Nutrimento – Il pane del cammino
Celebriamo con gioia la Solennità del Corpus Domini, Corpo e Sangue del Signore. Lo adoriamo realmente presente nel pane che è il suo corpo donato per noi. Riandiamo col pensiero a quel momento nel quale il nostro Signore Gesù Cristo riunì i suoi apostoli per l’ultima volta in occasione dell’antica Pasqua. Prendiamo idealmente posto insieme ai suoi amati apostoli nella sala dell’ultima cena. Lo facciamo per condividere lo stupore e la gratitudine con cui essi accolsero un dono che mai avrebbero immaginato di ricevere. In quel momento un legame profondo univa Gesù ai suoi discepoli: un affetto sincero e intenso, limpidamente umano ma a misura di Dio.
Egli volle lasciare loro un dono che permettesse a lui di onorare la sua promessa: “Non vi lascerò orfani” e ancora “Io sono con voi tutti giorni, fino alla fine del mondo”. Seduto a tavola con loro, egli spezza il pane e lo dona loro; prende il calice del vino e lo offre loro. Raccomanda “Fate questo in memoria di me”. Cioè: “Ripetete questo gesto e ripete queste parole. Fatelo come nuovo rito liturgico. Sia questo il vostro modo di ricordarmi, perché così io sarò sempre con voi e voi sarete sempre in me”. Da quel giorno, di generazione in generazione, la Chiesa celebra l’Eucaristia come “Mistero della Fede” e “annunciando la morte del Signore, proclamando la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta”.
Nel corso del tempo, mentre scorrono i giorni e gli anni, la presenza viva del Signore ci accompagna. Lo incontriamo vivo, in un modo del tutto singolare, nel pane che è il suo corpo dato per noi e nel calice del vino che è il suo sangue versato per amore nostro, per compiere il nostro riscatto, per aprirci la strada di una vita nuova, rigenerata, purificata da ciò che la offende, la intristisce e la deturpa.
Questo – come Gesù disse nella sinagoga di Cafarnao – “è il pane vivo disceso dal cielo”, il pane che il Padre dona a coloro che credono, a quanti accettano umilmente di non avere l’intelligenza capace di comprenderne tutta la grandezza; a quanti riconoscono che qui si entra in un mistero di grazia, pensato e voluto dal Figlio di Dio per rimanere sempre all’umanità che egli ama e in particolare alla sua Chiesa.
Questo è il pane del cammino, di cui fu segno la manna che il popolo di Israele ricevette negli anni trascorsi nel deserto. Un pane venuto dal cielo, garantito ogni giorno, segno della sollecitudine della cura di Dio per il suo popolo. Lo abbiamo ascoltato nel brano del Libro del Deuteronomio: “Il tuo cuore non si inorgoglisca – dice Mosè ai suoi Fratelli – in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire (Dt 8,14 – 16). Il pane disceso dal cielo è il nutrimento che permette al popolo di Dio di sostenere la fatica del deserto. Dove prendere le forze per affrontare un percorso aspro, duro, incerto? È la sfida della vita in ogni epoca della storia.
Anche oggi siamo chiamati a misurarci con un mondo che non di rado assume l’aspetto di un deserto inospitale, che ci disorienta per la sua complessità, pieno di pericoli, avvelenato da invidie e gelosie, lacerato da violenze spesso feroci, da una violenza cieca, da egoismi ingordi, da un potere elevato a sistema. Il deserto rimane tale a tale spesso rimane il mondo che ci circonda, ma il pane che viene dal cielo permette di abitarlo e di attraversarlo senza disperazione. Ed anche di tenere sempre viva la speranza del rinnovamento. Possiamo contare su un pane che “dà la vita al mondo”, che ci custodisce nel volere di Dio. Questo è il nostro cibo, il cibo che ci dà forza, che ci ristora, che ci consola. Mangiando di questo pane e gustando questo vino, noi ci apriamo alla potenza generativa del Cristo risorto, condividiamo la sua vittoria, riposiamo in lui, rimaniamo saldi nel suo amore. Il Padre che è nei cieli non ci promette una strada senza deserto, ma ci ha donato un cibo che non ci lascerà soccombere. E là dove la nostra testimonianza, per la grazia dello Spirito santo, sarà forte e vera, anche il deserto potrà rifiorire.
Conosciamo le nostre fragilità. Il pane che viene dal cielo, il Signore della gloria che rinnova per noi il suo sacrificio d’amore, non teme le nostre debolezze. Egli ripete a ciascuno di noi quel che disse al suo apostolo Paolo: “Ti basta la mia grazia. La mia forza si manifesta nella debolezza”. Non per nulla il Cristo vittorioso si fa pane. È nutrimento che sostiene. Davvero l’Eucaristia è risposta alla nostra fragilità. Possiamo contare su energie che vengono dall’alto e si attivano a partire dal cuore. Non siamo condannati a farcela da soli, a contare esclusivamente su di noi. Le nostre forze andranno tutte investite, ma non sono le uniche che abbiamo. Possiamo attingere alle sorgenti della salvezza e accostarci alla mensa che è stata preparate per noi da chi desidera per noi la vita e la dona in abbondanza.
“Colui che mangia me vivrà per me”: così dice il Signore nel brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato. Questo pane che dona la vita è un cibo che ci trasforma, perché ci pone in comunione con colui che è la vita. Siamo noi ad essere trasformati nel pane di vita che riceviamo. Siamo trasformati in ciò di cui ci nutriamo, in colui che ci fa dono del suo corpo e del suo sangue. E così diventiamo come lui, capaci di ciò di cui lui è capace: condividiamo il suo pensiero, il suo sguardo sul mondo, i desideri del suo cuore, la sua passione per la verità, la sua tenerezza verso i più poveri, la sua gioia di perdonare, la sua infinita pazienza e benevolenza. Diventiamo anche noi capaci di misericordia, di solidarietà, di perdono, di condivisione. Diventiamo noi stessi pane spezzato per il mondo.
E dobbiamo infine ricordare che questo nutrimento noi lo riceviamo insieme. È pane santo spezzato e distribuito. È vino condiviso. L’Eucaristia è perciò principio di fraternità e di comunione. Ci lega gli uni agli altri e fa di noi un solo corpo: quello del Cristo vivente. I chicchi di frumento macinati e gli acini d’uva spremuti diventano una cosa sola nel pane e il vino che la Chiesa offre nel nuovo memoriale liturgico. Così anche noi. Abbiamo ascoltato le parole di san Paolo ai cristiani di Corinto: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benchè molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. Siamo la Chiesa del Signore, una comunità di fratelli nella fede, chiamati a presentarci così al mondo di oggi, drammaticamente esposto alla divisione e insieme ansioso di ricevere una testimonianza credibile di unità. Siamo chiamati ad annunciare che da sempre il desiderio di Dio per l’umanità è quello della fraternità universale. Il pane di vita che abbiamo ricevuto in dono ci sostiene in questo compito, che è obbedienza alla volontà del Signore, che oltrepassa le nostre forze, ma che può contare sulla sua fedeltà.
+ Pierantonio Tremolada
