possiamo sempre confidare nell’amore di Gesù, colui che è diventato il nostro Signore; che attraverso di lui la potenza di Dio è ora all’opera nel mondo e quando trova la fede vince ogni male e ogni paura; che la volontà di Dio è che tutti gi uomini siano salvati e condividano la sua beatitudine. Un’ultima parola va spesa raccogliendo l’esortazione accorata che Paolo rivolge direttamente ai pastori della comunità cristiana: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio”. Dice loro: “Vegliate! Siate custodi per essere pastori”. Si custodisce ciò che si riconosce prezioso. Qui c’è dunque qualcosa che Paolo reputa estremamente prezioso. Qualcosa di costosissimo, che si è acquistato a un prezzo inimmaginabile: quello del sangue del Figlio amato di Dio, che si è fatto obbediente fino alla morte di croce. Lo ha fatto perché nascesse nel mondo la Chiesa. Così dunque va guardata, anzitutto, la Chiesa. Essa è mistero prima che organizzazione visibile. La Chiesa poggia infatti su questo atto d’amore infinito e di questo amore infinito è segno e strumento. Quanta responsabilità per chi ne fa parte e, in particolare, per chi in essa ha il compito dell’autorità! Il mondo potrà riconoscere la grandezza e la santità della Chiesa se in noi, nella nostra umile testimonianza, vedrà in trasparenza la grazia di Dio, la bontà e la bellezza del suo mistero d’amore. Questo è il compito di ognuno di noi, in particolare dei ministri. Ma mai dovremo dimenticare che a questo compito è legata una promessa: ciò che offriremo agli altri come testimonianza sarà prima di tutto il motivo della nostra gioia. Essere con verità la Chiesa del Signore, sentirsi parte viva di questo popolo della Nuova Alleanza, vivere dell’amore di Cristo in umiltà e coraggio ci renderà felici. Siamo alla conclusione del nostro cammino sinodale e giubilare. Le parole che questa sera abbiamo ascoltato da San Paolo sono per noi estremamente preziose. Ci aiutano a meglio capire quanto grande sia il dono che abbiamo ricevuto e quanto alta la responsabilità che il Signore si onora di affidarci: siamo la sua Chiesa, siamo testimoni della sua grazia, della sua bontà e della sua gloria. Lo siamo quando celebriamo la liturgia e quando ci amiamo tra di noi, quando serviamo i poveri e quando promuoviamo la giustizia nella nostra società. Siamo ambasciatori di Cristo per la vita del mondo e vogliamo essere tessitori di speranza. Ci aiuti il Signore ad esserlo davvero e ci aiuti a capire come esserlo oggi, in questo nostro tempo nel quale siamo chiamati insieme con tutti ad affrontare la grande avventura della vita.
+ Pierantonio Tremolada
