Ho provato a immaginare un dialogo con sant’Angela. Ho provato cioè a domandarmi che cosa ci direbbe oggi, dentro la nostra situazione personale ma anche dentro la situazione della Chiesa. Abbiamo appena concluso l’anno del Giubileo e siamo in cammino verso un evento importante per la nostra Diocesi, che abbiamo chiamato Convegno diocesano. Stiamo cercando di capire che cosa il Signore ci domanda come Chiesa, che cosa si attende da noi per il bene di ciascuno, ma anche per il bene del mondo così com’è oggi.
Sappiamo che la Chiesa è missionaria, è inviata al mondo: non può essere semplicemente preoccupata di se stessa, di organizzarsi bene, ma deve vivere uno slancio, deve portare la lieta novella, il lieto annuncio della salvezza a ogni persona. E allora, sant’Angela, che cosa ci direbbe?
Ho immaginato che questo dialogo potesse ruotare attorno a tre parole. Tre parole che dicono, anzitutto, ciò che lei è stata.
La prima parola è santità.
Che cosa ha da dirci sulla santità? Che cosa ci direbbe oggi? Penso che si possa dire così, anche alla luce della Parola del Signore che abbiamo ascoltato: sant’Angela ci insegna che la santità non è fuga dal mondo, ma presenza dentro la storia, come il lievito che fa fermentare la pasta. Una presenza non sempre evidente, a volte persino nascosta. L’azione della santità, attraverso uomini e donne che credono, ha proprio questo aspetto: non fa rumore, ma opera in profondità.
E credo che sant’Angela ci ricorderebbe anche che la santità non è per pochi scelti, ma per chi accetta di lasciarsi guidare da Dio giorno dopo giorno. La santità ha una dimensione quotidiana. Se ci aspettiamo eventi straordinari, probabilmente non la incontreremo, perché Dio non ama imporsi con spettacoli che affascinano per un momento e poi si spengono. Pensate ai fuochi d’artificio: per un attimo sono bellissimi, ma subito dopo non resta nulla. Dio non agisce così. Non ama mostrarsi con un’apparenza che seduce, ma non trasforma.
Ci direbbe: non cercate Dio lontano dalla vostra vita concreta. Cercatelo nelle relazioni, anche quando sono difficili. Cercatelo nel lavoro fatto con coscienza, con impegno, con onestà. Cercatelo nella fedeltà quotidiana, là dove nessuno necessariamente vede.
Sant’Angela ha vissuto la sua santità dentro una spiritualità sponsale. Si sentiva sposa del Signore. Ecco, la santità ha bisogno di un’esperienza di questo genere, di una sorta di innamoramento. E questo vale un po’ per tutti. Con il Signore o ci si innamora, oppure, alla fine, la vita di fede diventa una serie di gesti che cercano di corrispondere a una regola o a una legge, ma che non toccano davvero il cuore.
L’esperienza della fede ha la forma di un innamoramento. Lo dicono già i profeti, quando parlano del rapporto tra Dio e il suo popolo usando l’immagine dello sposo e della sposa. E dentro questa spiritualità sponsale ha un ruolo fondamentale la preghiera. Anche questo ci direbbe sant’Angela: siate persone che pregano, abbiate la gioia di pregare.
Pregare non è semplicemente ripetere a memoria delle parole, ma dare a quelle parole il significato che hanno, lasciandole risuonare nel cuore. La preghiera è vera quando c’è il cuore che parla, non solo le labbra. Anche le preghiere più belle che conosciamo a memoria chiedono di essere dette con il cuore. Quelle parole non devono restare lontane: devono prenderci dentro, nel profondo.
Quando questo accade, piano piano tutta la vita diventa una preghiera. Come dice la Parola di Dio, diventa un sacrificio di lode, un profumo che sale a Dio ed è a lui gradito. Tutte le nostre azioni possono diventare un inno di lode. Così ha fatto lei: ogni cosa che compiva portava in sé il profumo del Vangelo, che è la carità.
La seconda parola è educazione.
Questa donna è stata una maestra, una maestra di vita. Ha fatto crescere altre persone, altre donne, altre ragazze, e aveva a cuore l’accompagnamento. Anche a noi, credo, direbbe: lasciatevi educare. Siamo tutti un po’ bambini da questo punto di vista. Dovremmo accettare di sentirci tali, come ci ha ricordato il Vangelo. «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli». Occorre umiltà per accogliere la presenza di Dio che ci viene incontro. Se siamo pieni di noi stessi, non sentiremo il bisogno di nulla, neppure di Dio, che resterà qualcosa di lontano.
Ci direbbe: abbiate cura della vostra anima. Educatevi interiormente. Custodite la vostra libertà, che è un dono prezioso. Fate discernimento. Valutate le cose con attenzione. Non lasciatevi trascinare da un’opinione pubblica che non sempre è capace di nutrire davvero la vita.
Abbiate anche la pazienza di crescere. Non pretendete di vedere subito i risultati. L’educazione, per definizione, è un cammino. Educarsi ed educare. E la Chiesa ha questo compito: diventare sempre più un luogo dove ci si educa a vicenda, dove ciascuno si prende cura dell’altro, soprattutto dei più giovani.
A volte mi chiedo che mondo stiamo offrendo ai nostri ragazzi, ai nostri giovani. Spesso sono loro stessi a dircelo: è un mondo difficile, disorientato, confuso, in cui si fatica a trovare punti di appoggio. Sant’Angela, nel suo tempo, è stata proprio questo: un punto di appoggio. La gioventù ha trovato in lei un esempio, una persona che ha tracciato una strada e ha accompagnato altri a percorrerla, dando alla vita la sua forma più bella.
La terza parola è speranza.
Sant’Angela è stata, per il suo tempo, un segno di speranza. È una parola che ci è particolarmente cara, perché l’abbiamo ricevuta da papa Francesco in occasione del Giubileo: «Siate pellegrini di speranza». Pellegrini: persone che camminano, che camminano insieme, che hanno una meta. Il pellegrino non è un turista. Il turista guarda, consuma, si muove soprattutto per sé. Il pellegrino ha una direzione, cammina con altri e desidera arrivare insieme.
Noi siamo pellegrini nel mondo. Viviamo il presente guardando al futuro, senza paura. Eppure la nostra società, spesso, mostra una grande paura del futuro. La tristezza e il disorientamento che percepiamo portano dentro questo germe velenoso. Quando però incontriamo persone che hanno dato senso alla loro vita, che sono felici di vivere perché hanno trovato il tesoro della loro esistenza, allora la speranza rinasce. Il futuro non appare più solo come qualcosa di oscuro. Abbiamo bisogno di luci nel presente per illuminare il futuro.
In questa prospettiva, credo che sant’Angela ci chiederebbe di essere coraggiosi, di osare anche il nuovo, di non vivere per inerzia, ma di accelerare nella direzione che il Signore indica. Perché in ogni tempo, anche nel nostro, è all’opera lo Spirito. Lo Spirito è vento che gonfia le vele, come dice un canto caro ai nostri giovani: vento che ti fa navigare verso orizzonti che ancora non conosci, ma che vale la pena esplorare.
Osare scelte nuove, non per capriccio, ma per rispondere al tempo di oggi, non con le risposte di ieri. Lasciandoci istruire dai giovani, ma anche aiutandoli, perché hanno bisogno di noi adulti. E riconoscendo il valore degli anziani, che custodiscono il tesoro di un’esperienza maturata nel tempo. I giovani sono molto sensibili all’esempio degli anziani, anche se non sempre lo dicono. Ma osservano, ascoltano. Posso confermarlo anche per esperienza personale.
Camminare insieme, guardare al futuro senza paura, osando. Illuminati e sospinti dallo Spirito, ma sempre insieme. Sinodalità significa proprio questo: Chiesa che cammina insieme, unita.
E allora, alla fine, che cosa ci direbbe sant’Angela?
Abbiate cura della vostra anima. Educatevi ed educate gli altri. Fate il bene lì dove siete, nella vita di ogni giorno, perché è lì che si gioca la vostra santificazione. Non abbiate paura del futuro, coltivate la speranza e, soprattutto, non perdetevi di vista: camminate insieme.
+Pierantonio Tremolada
