Carissimi confratelli vescovi,
carissimi sacerdoti e diaconi,
carissimi fedeli tutti,
con questa solenne celebrazione eucaristica rendiamo grazie al Signore per questi otto giovani che, ponendo le loro vite nelle mani del Signore, si dispongono a servire nella sua Chiesa come pastori del popolo di Dio. Essi hanno già ricevuto il dono dell’ordinazione diaconale ed ora si apprestano a ricevere il dono dell’ordinazione presbiterale. Ci stringiamo intorno a loro e ai loro familiari. Lo facciamo insieme alle comunità parrocchiali e religiose alle quali sono in diversi modi legati, che nutrono per loro un particolare affetto.
Il mio pensiero si rivolge direttamente a voi, cari ordinandi. Il momento che state vivendo segnerà per sempre la vostra vita, poiché le imprime un sigillo particolare dello Spirito. Diventerete ministri dell’altare, della Parola, della carità, per la santificazione di quanti saranno affidati alle vostre cure pastorali. Siate grati a Dio per la fiducia che ha riposto in voi e invocate da lui con umiltà la grazia di una generosa fedeltà.
La vostra ordinazione giunge a poca distanza dal nostro Convegno diocesano, che è stato per tutta la nostra Chiesa un evento di grazia. Ci siamo posti in ascolto dello Spirito santo, ci siamo confrontati in modo serio e schietto, abbiamo gustato un clima di fraternità.
Tre parole ci hanno guidato nel nostro discernimento, teso a rispondere come Chiesa alle attese dello Spirito per il bene del mondo: gioia, speranza, comunione. La festa liturgica che oggi la Chiesa universale celebra, la Festa del Cuore Immacolato di Maria, e la Parola di Dio che abbiamo ascoltato, ci indirizzano a sottolineare di queste parole una in particolare, quella della gioia.
Desidero, cari candidati, che nel giorno della vostra ordinazione presbiterale risuoni chiaro per voi un invito alla gioia: siate felici del dono che state per ricevere, dell’unzione che vi rende ministri nella Chiesa. Siate felici, ancora prima, della fede che vi è stata trasmessa e che è stata sancita dal Battesimo. Siate felici di corrispondere, nel cammino che da oggi si apre per voi, alla vostra vocazione, quella di fare della vostra vita un’offerta gradita a Dio nel ministero presbiterale, a sua esclusiva gloria. Siate felici di divenire pastori del popolo di Dio: non padroni ma umili servitori, fedeli al mandato ricevuto.
L’invito alla gioia risuona forte e chiaro nella Parola di Dio che è stata proclamata. Essa intende dar voce al Cuore Immacolato della Vergine Maria. Siamo come invitati a condividere il sentimento di esultanza che lo ha ricolmato. A lei possiamo attribuire idealmente le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio». È un grido di esultanza incontenibile, carico di riconoscenza. Gli fa eco il cantico di Anna, la madre del profeta Samuele, che la liturgia ci ha proposto come Salmo responsoriale: «Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte si innalza grazie al mio Dio». Il testo di Isaia prosegue facendo conoscere il motivo della gioia che si prova: «Il Signore mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli». La gioia è come una veste, un mantello, un diadema: tutti assai preziosi. È ciò che si vede di una persona, è il suo modo di presentarsi, di porsi, di rapportarsi; è la lucentezza degli occhi, il sorriso del volto, la gentilezza del tratto, l’amabilità del tono, la tenerezza dei gesti. È la serenità.
Questa veste, cioè la gioia della vita, ci viene donata. È Dio che fa gioire il suo servo e lo fa donandogli la salvezza. Lo dice bene il cantico di Anna: «Io gioisco per la tua salvezza». E poi precisa: «L’arco dei forti si è spezzato, ma i deboli si sono rivestiti di vigore. Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta». La gioia sorge là dove si sperimenta la presenza di Dio e la sua azione potente, un’azione che riscatta, che consola, che rende giustizia, che sostiene, che difende. Il povero si rende conto di essere custodito da una potenza amorevole. Sente che una mano forte lo sostiene e che ad essa può affidarsi senza timore. Sente che una provvidenza amica lo precede e lo accompagna.
È quanto è successo anche a Cana di Galilea, come abbiamo ascoltato nel Vangelo di Giovanni. Gesù interviene, su sollecitazione della madre, e dona il vino che era venuto a mancare. Si fa difensore della gioia degli sposi e compie il prodigio che solo la sua potenza e la sua amabile fantasia erano in grado di immaginare. Egli dona il vino che – come dice il salmo e come l’esperienza insegna – «allieta il cuore dell’uomo», un vino che proviene miracolosamente dall’acqua, vino sovrabbondate e di qualità eccellente, che stupirà chi ha il privilegio di assaggiarlo. Come i servi poterono attingere alle giare l’acqua trasformata in vino per la gioia degli sposi, così ognuno che crede attingerà al cuore del Cristo redentore l’acqua che zampilla per la vita eterna. Il profeta Isaia lo aveva annunciato per i tempi futuri: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza» (Is 12,3). Gesù stesso, lo confermerà, quando – come racconta sempre il Vangelo di Giovanni – nel giorno della grande festa, si alzerà in mezzo alla folla convenuta a Gerusalemme e dirà a gran voce: «Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me» (Gv 7,37-38). Chi crederà in lui e «guarderà a colui che hanno trafitto», riceverà, insieme all’acqua della vita, il sangue dell’Agnello immolato, scaturiti dal suo fianco trafitto, cioè dal suo cuore ferito dall’amore (cfr. Gv 19,31-37). «Quando io sarò innalzato da terra – aveva detto Gesù – io attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Quest’annuncio diventa realtà. La forza che attrae al cuore di Cristo è l’amore che si irradia nel mondo per la potenza dello Spirito santo.
E questa – cari ordinandi – è la ragione ultima della nostra gioia. Non saremo mai felici puntando solo su noi stessi. Il nostro limite, la nostra fragilità, la complessità del mondo, il male che ci assedia non ce lo consentiranno. Creati per la gioia, siamo invitati a riceverla da colui che «da ricco che era si è fatto povero per noi, perché noi fossimo ricchi per la sua povertà» (2Cor 8,9). La nostra è una gioia condivisa con colui che ne è la sorgente, il nostro Signore Gesù Cristo, che ha steso per noi le braccia sulla croce e con la sua risurrezione ci ha permesso di cantare insieme agli angeli l’inno della lode perenne.
E qui io cedo volentieri la parola a san Paolo VI, il nostro amato papa bresciano. Egli ha voluto consegnare alla Chiesa, come ultimo dono del suo magistero, una Esortazione Apostolica sulla gioia, dal titolo: Gaudete in Domino. A conclusione dell’Anno santo 1975, a tre anni dalla sua morte, quasi come testamento spirituale, egli scrive: «Noi abbiamo dunque sentito come la felice necessità interiore di indirizzarvi, nel corso di questo Anno di Grazia, e molto opportunamente in occasione della Pentecoste, una Esortazione Apostolica il cui tema è, precisamente, la gioia cristiana, la gioia nello Spirito Santo. È come una specie di inno alla gioia divina, che noi vorremmo intonare per suscitare un’eco nel mondo intero e anzitutto nella Chiesa: che la gioia sia diffusa nei cuori con l’amore di cui essa è il frutto, per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».
Ed aggiunge: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto. La società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia. Perché la gioia viene da altrove. È spirituale. La gioia nasce sempre da un certo sguardo sull’uomo e su Dio».
Cari ordinandi, siate dunque testimoni di questa gioia. Il mondo di oggi ha bisogno di uomini felici. Quella magnifica humanitas alla quale papa Leone si rivolge con la sua recente Lettera Apostolica, una umanità affascinata e forse ammaliata dagli ultimi traguardi di una scienza che sembra non darsi confini, ci domanda di custodire la sua essenza più vera, la sua vocazione originaria. Da questo dipenderà la sua vera gioia. Se i cuori degli uomini – e non solo le loro intelligenze – si apriranno a riconoscere «quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo, che oltrepassa ogni conoscenza» (Ef 3,18), allora l’umano risplenderà in tutta la sua maestosa grandezza. Nulla di ciò che è artificiale lo eguaglierà.
Riconsegno la parola a san Paolo VI per l’ultimo augurio: «Possiate voi cogliere quanto c’è di meglio nell’anima dei fratelli e questa Presenza divina tanto vicina al cuore umano. Senza allontanarsi da una visione realistica, le comunità cristiane diventino luoghi di ottimismo, dove tutti i componenti s’impegnano risolutamente a discernere l’aspetto positivo delle persone e degli avvenimenti. È questo medesimo Spirito che ha animato la Vergine Maria e ciascuno dei santi. È questo medesimo Spirito che dona ancor oggi a tanti cristiani – e noi vogliamo che lo faccia particolarmente a voi cari ordinandi – la gioia di vivere ogni giorno la loro vocazione particolare nella pace e nella speranza».
+ Pierantonio Tremolada
